George Gordon Byron, biografia ed opere attraverso le lettere

 

Se non vediamo altro paese che il nostro, non diamo una possibilità equa all’umanità, l’umanità dovremmo giudicarla dall’esperienza non dai libri - Niente vale la verifica e l’affidarsi ai nostri sensi”.

Lettera indirizzata a Mrs. Byron, 02.11.1808.

 

George Gordon, sesto barone di Byron di Rochdale, muore con la sola compagnia di un fedele servitore la sera del 19 Aprile 1824, dopo una breve agonia, consumato dalle febbri e dagli spietati salassi a cui viene sottoposto dai medici che tentano il tutto per tutto per salvarlo; durante la notte un violento temporale si scatena nella regione, estremo saluto delle forze della natura a uno spirito tormentato e inquieto che forse meglio di chiunque altro ha saputo cogliere e trasfondere nell’intera sua esistenza i miti e i motivi ricorrenti del Romanticismo, fino a trasformarla in leggenda. Un’esperienza di vita breve ma estremamente intensa, che ha condotto il poeta dall’Inghilterra fino all’Asia Minore e poi ancora in Svizzera e Italia per terminare a soli trentasei anni, davanti alle sponde del mare Egeo dove si era recato per sostenere la lotta di indipendenza dei Greci contro l’impero ottomano; un’esistenza attraversata da grandi passioni, caratterizzata da un temperamento anticonformista e insofferente alle regole ed imposizioni della società, di cui smaschera nelle sue opere (specialmente nel capolavoro incompiuto Don Juan) le ipocrisie e le meschinità. Uno spirito libero, che come pochi è stato analizzato, messo in discussione e fatto oggetto in epoca di critiche feroci e altresì di genuina ammirazione da parte di letterati come Moore, Stendhal, Goethe, Scott e da tutta una moltitudine di lettori alla quale la sua Musa è stata di volta in volta consolazione, esaltazione, incitamento. Se a distanza di secoli poco o nulla si può aggiungere a quanto già conosciamo della vicenda umana e letteraria del poeta, l’epistolario tuttavia continua ad offrire interessanti e attuali spunti di riflessione e di valutazione sia della personalità che dell’opera dell’autore, colti in aspetti inediti che rendono più vivida la sua caratterizzazione personale e umana; le lettere, scritte in un linguaggio accessibile, ironico e brillante, talvolta anche in italiano (lingua nel cui esercizio era giunto ad un grado discreto di abilità grazie ai lunghi soggiorni a Venezia, Genova, Pisa) alternano momenti di humour ad altri di satira feroce e caustica nei confronti di ambienti e personaggi del mondo letterario e politico in particolare della società inglese, dalla quale era stato messo al bando a causa della condotta di vita giudicata troppo scandalosa; nelle lettere troviamo anche un’interessante cronaca dei suoi viaggi all’estero con la descrizione di paesi poco frequentati dal cosiddetto grand tour, come ad esempio l’Albania, la Turchia e la Grecia; attraverso un fitto e continuo dialogo con amici, parenti, editori, seguiamo le vicissitudini sentimentali e insieme, la genesi dei capolavori letterari; le considerazioni e riflessioni sulla vita letteraria inglese e le vicende politiche internazionali si mescolano alle richieste più spicciole di uso quotidiano, come la pasta dentifricia o la magnesia, denaro per fronteggiare la sua esistenza spesso dispendiosa, salvacondotti per introdursi alla corte di Alì Pascià. Ma chi sono i suoi principali interlocutori, i destinatari più assidui di tali lettere? Tra i primi troviamo sicuramente la madre, Catherine Gordon, discendente di una delle più illustri famiglie scozzesi e seconda moglie del padre del poeta, il dissoluto capitano John Byron, detto “ Mad Jack” il quale, dopo aver sperperato il suo patrimonio e gran parte della dote della moglie, morì in circostanze oscure in Francia, nel 1791; alla vedova, descritta come donna di scarse capacità intellettive, futile e capricciosa, non rimane altra scelta che ritirarsi con il piccolo George in una residua proprietà ad Aberdeen; l’infanzia del poeta sarà dunque caratterizzata dalle ristrettezze economiche e dall’indigenza, fino all’inaspettata nomina, all’età di dieci anni, al titolo di Lord, in seguito alla improvvisa scomparsa del prozio, quinto Lord Byron, rimasto inopinatamente senza eredi; i problemi economici sono tuttavia ben lungi dall’essere risolti nonostante il trasferimento della famigliola nella tenuta di famiglia paterna a Newstead Abbey: la dimora, vetusta e semidiroccata, è gravata da debiti e ipoteche, frutto della sconsiderata politica economica dell’avo, non a caso soprannominato “The Wicked”, il malvagio. Il giovane Byron riuscirà comunque ad ottenere un istruzione adeguata, frequentando la scuola di Harrow, nei pressi di Londra, tra le migliori nel Regno Unito e in seguito il Trinity College, a Cambridge.

Scrive alla madre, nel maggio 1804:

 

Ma comunque il cammino verso le “Ricchezze” e la “Grandezza” mi si para davanti, mi aprirò una strada nel mondo o perirò nel tentativo. Altri hanno iniziato la vita con nulla e sono finiti grandiosamente. E io che posseggo un patrimonio discreto se non ampio dovrei restare ozioso? No, mi aprirò il passaggio verso la “Grandezza”, ma mai tramite il Disonore”.

