Carlo Alberto Papini

Breve biografia di Ignacio Sanchez Mejias

"IO NON VOGLIO VEDERLO!"
Così termina il secondo dei quattro componimenti poetici di Federico Garcia Lorca dedicati al torero Mejias, dal titolo Il sangue sparso, dove più e più volte il poeta spagnolo ripete, quasi in maniera ossessiva, che no, non vuole vedere il sangue di Ignacio sull'arena.

Non chiedermi se sarà domani

Non chiedermi se sarà domani
o fra mille anni,
ma quel giorno che sentirai il tuo nome
battere sui vetri
confuso
fra folate acute di libeccio,
prova a cercarmi.
Non sarà il primo, nè il secondo,
ma il terzo giorno di pioggia
consecutiva.
Guarda oltre il tuo balcone,
oltre la barriera delle palme
e dei pini, la sera.
Sarò là, vicino al mare uggioso,
fradicio di pioggia e di amore,
incurante del vento e della notte,
sciocco e sublime eroe dell'irreale.
Cavaliere errante della Mancia
romatico e ridicolo
come colui che ama un sogno,
aspetterò ostinato un tuo sguardo,

Le ombre della luna

Erano le ombre fluttuanti della luna
che passavano sul mare
e sui miei pensieri
come cervi dalle lunghe corna
e volpi dal pelo fulvo
e neri uccelli
notturni
o altri animali
dalle forme insignificanti,
inquieti
alle livide fiamme del bosco.
Laggiù risplendavano
liquidi zaffiri puri
freddi,
oblianti come la mia paura
che mi chiamava...
volevo che le spume
infrangessero la loro corsa
sui miei piedi, sulle mie gambe
e sul mio corpo ferito d'acqua.
Abbandonarmi a spirali di vertigini,
e scivolare in un latteo abisso
fra pesci sconosciuti
e crestacei giganteschi,

Deliri di un vecchio ottuagenario malato

Toglietemi questa corazza
di ferro puro,
strappatemi queste funi
di acciaio temprato,
liberatemi da questa palude
maleodorante
che impedisce le mie gambe,
le mie braccia e il mio tronco,
vuota carcassa
di un gigantesco crostaceo.
Ogni ingranaggio, ogni molecola
urla e piange il dolori di artrosi,
di vecchie ferite, di respiri
asmatici,
di aritmie quasi mortali,
di marasmi senili...
Non voglio, non voglio,
non voglio più vivere così,
come il più misero degli infelici
in preda a sogni senza tempo,
dove le ore del giorno si confondono
con le ore della notte,

Ascoltando lo sciabordio dell'onda sulla roccia

Non voglio vedere la falce affilata,
nè sentire il respiro rantolante e l'alito
di sepolcri scoperchiati,
nè provare terrore al grottesco, agghiacciante,
irregolare battito del mio orologio...
Non voglio morire lentamente
in squallidi ospedali di periferia
fra marasmi senili e vertigini del tempo,
prigioniero di negligenti chirurghi
dalle mani insanguinate.
Quando sarà la mia ora
lasciatemi, amici miei,
cullato dalle spume del mare,
depositatemi, vi prego fra le onde della baia
alla Venere Azzurra,
in un freddo, freddissimo mare d'inverno.

Guardando una foto color seppia

Lontano,
sullo sfondo di atmosfere sbiadite,
stanno bianche case calcinate
e colline.
Un antico muro di sassi,
un piano d'erba
dai fili aguzzi
e un ramo fronzuto, forse d'olivo,
ci ripara dal tempo immoto.
Mio padre ha vene forti
sulle braccia.
E il cappello gli ombreggia il viso
malinconico
che pare nascondere
un destino non lontano.
Noi figli eravamo ancora lucenti
d'acqua del Vara e di giovinezza.
Era d'agosto, un giocoso agosto
perduto.
Ho solo frammenti di ricordi
ora,
come di immagini
lasciate in spazi siderali.
Che srà di quel luogo:
il muro sarà già maceria?

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