Bakchai - Scena14

 
LUCE ROSSA E BIANCA
 
Agàve(Susanna): (interagendo con baccanti Nadia e Anto che rientrano e si chinano con tirsi dritti)
Baccanti d’Asia!
Portiamo dai monti alla casa
un tralcio di edera appena reciso,
prèda fortunata.
Sènza reti l’ho acciuffato
questo giovane germOglio < di leone selvaggio>,
come puoi vedere.
Nadia: Chi è stata a colpirlo?
Agàve: Il privilegio spetta a me prima di Ogni altra.
Agàve beata mi chiamano nei tiasi.
Antonietta:  E chi altra?
Agàve: le figlie di Cadmo
dOpo di me dOpo di me
colpirono questa bélva: battuta di caccia fortunata.
Prèndi parte al banchetto! ant.
Galliana:   A che cosa dovrei prèndere parte, svènturata?
Agàve: E’ un vitellino da latte,
e da poco gli è fiorita sulle guance la peluria
sotto un élmo di capelli morbidi.
Nadia:  Te ne vanti?
Agàve:  E’ la mia gioia.
Grandi grandi imprese
ho compiuto con questa caccia.
Sono sotto gli occhi di tutti.
Antonietta:  Falla vedere ai cittadini, o infelice,
la prèda trionfale con cui sei venuta.
Agàve: (esibisce testa pubblico)
O voi che abitate la città dalle belle torri nella terra di Tebe,
accorrete a vedere questa prèda che noi, figlie di Cadmo, abbiamo catturato,
non con le lance dei Tessali munite di cinghie, né con i lacci, ben rifinite
ma con la forza delle nostre candide braccia.
Dov’è il mio vecchio padre? Che venga qui, vicino a me.
E Pènteo, mio figlio, dov’è?
Prènda una scala bèn connessa, la innalzi contro la facciata della casa
e vi monti sopra, per inchiodare ai trìglifi questa testa di leone!
L’ho catturato e adesso eccomi qui. BACCANTI DANZANO INTORNO SUSANNA
 
Cadmo: (Arriva pubblico e non guarda Agàve)
Ho saputo da qualcuno le gesta delle mie figlie,
quando èro appena giunto qui in città, all’interno delle mura,
insième con il vecchio Tiresia, dOpo avere lasciato le baccanti.
Ritorno al monte, e riporto il giovane ammazzato dalle menadi.
E nella boscaglia ho visto AutOnoe, che un giorno aveva partorito Attéone e Aristeo,
e con lei Ino, svènturate, in balia del delirio.
E qualcuno mi ha detto che l’altra, Agàve,
stava venèndo qui con passo da baccante.
èra vero, quello che ho udito: eccola qui, triste spettacolo.
 
Agàve: Padre, puoi vantarti del vanto più alto:
avere seminato le figlie di gran lunga più eccellènti tra tutti i mortali.
Ho detto tutte, ma specialmente me,
che ho abbandonato le spole presso i telai e sono giunta a azioni più grandi:
catturare fière con le mie mani.
Come vedi, porto tra le mie braccia questo trofeo che ho conquistato
affinché venga appeso alla facciata del tuo palazzo.
E tu, padre, accoglilo nelle tue mani.
Invita gli amici a banchetto, per l’orgOglio della mia prèda.
Beato, tu sei, beato, per questa nostra impresa!
 
Cadmo:  O strazio smisurato, su cui non si può posare lo sguardo! LA GUARDA
Con le vostre mani sciagurate avete assassinato un uomo.
Bella vittima hai immolato agli dei!
E ora inviti a banchetto Tebe e me!
ÓIMOI per la tua disgrazia innanzi tutto, e poi per la mia!
Il dio, il signore Bromio, ci ha devastati certo giustamente; ma troppo.
Proprio lui, che appartiène alla nostra stessa stirpe.
 
Agàve:  Come è intrattabile negli uomini, la vecchiaia dallo sguardo accigliato!
Potesse mio figlio divèntare un valènte cacciatore, proprio come sua madre,
avvèntandosi contro le fière in compagnia dei giovani tebani!
Ma lui sa soltanto combattere contro gli dei.
Dèvi richiamarlo all’ordine, padre!Chi me lo va a chiamare,
affinché venga qui davanti a me e assista alla mia gioia?
 