 

I rapporti di Byron con la madre saranno sempre piuttosto freddi e distaccati, se non addirittura apertamente ostili: il poeta le rimprovera aridità affettiva e spilorceria, isteria e spirito capriccioso e vacuo; in realtà il giovane Lord conduce un tenore di vita piuttosto dispendioso, sia ad Harrow che più tardi al Trinity College, dove dedica gran parte delle sue giornate alla brillante vita di società dei compagni più agiati, largheggiando in equipaggiamenti, ospitalità ed eccentricità, nel tentativo di mantenere un tenore di vita adeguato al suo rango, e provocando così la rottura dei rapporti con la madre e la conseguente sospensione dei finanziamenti da parte dell’amministratore di fiducia, John Hanson: con il sospirato conseguimento della maggiore età riuscirà infine a spezzare il gravoso vincolo che lo lega alla detestata genitrice. Di fatto, nonostante le dissipazioni e gli atteggiamenti ribelli e anticonformisti che spesso gli attirano le critiche degli insegnanti, Byron segue con profitto i suoi studi, appassionandosi tra l’altro ai classici greci e latini, alle opere di Rousseau, Locke, Bacon, con l’iniziale intenzione di divenire oratore parlamentare. Di tutt’altro tenore sono invece i rapporti con l’unica parente rimasta, Augusta Byron, una sorellastra nata da un primo matrimonio del capitano John Byron con la moglie divorziata del marchese di Leeds; di pochi anni più vecchia di lui, Augusta eserciterà sul poeta un ascendente fortissimo, testimoniato da un’intensa corrispondenza che inizia proprio nel periodo del college e che si prolungherà, a fasi alterne, per tutto l’arco dell’esistenza del poeta; scrive dal Trinity College nel novembre 1805:

 

Mia cara Augusta, come si poteva immaginare, la vita del College mi piace moltissimo, specialmente perché mi sono sottratto alle pastoie o meglio ai ceppi della mia tiranna domestica Mrs Byron (…). Adesso sono assai piacevolmente insediato in stanze ultraeccellenti (…) mi concedono500 sterline l’anno, un servo e un cavallo, e pertanto mi sento indipendente come un principe tedesco che batte la propria moneta, o un capo Cherokee che non batte nessuna moneta, ma che gode di un bene più prezioso, la Libertà”.

 

L’indole semplice, affettuosa e materna della sorellastra, rappresentano per Byron un rifugio accogliente e sereno, in grado di colmare il vuoto affettivo che ha caratterizzato la sua vita familiare, in lei trasfonde tutti quei sentimenti e quelle dinamiche emotive che non hanno trovato sfogo in una madre fredda e distaccata, e nell’assenza più totale della figura paterna, per un lungo periodo di tempo Augusta rappresenta per Byron il TUTTO, magico simbolo dell’eterno femminino, misura di paragone e fonte creativa dei suoi sentimenti; il loro legame diviene sempre più esclusivo e privilegiato, trasformandosi in un sentimento morboso ed esclusivo, un rapporto ambiguo e scandaloso che diverrà fonte di ispirazione in opere come Manfred, The bride of Abydos, imperniati sulla tematica non troppo latente dell’incesto; il legame con Augusta rimarrà il più importante nella vita del poeta, un punto di riferimento costante in grado di resistere al tempo e alla lontananza, prolungandosi in un continuo e vivace rapporto epistolare, quando la vita li separerà per sempre; Augusta andrà in moglie al colonnello Leigh, un uomo poco intelligente e dedito al gioco d’azzardo, che la renderà madre di tre figlie: una di loro, Elizabeth Medora, nata nel 1814, sembra assai probabilmente frutto del legame illecito con Byron e di fatto, con il conseguimento della maggiore età, si considererà figlia del poeta.

 

Che stupido sono stato a sposarmi – e tu non molto saggia - mia cara - saremmo potuti vivere così nubili e così felici- da zitelle e scapoli; non troverò mai nessuno come te – né tu (per quanto vanitoso possa sembrare) come me.

Siamo semplicemente stati fatti per passare la vita insieme, e pertanto noi – almeno io - sono stato allontanato per via di una schiera di circostanze dall’unico essere che mai avrebbe potuto amarmi, o al quale io possa senza equivoci sentirmi attaccato (…). La mia voce e il mio cuore sono sempre tuoi”.

Alpi Bernesi , 17 settembre 1816.

 

Un altro importante legame, destinato a condizionare in maniera decisiva l’intera vita del poeta è originato dall’incontro con lady Annabella Millblanke, una fanciulla taciturna, introversa e dedita allo studio della matematica, conosciuta nel marzo 1813, durante un ricevimento in casa di lady Melbourne, brillante e potente dama dei salotti londinesi, amica e confidente del poeta che, desideroso di porre ordine ad un’esistenza ormai troppo disordinata, arriverà a chiederla in moglie; il rifiuto della giovane non sembra tuttavia impressionare molto il poeta, la mancanza di slancio e di calore nella sua proposta erano state tanto evidenti da risultare poco convincenti anche a se stesso, oltre che alla prudente lady, tuttavia la corrispondenza riprende timidamente l’anno successivo, conducendo ad un inaspettato consenso da parte di Annabella. Le nozze si celebrano, piuttosto freddamente, nella dimora avita dei Millblanke, a Seaham, il 2 gennaio 1814 ma ben presto la differenza di temperamento crea un muro di incomprensione e ostilità tra i due giovani sposi: il poeta trova irritante l’atteggiamento remissivo, poco passionale e pacato della moglie, il suo desiderio di convertirlo ad una condotta di vita più cristiana, la sua mancanza di slancio ed entusiasmo; a tutto questo si aggiungono anche difficoltà economiche dovute in buona parte alla gestione poco assennata di Byron, che in un frangente così periglioso, rifiuta ostinatamente i proventi derivati dalla pubblicazione delle sue opere, che pure in quel momento godevano di uno straordinario successo; la scarsa rendita della moglie non riesce a coprire i debiti contratti, ben presto bussano alla porta gli ufficiali giudiziari, costringendo il poeta, in ultimo, a vendere anche la propria biblioteca. La gravidanza di lady Millblanke non servirà certo a migliorare i rapporti coniugali: Byron sembra trarre una sorta di perverso godimento nel provocare e sconcertare la moglie con le sue stramberie, spesso è ubriaco e quasi sempre lontano da casa, intento a seguire la sua attività letteraria e la conduzione artistica del teatro Drury Lane, in qualità di membro del comitato di gestione. Dopo la nascita della piccola Augusta Ada, avvenuta il 10 dicembre 1815, i due coniugi, perseguitati dai creditori, decidono di trasferirsi in campagna, Byron consiglia la moglie di rifugiarsi con la neonata presso la dimora paterna a Kirby, riservandosi di raggiungerla in seguito: dopo un primo scambio di lettere dal tono affettuoso e sereno, inaspettatamente giunge al poeta una comunicazione da parte del suocero con la richiesta di separazione. Di fatto i genitori di lady Millblanke erano venuti a conoscenza di alcuni particolari sconcertanti della vita coniugale e temevano per l’incolumità di figlia e nipote, qualora fossero ritornate in balia di colui che con i suoi comportamenti squilibrati veniva ormai definito pazzo. Così risponde il poeta alla lettera del suocero, il 2 febbraio 1816:

