Rainer Maria Rilke

poeta studiato

IX. (Sonetto a Orfeo)

 
Solo chi già alta levò la lira
anche tra le ombre
può nel presentimento trarre
lode infinita.
 
Solo chi ha gustato coi morti
il papavero
anche il suono più lieve
mai riperderà.
 
A noi s'offuschi spesso
il riflesso dello stagno:
Sappiamo l'immagine.
 
Solo nel doppio regno
divengono le voci
eterne e dolci.
 

X. (I sonetti a Orfeo)

La macchina minaccia ogni conquista finché osa
abitare lo spirito invece di obbedire.
Perché non abbia vanto l'esitante bellezza della mano,
squadra netta la pietra al calcolato edificio.

Mai ci dà tregua, mai che appartenga solo
a se stessa, oleosa nella fabbrica muta.
E' la vita - e si crede più forte di ogni cosa,
lei che con un sol tratto crea e distrugge.

Ma ancora il vivere ha per noi segreti: in cento
luoghi è ancora origine, gioco di forze pure,
e chiunque le tocchi s'inginocchia e ammira.

Nascono ancora leggere parole vicine all'Indicibile...

V. (I sonetti a Orfeo)

Muscolo floreale che nell'anemone
schiudi l'alba dei prati a poco a poco,
finché dai cieli sonori nel suo grembo
si riversa la luce polifonica,

nella quiete della corolla teso
muscolo del ricevere infinito,
talora da pienezza così vinto
che l'invito del riposo al tramonto

non può più richiamare indietro gli orli
della corolla già tutti riversi:
quanti mondi decide la tua forza!

Noi duriamo più a lungo, noi violenti.
Ma quando, in quale fra tutte le vite,
ci apriremo a ricevere anche noi finalmente?

II. (I sonetti a Orfeo)

Ed era quasi una fanciulla che emergeva
dal felice accordo del canto e della lira
e chiara raggiò tra i suoi primaverili veli
e un giaciglio si fece nel mio orecchio.
 
E in me dormì. E tutto fu il suo sonno.
Gli alberi, che sempre ammirai, e questa
percepibile distanza e il sentire dei prati
e quello stupore, che tutto m'afferrò.
 
Dormiva ella il mondo.

I. (I sonetti a Orfeo)

E ascese un albero. O puro trascendere!
Orfeo canta! Oh alto albero che nell'orecchio sorge!
E tutto tacque. Ma anche in quel tacere
fu un nuovo inizio, segno e metamorfosi.

Uscirono animali di silenzio dal chiaro
dal liberato bosco, da tane e da cespugli;
e fu palese che non per astuzia,
non per paura in sé chiusi tacevano, ma intenti

stavano ad ascoltare. Ruggiti, gridi, bramiti
parvero affievoliti in loro. E ove prima era
meno di una capanna a ricevere la loro voce,

un nascondiglio di indistinte brame
con un accesso i cui stipiti tremano -

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