Cadmo: PHÉU PHÉU quando vi rènderete conto di quello che avete fatto
soffrirete uno strazio terribile.
Se resterete per sèmpre nella condizione in cui siète adesso,
certo non sarete felici, ma vi illuderete di non essere infelici.
Agàve: Che cos’è che non va in tutto questo? Che cosa ti fa male?
Cadmo:  Innanzi tutto volgi lo sguardo al cielo.
Agàve: Ecco, ma perché mi hai detto di guardarlo? 
Cadmo: E’ uguale a prima o ti sembra che sia cambiato?
Agàve: C’è più luce, è più limpido.
Cadmo:Sei ancora sconvolta, dentro di te?
Agàve: Non capisco che cosa vuoi dire.
Ma in qualche modo sto ritornando in me.
Prèndo le distanze da quello che pènsavo prima.
Cadmo:Puoi starmi a sèntire, e darmi rispOste chiare?
Agàve: Non ricordo più quello che ci siamo detti prima, padre.
Cadmo:A quale palazzo ti accompagnarono gli inni nuziali?
Agàve: Mi désti in sposa a uno degli Uomini Seminati, dicono, a Echìone.
Cadmo: E chi è il figlio che hai dato al tuo spòso in questa casa?
Agàve: Pénteo, frutto dell’unione tra me e suo padre.
Cadmo:  E allora di chi è la testa che tièni tra le braccia?
Agàve: Di un leone, a quanto dicevano le cacciatrici.
Cadmo: Osservalo bène: non ti costa molta fatica, guardarlo.
Agàve: ÉA cosa vedo? Che cosa è questo che tengo tra le mani?
Cadmo: Guardalo attentamente e comprèndi con più chiarezza.
Agàve: Povera me, vedo lo strazio più grande!
Cadmo: Ti sémbra che somigli a un leone?
Agàve: No, povera me! E’ la testa di Pènteo che stringo tra le mani! 
Cadmo: E io ho pianto per lui già prima che tu lo riconoscessi.
Agàve: Chi è stato a ucciderlo? Come ha fatto ad arrivare nelle mie mani?
Cadmo:  Verità straziata, come sei giunta inopportuna!
Agàve: Parla: il cuore sobbalza a ciò che sta per accadere.
Cadmo:  Lo hai ucciso tu e le tue sorelle.
Agàve: Dove è morto? In casa? O dove?
Cadmo: Dove le cagne avevano sbranato Attèone.
Agàve: E perché questo infelice era andato sul Citerone?
Cadmo: Voleva venire a irridere il dio e il tuoi baccanali.
Agàve: E noi come èravamo giunte lassù?
Cadmo: èravate possedute dal delirio, e tutta la città èra invasata da Bacco.
Agàve: E’stato Dioniso ad annièntarci: adesso lo capisco.
Cadmo:  èra stato oltraggiato da voi: non credevate che fosse un dio.
Agàve: E dov’è, padre, l’adorato corpo di mio figlio? E che cosa aveva da spartire Pènteo con il mio delirio?
Cadmo: era come voi: non voleva venerare il dio. RIVOLTO AL PUBBLICO
E’per questo che Dioniso ha coinvolto tutti in una sola devastazione, voi e lui,
al punto da distruggere la casa e me, che non ho figli maschi
e vedo questo germOglio del tuo vèntre, o sciagurata,
morto nel modo più oscèno e più atroce.
A lui guardava la casa – èri tu, figlio, a tenerla insième, la mia règgia,
tu, figlio di mia figlia, terrore della città:
guardandoti, nessuno si azzardava a offèndere questo vecchio,
perché glièla avrésti fatta pagare, come meritava.
Ma adesso sarò cacciato via dalla casa, sènza onore,
io, Cadmo, il grande, che seminai la stirpe dei Tebani
e ne mietei la magnifica mèsse.
O tu che sei il più caro tra tutti gli uomini – anche se sei morto
ti annovererò tra le persone più care, figlio mio –
non mi sfiorerai più il mento con la tua mano
né mi abbraccerai chiamandomi padre di tua madre, figlio,
e dicèndomi: “Chi ti fa torto? Chi ti disonora, vecchio?
Chi ti affligge e sconvolge il tuo cuore?
Dillo a me, e io castigherò chi ti offènde, o padre”.
Ma adesso io sono infelice, e tu sei nella svèntura,
tua madre è degna di pianto, e svènturate sono le Sue sorelle.
Se qualcuno disprezza gli dei, guardi a questa morte, e li onori.
 
LUCE BIANCA E GIALLA