 

Durante quest’ultimo anno ho dovuto lottare contro le angustie esterne - e la malattia interna: - sulle prime ho poco da dire – se non che ho tentato di rimuoverle con ogni sacrificio in mio potere – e alla seconda non accennerei se non avessi un parere recente e professionale per affermare – che lo scompenso che ho dovuto combattere (…) – è tale da provocare una morbosa irritabilità dell’umore – che (…) può avermi reso poco meno sgradevole agli altri di quanto lo sia a me stesso. – Non mi risulta tuttavia che vostra figlia abbia subito alcun maltrattamento (…)”.

 

Byron appare chiaramente sconcertato dalla richiesta di separazione e scrive più volta alla moglie, alla ricerca di spiegazioni e perdono, in epistole dal tono di volta in volta affettuoso, accorato, incredulo, come le seguenti:

 

La somma dei miei errori – o di qualunque nome più crudo tu preferisca dar loro – lo conosci – ma ti ho amata - e non mi separerò da te senza il tuo personale più manifesto ed esplicito rifiuto di tornare o di accogliermi (…)”.

(5 febbraio 1816)

 

Tutto quello che posso dirti sembra inutile – e tutto quello che potrei dire – potrebbe esser ancor meno proficuo – pure continuo ad aggrapparmi al relitto delle mie speranze – prima che si inabissino per sempre”.

(8 febbraio 1816)

 

Ormai Annabella è venuta a conoscenza del legame particolare che lega Augusta al fratellastro, tanto da dichiarare di voler trascinare il marito in tribunale con l’accusa di crudeltà, adulterio e incesto nel caso egli non voglia accettare la separazione consensuale. Lo scandalo si abbatte sulla testa del poeta, tutta Londra parla della sua condotta dissoluta, la buona società che pure aveva fatto di lui un beniamino, lo mette al bando: per il poeta non rimane ormai altra soluzione che l’esilio. Dopo un estremo saluto ad Augusta, che gli dona una bibbia dalla quale non si separerà mai più, si congeda dalla moglie, il 14 aprile 1816.

 

Ancora ultime parole – non molte – e tali quali ascolterete – risposte non ne attendo – né importa – ma mi starete a sentire.- Mi sono appena separato da Augusta – quasi l’ultimo essere che mi avete lasciato da cui separarmi – e l’unico legame non infranto della mia esistenza – dovunque possa andare – e vado lontano – voi ed io forse non ci incontreremo più in questo mondo – né nel prossimo – che ciò vi contenti o vi plachi – (…) siate gentile con lei e con i suoi – poiché mai ella ha agito o parlato in altro modo verso di voi (…) ricordate che per quanto possa esservi utile l’aver perso vostro marito – è per lei un dolore l’aver l’acqua adesso – o la terra in seguito – fra se stessa e suo fratello (…)“.

 

Dopo aver fatto realizzare per il viaggio una carrozza mastodontica, equipaggiata di letto, biblioteca e cucina, copiata da quella di Napoleone, parte da Dover il 25 aprile 1816, appena in tempo per evitare di assistere al sequestro finale della sua casa: ancora non immagina che mai più riabbraccerà la figlia e Augusta, confidando nell’eventualità di tornare in patria una volta calmatesi le acque. La prima tappa del suo viaggio sarà la Svizzera, luogo in cui si trovano anche il poeta Shelley, con la sua compagna Mary Godwin Wollstonecraft, conosciuta all’età di sedici anni, per la quale ha abbandonato un matrimonio infelice e perso la tutela dei propri figli. Nel frattempo la sorellastra di Mary, Claire Clermont, che aveva avuto una fugace avventura con Byron nel periodo della tumultuosa separazione dalla moglie, scopre di aspettare un figlio dal poeta: così raggiunge Shelley e Mary che sono alloggiati in una villa sul lago di Ginevra nei pressi della residenza di Byron, villa Diodati. L’eccentrico gruppo trascorrerà una piovosa e fredda stagione estiva, come ricorda la stessa Mary Shelley:

 

Una pioggia incessante ci costrinse spesso in casa, per giorni. Ci capitarono tra le mani alcuni volumi di storie di fantasmi tradotte in francese dal tedesco (…) ’Ognuno di noi scriverà una storia di fantasmi’ disse lord Byron e la sua proposta fu accettata. Eravamo in quattro, il celebre autore iniziò un racconto, del quale pubblicò un frammento alla fine del suo poema Mazeppa”(Frankestein or the modern Prometeus - M. Shelley 1818).

 

Sappiamo che dei quattro solo Mary condusse in porto il progetto componendo il capolavoro gotico Frankenstein; il soggiorno in Svizzera rappresenterà comunque per Byron un momento di alta e felice ispirazione artistica: il paesaggio solenne e maestoso delle Alpi Bernesi conquisterà il poeta, che sembra lasciarsi definitivamente alle spalle le burrascose vicende del divorzio e nello stesso tempo fornisce lo spunto creativo per il Manfred, un’opera composta quasi interamente di getto, sull’onda dell’emozionante viaggio attraverso la catena montuosa del Giura, in cui la natura, possente e maestosa, con le vette scintillanti di ghiacciai, i fiumi impetuosi e cristallini, i laghi profondi e oscuri, adombra lo stato d’animo dell’eroe, nella cui disperata ricerca d’oblio che restituisca pace ad un’anima tormentata si rispecchia lo stato d’animo dello stesso Byron.

 

A Augusta Leigh,23 settembre 1816

Prima di scalare la montagna – andato al torrente – ( 7 di mattina ) – un’altra volta – col Sole sovrastante che formava un arcobaleno di tutti i colori nella sua parte inferiore – ma soprattutto porpora e oro – con l’arco che si muove con te – non avevo mai visto nulla di simile – avviene solo all’alba - Scalato il monte Wengren – A mezzogiorno lasciati i cavalli (…) proceduti sino alla vetta –7000 piedi (…) – da un lato la nostra vista comprendeva lo Jungfrau con tutti i suoi ghiacciai –quindi il Dent d’Argent – che luccicava come la verità (…) – sentite le valanghe cadere quasi ogni 5 minuti(..) dall’altro lato le nuvole si alzavano sulla valle opposta arricciandosi su precipizi perpendicolari – come la spuma dell’oceano infernale durante la marea di primavera – era bianco e sulfureo – e di una profondità smisurata almeno in apparenza (…) ma arrivando in cima abbiamo guardato giù dall’altro lato su di un mare ribollente di nuvole (…)“.

 

A Augusta Leigh, 28 settembre 1816

Ma in tutto questo – i ricordi di amarezze – e specialmente recenti e di altre desolazioni domestiche – che dovranno accompagnarmi nella vita – mi hanno tormentato qui – e né la musica del pastore – il tonfo della valanga – né il torrente – le montagne – il ghiacciaio – la foresta – né la nuvola – hanno per un momento alleggerito il peso del mio cuore (…)“.

 

Il soggiorno in Svizzera si conclude in autunno, quando Byron si dirige in Italia, alla volta di Venezia, dopo una breve sosta a Milano, dove visita la Biblioteca Ambrosiana e conosce Silvio Pellico, Vincenzo Monti, Stendhal.

A Venezia il poeta trova alloggio nei pressi di Piazza San Marco, in alcune stanze sopra la bottega di un mercante di tessuti, il signor Segati, suo padrone di casa; l’atmosfera dolcemente crepuscolare della città, allora in piena decadenza politica e commerciale ma ricca di vivaci eventi mondani conquista da subito il poeta, insieme alle belle veneziane, di cui comincia ben presto a fare strage di cuori.

 

A Thomas Moore, 17 novembre 1816

È mia intenzione rimanere a Venezia durante l’inverno, probabilmente, poiché è sempre stata (accanto all’Oriente) l’isola più verde della mia immaginazione (…) Ho delle stanze estremamente buone nella casa di un

< Mercante di Venezia > il quale è assai occupato negli affari, e ha una moglie nel suo ventiduesimo anno di età.

Marianna ( tale è il suo nome ) è nell’aspetto affatto simile ad un’antilope. Ha gli occhi grandi, neri, orientali (…)

La figura è leggera e graziosa (…) la sua voce naturale (..) è dolcissima; e l’ingenuità del dialetto veneziano è sempre gradevole nella bocca di una donna (…)”.

 

La vita nella città lagunare si rivela così piacevole per il poeta da decidere di prolungare il suo soggiorno almeno fino a primavera, abbandonandosi alle spensieratezze del carnevale e frequentando i salotti importanti della città, come quello della contessa Teotochi Albrizzi, amica intima di Foscolo; intraprende anche lo studio dell’armeno oltre che del dialetto veneziano, un altro segnale della sua volontà di integrarsi maggiormente nel contesto di una realtà che vive intimamente amica e congeniale alla sua mutata natura; inavvertitamente il poeta si sta abituando alla sua nuova esistenza di nomade, cittadino del mondo; mai come in questo momento l’Inghilterra gli appare così lontana e sfuocata, con tutto il suo ingombrante bagaglio di ricordi spiacevoli e delusioni, ad eccezione naturalmente di Augusta attraverso la quale viene costantemente aggiornato sulla crescita della piccola Ada, di cui avidamente chiede notizie, nella speranza di un incontro che mai avverrà. La sua situazione finanziaria tuttavia, rimane difficile, le tenute di Rochdale e Newstead, da tempo poste in vendita, non trovano acquirenti.

 

Sicchè tu vuoi che venga in Inghilterra – perché? Per cosa? – i miei affari – vorrei che si potessero sistemare senza – ripeto che il tuo paese non è paese per me – non ho né ambizioni né gusto per la vostra politica – e non c’è nient’altro fra di voi che non ci si possa procurare in meglio altrove – (…) in capo a dieci anni potrei riuscire a disimparare perfino la vostra lingua (…)”.

A D. Kinnaird, gennaio 1817

 

Salvo poi smentirsi in una lettera successiva, indirizzata a Thomas Moore, una settimana dopo:

 

Penso di essere in Inghilterra in primavera (…) mi prenderò un cottage cento iarde a sud della tua dimora e diventerò tuo vicino; e comporremo tali cantici e terremo tali dialoghi da diventare il terrore dei tempi (..)”.

 

Nel frattempo Byron apprende la notizia della avvenuta nascita, il 12 gennaio 1817, di una bambina, frutto della fugace relazione con Claire Clermont, alla quale la madre impone il nome di Allegra; pur riconoscendola, ribadisce il totale rifiuto nei confronti di Claire, con la quale tronca ogni rapporto.

In primavera compirà un breve viaggio attraverso le città di Ferrara, Firenze e Roma, dove porterà a compimento il Manfred e visiterà entusiasta i monumenti e le vestigia della città imperiale. Al rientro in Venezia, ancora scosso dalle emozioni romane, compone il quarto canto del Childe Harold che considera finora la sua prova migliore: anche il suo atteggiamento nei confronti dell’attività letteraria è mutato, ora giunge ad accettare l’idea di trarre un guadagno dalla pubblicazione delle sue opere, cosa che fino a pochi anni prima l’avrebbe fatto inorridire, non volendo fare della sua arte un’occasione di lucro. Il Manfred esce in Inghilterra accompagnato dal consueto scandalo, ma ormai il poeta è vaccinato alle critiche negative mentre in età giovanile, alla stroncatura della sua opera di esordio Hours of Idleness da parte della rivista letteraria “Edinburgh’s Review“ aveva risposto con “English Bards and Scotch Reviewers”, una satira feroce nei confronti del mondo letterario nazionale e di alcuni dei suoi più importanti autori, uno dei quali fu proprio Thomas Moore, il poeta irlandese con cui, negli anni della maturità, intesserà una profonda e importante amicizia. Sempre più integrato nella società veneziana, celebra anch’egli il rito della villeggiatura, affittando una dimora sulle rive del Brenta, Villa Foscarini, dove si dedica a lunghe cavalcate e agli idilli con avvenenti fanciulle, trovando altresì l’ispirazione per l’opera Beppo: a Venetian Story, un poema eroico-comico in ottava rima, sul modello del Morgante di Pulci che segna il passaggio dell’autore ad uno stile compositivo peculiare che mescola satira, epica e romanzo. La critica accoglierà l’opera con un lusinghiero successo. Rientrato a Venezia in novembre, viene raggiunto dalla notizia della avvenuta, sospirata vendita di Newstead, per di più ad un prezzo molto vantaggioso; comunica a Shelley la sua intenzione di prendere con sé la figlioletta Allegra. Esaurito il suo legame con Marianna Segati, si tuffa in un vortice di avventure galanti i cui risvolti talvolta comici, coinvolgono il poeta nelle scenate di gelosia delle sue numerose conquiste; la sua salute viene messa a dura prova da questa vita intensa e disordinata e arriva a contrarre una malattia venerea; ma il clima spensierato in cui vive allenta le tensioni e i contrasti che agitano il suo spirito: non sembra provare più risentimento nei confronti della ex moglie come scrive a un amico, S. Rogers, il 3 marzo 1818:

 

Quanto alla mia matematica Medea, senza di lei sto benissimo (...)”.

 

Avverte invece la nostalgia per Ada, che vorrebbe rivedere e della quale riceve notizie da Augusta, divenuta nel frattempo succube amica di lady Byron; in attesa di Allegra, si trasferisce in una nuova residenza, Palazzo Mocenigo, sul Canal Grande .

Scrive all’amico Webster, nel settembre 1818:

 

Venezia non è una residenza costosa – (a meno che uno non ci si ingegni) – ha teatri – società – e dissipazione abbastanza al di sopra della mera sufficienza- io tengo quattro cavalli su di una delle isole dove c’è una spiaggia di qualche miglio lungo l’Adriatico – così che posso esercitarmi ogni giorno – ho la mia gondola – circa quattordici servi compresa la bambinaia (per una bambinetta – mia figlia naturale) e risiedo in uno dei Palazzi Mocenigo sul Canal Grande – l’affitto di tutta la casa che è molto grande e ammobiliata con biancheria ecc. ecc. compresa è duecento sterline l’anno (e ho pagato più di quanto avrei potuto pagare) nei due anni che ho passato a Venezia – ho speso circa cinquemila sterline – e avrei potuto spendere solo un terzo di questa somma – non fosse che ho una passione per le donne che pur nella sua varietà è costosa dovunque ma a Venezia meno che in altre città (…)”.

 

Byron si affeziona molto alla piccola Allegra, pur continuando a tenere a debita distanza l’assillante Claire Clermont; scrive ad Augusta Leigh, il 21 settembre1818:

 

Allegra sta bene – ma sua madre (che il diavolo se la porti) è venuta tutta giuliva l’altro giorno varcando gli Appennini – per vedere la sua pupa – il che ha acceso i miei amori veneziani (che non sono dei più tranquilli) con grande combustione – e io mi sono ritrovato nei guai finché non l’ho spedita ai Colli Euganei dove ora si trovano lei e la bambina – per il momento – mi sono rifiutato di vederla per paura che le conseguenze facessero aumentare la famiglia; terrà la piccola presso di sé per un mese e quindi tornerà a Lucca – o a Napoli dov’era con i suoi parenti (…) e rispedirà Allegra a Venezia”.

 

Adesso il poeta attende a una nuova opera, il Don Juan, in cui sono riconducibili nel personaggio di Inez, madre di Don Juan, tratti satireggianti della ex moglie e della madre; nonostante sia piuttosto ingrassato e invecchiato anzitempo dagli stravizi, trova ancora l’energia per vincere una ennesima sfida natatoria, compiendo in quattro ore la traversata dal Lido alla sua dimora sul Canal Grande, sconfiggendo così lo sfidante italiano, cavalier Mengaldo. Affetto dalla nascita da una malformazione al piede destro, cosa che gli avrebbe causato un certo senso di inferiorità soprattutto negli anni della gioventù, Byron era un valentissimo nuotatore che in passato si era reso protagonista di altre sfide, come la traversata dell’Ellesponto nel 1810 e quella dell’estuario del fiume Tago, in Portogallo, nel 1909: l’acqua era per lui elemento naturale, in cui poteva muoversi, veloce e sinuoso, a suo piacimento, un elemento in cui anche il suo piede equino acquistava una funzionalità sorprendente, trasformandosi da penosa menomazione a strumento d’eccellenza. Nell’aprile del 1819 inizia il II° canto del Don Juan: le sue disposizioni all’editore Murray sono irrevocabili, l’opera non dovrà subire alcuna censura o modificazione nella sua compiutezza di cinquanta canti, mentre progetta, una volta impadronitosi della lingua, di scriverne una nuova in italiano. In questo periodo Byron conosce Teresa Gamba, moglie dell’anziano conte Guiccioli, con la quale inizia una tumultuosa e appassionata storia d’amore che lo porterà ad abbandonare Venezia per trasferirsi vicino alla sua amata, a Ravenna. Teresa colpisce il poeta, oltre che per la sua avvenenza, anche per la sua cultura e per il comune attaccamento alla poesia italiana e introduce Byron negli ambienti della Carboneria, alla quale sono affiliati il padre e il fratello, conti Ruggiero e Pietro Gamba. Il menage difficoltoso con la Guiccioli, tormentato dalla sospettosa gelosia dell’anziano coniuge, metterà il poeta inglese nella imbarazzante posizione del cavalier servente, tanto da fargli balenare per qualche tempo l’idea di abbandonare l’Italia per trasferirsi in Sud America insieme alla piccola Allegra, iniziando una nuova esistenza.

Scrive all’amico Hobhouse, nell’ottobre del 1819:

 

Ci andrei con la mia figlia naturale Allegra – che ora ha quasi tre anni – ed è qui con me – e pianterei la tenda una volta per tutte. – Non sono stufo dell’Italia – ma qui un uomo dev’essere un cicisbeo* e un cantante di duetti e un conoscitore d’opera – o non è niente (…). Meglio essere un piantatore inetto – un colono goffo – meglio essere un cacciatore – o qualunque altra cosa piuttosto che un adulatore di strimpellatori – e il portaventagli di una donna (…). Peraltro ho bisogno di un paese – e di una casa – e se possibile – liberi – non ho ancora trentadue anni – potrei ancora essere un cittadino decente e fondare una casa e una famiglia – altrettanto buone o migliori delle precedenti(…)”.

 

La frequentazione del poeta con i Gamba accenderà in lui l’interesse per i moti indipendentisti della Romagna e dell’Italia in generale, nei confronti delle dominazioni straniere: la frequentazione degli ambienti della Carboneria, ai cui ideali aderisce con sincero entusiasmo e che sostiene anche economicamente, viene testimoniata da questa lettera rivolta agli insorti napoletani nell’ottobre 1820:

 

Un inglese – amico della libertà – avendo sentito dire che i napoletani permettono anche agli stranieri di contribuire alla buona causa – bramerebbe l’onore di avere accettata l’offerta di 1000 luigi la quale egli azzarda a fare ”.

 

Nel frattempo, desideroso di dare alla piccola Allegra una educazione diversa da quella inglese, decide di affidarla alla cura delle suore di un convento romagnolo, un convitto prestigioso che accoglie le giovinette provenienti dalle famiglie più abbienti dello Stato; in questo modo pensa anche di metterla al sicuro da una realtà che diviene giorno dopo giorno sempre più precaria e insicura, conscio delle difficoltà che avrebbero potuto arrecare le sue simpatie per la Carboneria. Continua febbrile l’attività letteraria, dopo aver terminato un dramma in cinque atti su Marino Faliero, doge passato alla storia per la sua opposizione alla tirannia dei Quaranta a Venezia, intraprende la traduzione del Morgante di L. Pulci, un poema cavalleresco in ottave del 1478, e continua alacremente il Don Juan, pur essendo restio a firmarlo nel timore di perdere la tutela della figlia Ada, a causa del contenuto della cui irriverenza il poeta è del resto ben consapevole. Sono passati ormai cinque anni dalla sua fuga dall’Inghilterra, un periodo di tempo che ricorda con malinconia in una lettera indirizzata ad Augusta, nell’ottobre 1820:

 

E tu? Cosa hanno fatto i tuoi 5 anni – hanno fatto della tua casa una specie di clinica di maternità (… ) in breve, siamo cinque anni più vecchi di fatto ed io almeno dieci di aspetto”.

 

Nonostante i frequenti accessi malarici, provocati dal soggiorno lagunare e dalle malsane paludi del ravennate, Byron non intende rinunciare alle sue predilette cavalcate nella Pineta, incurante delle febbri e di uno stato di salute che inizia a vacillare, presago forse della brevità della sua esistenza terrena e risoluto tuttavia nel viverla sempre più intensamente, nella sua completezza; nel frattempo la Guiccioli riesce a ottenere la separazione dal marito e si trasferisce nella casa paterna, a Filetto, dove poco distante si insedia Byron, che ormai vive la relazione in maniera più serena, come se gli ardori e le intemperanze di poco tempo prima appartenessero ad un’altra persona: per la prima volta nella sua vita è fedele, sinceramente devoto alla donna che ama e sempre più interessato alla causa indipendentista che ben si accompagna ai suoi ideali libertari; il suo sostegno alle classi lavoratrici, sfruttate e abbruttite da una vita faticosa e piena di stenti, era emerso già dai tempi londinesi, in discorsi pieni di sdegno pronunciati dal suo seggio alla camera dei Lords, opinioni che gli alienarono ben presto la simpatia della maggior parte dei deputati suoi colleghi e finirono per allontanarlo dalla vita politica; la sua attività clandestina non passa tuttavia inosservata alle guardie pontificie, che già da tempo lo tengono d’occhio, imponendogli il disarmo completo di tutta la servitù, che peraltro era già disarmata, mentre il fallimento dell’insurrezione nel napoletano e in Romagna infliggono un duro colpo al movimento insurrezionista: nel luglio del 1821 Pietro e Ruggero Gamba vengono arrestati ed espulsi dallo stato pontificio, trovando rifugio a Firenze, mentre Byron inizia la composizione del Cain amareggiato dal fallimento dei motivi patriottici, profondamente sfiduciato dall’incapacità generale dei popoli di liberarsi dalla tirannide e dal giogo di interessi ed alleanze che sempre li avvince; anche i rapporti con l’editore Murray sono alquanto tempestosi, dal momento che questi ritiene troppo accentuato il tono satirico e parodistico di alcuni passi del Don Juan, dimostrandosi restio alla pubblicazione.

 

Quanto a quel che dite sul ritoccare (..) va tutto benissimo – ma io non so lucidare – io sono come la tigre (…) se faccio cilecca col primo balzo – me ne torno ringhiando nella mia giungla – non ce n’è un secondo – non so correggere – non posso – e non voglio”.

A J. Murray, 18 novembre 1820.

 

Editore snaturato! – come – mettere in discussione i vostri stessi autori! Siete un cannibale della carta!” 16 febbraio 1821.

 

Nonostante un’accoglienza piuttosto tiepida da parte del pubblico e della critica, Byron continua alacremente alla prosecuzione dell’opera, sicuro di comporre il suo capolavoro.

Nel maggio di quello stesso anno spedisce all’editore una nuova opera, il Sardanapalo, incentrato sui temi del rifiuto alla violenza, della non azione e della contemplazione e vincolando tuttavia le sue pubblicazioni nella garanzia di non essere rappresentate in teatro, come già era successo in passato, contro la sua volontà, per il Marin Faliero, ritenendole non adatte a questo scopo; l’attaccamento nei confronti di Teresa e la consapevolezza della sua posizione politica, sempre più delicata, lo inducono ancora una volta a fuggire, lasciando lo stato pontificio a favore del Granducato di Toscana dove, grazie all’interessamento di Shelley, riesce a trovare una sistemazione a Pisa.

E’ una fatica terribile, questo amore, e mi impedisce tutti i progetti di bene e di gloria. Io volevo andare in Grecia, ultimamente (poiché tutte le cose sembrano essere laggiù) con suo fratello, che è un tipo eccellente, coraggioso (…) e infiammato per la libertà Ma le lacrime di una donna che ha lasciato il marito per un uomo, e la debolezza del proprio cuore, sono un baluardo contro questi progetti, e non mi consentono di indulgervi”.

A Thomas Moore, ottobre 1821

 

Byron giunge a Pisa nel novembre 1821, soggiornando a Palazzo Lanfranchi, sul Lungarno e subito si inserisce nella cerchia colta ed eccentrica che ruota intorno agli Shelley, a cui si uniscono anche Teresa e Pietro Gamba; il tempo trascorre sereno tra l’attività letteraria, le lunghe cavalcate, il tiro a segno in una proprietà fuori Pisa; scrive a J. Murray, nel dicembre 1821:

 

Mi sono insediato in un famoso vecchio palazzo feudale sull’Arno – abbastanza grande per una guarnigione – con segrete sotto – e celle nei muri – e così pieno di fantasmi che il dottor Fletcher (il mio valletto) ha chiesto di poter cambiare la sua stanza – e poi si è rifiutato di occupare quella nuova – perché c’erano più fantasmi che nell’altra. - E’ verissimo; - che ci sono i rumori più straordinari (come in tutti gli edifici vecchi) che hanno terrorizzato i servi a tal punto – da essermi di grave disturbo (…)”.

 

L’uscita del Cain, dedicato a W. Scott, è accompagnata da grandi polemiche e anche da minacce che non risparmiano nemmeno l’editore Murray; l’opera, incentrata sulla figura di un tormentato Caino, desideroso di conoscenza in contrasto con la figura ottusamente quieta di Abele, ma anche in polemica nei confronti di un Dio creatore dell’umana infelicità, viene giudicata empia e blasfema.

 

Questa guerra di ‘chiesa e stato’ mi ha stupefatto più di quanto non disturbi, perché veramente consideravo ‘Cain’ un lavoro speculativo e audace ma al tempo stesso, innocuo. Come ho detto prima, io sono in realtà un grande ammiratore della religione tangibile, e sto allevando mia figlia in quella cattolica perché ne abbia le mani piene .E’ di gran lunga il culto più elegante, senza eccettuare nemmeno la mitologia greca .Incenso, immagini, statue, altari, sacrari, reliquie, e la presenza concreta, la confessione, l’assoluzione – c’è qualcosa di sensato da afferrare (..)”.

A T. Moore, marzo 1822.

 

Il periodo è movimentato anche dai rapporti turbolenti con le autorità del Granducato, quando il cocchiere Tita, uno dei suoi servitori più fedeli, fin dai tempi del soggiorno veneziano, viene coinvolto ingiustamente in una rissa con alcune guardie; nonostante le suppliche e gli appelli di Byron, sarà condannato all’esilio e sistemato in seguito dal poeta a Lerici, in casa Shelley. Nel frattempo la notizia della morte improvvisa per tisi della piccola Allegra, colma di dolore e rimpianto il cuore del poeta, che decide di farla inumare ad Harrow, dove per decisione del vicario locale, sarà seppellita in una tomba priva di iscrizione, contrariamente alla volontà del padre; il breve periodo trascorso assieme alla piccola rappresenta per il poeta una parentesi serena, una sorta di compenso intimo per la perdita dell’altra figlia, verso la quale nutrirà sempre un’accorata nostalgia; la sua avventura paterna, iniziata con distacco e riluttanza, si era rivelata capace di donare al suo animo nomade una progettualità e forse anche una certa finalità di intenti che finivano sicuramente per sorprendere anche se stesso; con la morte della figlioletta, il poeta avverte ancora più acuto il senso di sradicamento, l’impossibilità di una vita affettiva stabile, la conferma di un’esistenza segnata dal distacco e dalla morte delle persone a lui più care.

L’atteggiamento sospettoso delle autorità toscane induce il poeta a trasferirsi a villa Dupuy, nei pressi di Livorno, mentre i Gamba devono ancora una volta riparare a Lucca per sottrarsi alla persecuzione della polizia. Inaspettato e tragico, un nuovo duro colpo giunge a turbare il mondo degli affetti di Byron: l’amico Shelley muore nel naufragio della propria imbarcazione, durante una violenta tempesta, al largo di Livorno; il mare restituirà i suoi resti e quelli di due membri del suo equipaggio solo dopo una decina di giorni; espletate alcune lungaggini burocratiche, giunge infine il permesso alla cremazione delle salme, che avverrà in una spiaggia assolata del litorale viareggino, alla presenza di un Byron sconvolto e nello stesso tempo affascinato dalla macabra cerimonia, come scrive lo stesso poeta all’amico T. Moore, il 27 agosto 1822:

 

Abbiamo bruciato i corpi di Shelley e di Williams sulla spiaggia per renderli adatti alla rimozione e ad una sepoltura regolare. Non puoi avere idea di che effetto straordinario abbia una simile pira funebre, su una riva desolata, con i monti sullo sfondo e il mare davanti e l’aspetto singolare che il sale e l’incenso davano alle fiamme. Tutto Shelley è stato consumato ad eccezione del cuore, che la fiamma non ha attaccato, e che ora è conservato sotto spiriti di vino.”

 

Nonostante la sua amicizia con Shelley fosse velata da un sentimento di sotterranea rivalità e spesso sottoposta ad alti e bassi di incomprensioni e riavvicinamenti, Byron continuerà ad onorare la memoria dell’amico defunto sostenendo economicamente la moglie e il figlioletto e preoccupandosi invano di far riavvicinare il padre di Shelley al piccolo orfano, in accorate suppliche rimaste inascoltate.

La vita errabonda del poeta prosegue incessante, un demone oscuro e insaziabile sembra sospingerlo senza posa, più veloce degli eventi, strappandolo da ogni luogo o affetto prima che inizino a diventare troppo importanti per lui: è la volta di Genova, dove affitta Villa Saluzzo, sulle alture di Albaro, nel settembre del 1822 insieme ai Gamba, inseparabili ormai, e dove presto sarà raggiunto da Mary Shelley, che alloggerà poco lontano; ormai il poeta è ben diverso dal brillante animatore delle serate veneziane, il peso degli anni ha lasciato un segno grave sul suo corpo e ancor più sul suo spirito: il vigore della gioventù sembra abbandonarlo, è afflitto dalla pinguedine e incline alla solitudine, la corte rumorosa e affollata che lo insegue sembra infastidirlo e comincia a fare i conti, anche economicamente, con una vita profusa a piene mani, assieme ai denari che, pur in mezzo alle perenni difficoltà, ha sempre elargito ad amici e conoscenti bisognosi. Anche le prodezze natatorie sembrano appartenere al passato: una gara con il capitano Trelawney, a Lerici, lo lascerà sfinito e malaticcio per diversi giorni:

 

Sono stato molto poco bene – quattro giorni costretto a letto nella ‘peggior stanza della peggior locanda‘ di Lerici – con un violento attacco reumatico e biliare – costipazione – e il diavolo sa cos’altro – nessun medico – tranne un giovanetto che tuttavia fu cauto e cortese e tanto basta.” A J. Murray, 9 ottobre 1822.

 

Scrive ad Augusta, proponendole ancora una volta di raggiungerlo, disposto a sobbarcarsi le spese del viaggio pur di rivederla:

 

Ho da fare a te e a tuo marito una proposta che penso vi sarebbe vantaggiosa. - Deve essere ingrato per voi vivere in quella costosa Inghilterra con una famiglia così numerosa - Se voleste venire a Nizza (cento miglia da qui) vi finanzierei il viaggio di tutta la famiglia – assolutamente gratis – e vi farei trovare una casa qui ecc. – Non puoi avere un’idea del risparmio e dell’estrema differenza delle spese per una famiglia (…) Ti troveresti anche vicina a me se questo può minimamente attirarti.- Ti assicuro che con la vostra rendita – potreste vivere non solo comodamente ma anche splendidamente (…) Io mi trasferirei da Genova a Nizza per esserti vicino – se ti facesse piacere – (ma occuperei una casa separata) o come volessi tu”.

 

Durante il soggiorno a Genova Byron ha modo di conoscere alcuni connazionali attivisti per il movimento di indipendenza della Grecia, allora provincia del vasto impero ottomano: il loro entusiasmo trascina il poeta che comincia ad accarezzare il disegno di partire assieme a Pietro Gamba alla volta di una terra per lui mito e Arcadia perduta; la sua indole inquieta sembra ridestarsi da un sonno lungo e incolore, lanciandolo ancora una volta verso l’avventura. Scrive all’amico Trelawney, nel giugno 1823:

 

Avrete certamente sentito che vado in Grecia. Perché non venite da me? Ho bisogno del vostro aiuto e sono ansiosissimo di vedervi (…) La Grecia è il solo luogo dove sia mai stato contento. Faccio sul serio, e non ho scritto prima perché avrei potuto farvi fare un viaggio a vuoto; dicono che in Grecia potrei rendermi utile. Come non lo so io e non lo sanno loro; ma in ogni caso andiamo”.

 

Forse in quest’ultima frase è da ricercare il senso dell’ultimo viaggio del poeta, all’apparenza l’ennesima scelta impulsiva di una natura irrequieta e sempre pronta a nuove sfide, in realtà decisione ponderata che ancora una volta lo proiettava verso l’ignoto, lui stesso per primo ignaro del ruolo che avrebbe assunto nella vicenda, ma consapevole dell’attenzione che la sua presenza avrebbe attirato alla causa dell’indipendentismo, consapevole altresì dei rischi dell’impresa e probabilmente lucido presago della sua stessa morte: del resto, lo sprezzo dei pericoli e della morte erano parte integrante del suo personaggio, troppo occupato a vivere intensamente la vita piuttosto che ad affannarsi nel preservarla.

Ma in ogni caso andiamo”, con lo stesso immutato ardore giovanile che lo aveva sospinto verso un’esistenza controcorrente, piena di rischi, un gioco al rilancio in cui la posta finale era se stesso, nel suo desiderio spasmodico di superare i propri limiti e quelli della vicenda umana, alla ricerca di un nuovo modo di essere, al di là delle convenzioni o buone maniere, calcolo o prudenza assennata dettate dalla società in cui ebbe la ventura di nascere per poi abbandonare verso l’esilio e infine di ritornare con gli stessi onori riservati, nei tempi antichi, agli eroi, un ruolo che il poeta, nel titanismo dei suoi versi, ha saputo interpretare, senza cedimenti retorici, in febbrile rivolta contro una civiltà ipocrita e falsa, contro ogni legge, umana o divina.1

 

 

 

 

Daniela Gremmo

 

1 Lettere tratte da Lord Byron, vita attraverso le lettere a cura di Masolino D’Amico, ed. Einaudi 1989.

Altre citazioni tratte da Byron, opere scelte a cura di T. Kemeny, ed. Mondadori 1993.