Righe scritte nella baia di Lerici

Lei mi lascia nel tempo silenzioso
quando la luna cessa di arrampicarsi
sull’azzurro viottolo del paradiso ripido
e come un albatros addormentato
in equilibrio tra le ali illuminate
si libra nella notte violacea
alla ricerca del suo nido
sull’oceano nelle camere ad occidente.
Mi lascia, ed io resto solo pensando
ad ogni tono anche se, silenzioso al mio orecchio,
odo le note che muoiono mentre nascono e
tuttavia si rifugiano tra gli echi del colle.
E ancora avverto, oh anche troppo avverto,
la dolce vibrazione del suo tatto come se,
ancora adesso, la sua mano delicata e tremante
sfiorasse leggera la mia fronte; e così, sebbene
lei sia assente, la memoria mi dona tutto ciò
che nemmeno la fantasia oserebbe pretendere.
La sua presenza rende fragile e scialba ogni passione,
tanto che io vivo solo, nel tempo che dovrebbe essere
nostro il passato e il futuro sono dimenticati
quasi non fossero mai esistiti né dovessero esistere;
ma d’improvviso l’angelo custode scompare mentre
il demonio riesuma il suo trono nel mio cuore debole
ed io non oso esprimere alcuno dei mie pensieri poiché
sono così turbato e fragile che mi siedo e ammiro le navi
planare incontro all’oceano vasto e scintillante
come carrozze alate dello spirito mandate a solcare
un elemento più sereno per un officio sconosciuto e lontano
come se una stella elisia veleggiasse alla ricerca di una pozione
per curare un malessere pungente e dolce, tale e quale al mio
e il vento che dà ali al loro volo giunge fresco e leggero
dalla terra e la fragranza dei fiori alati e la freschezza
delle ore di rugiada e il dolce tepore lasciato dal giorno
si perdono nella baia luccicante.
E il pescatore con il suo lume e la sua fiocina
lambisce le rocce umide e basse avanza furtivo
e infilza i pesci che giungono a venerare la fiamma ingannevole.
Troppo felici colore il cui piacere appagato estingue tutti i sensi
e i pensieri del rimpianto, che il piacere stesso lascia
distruggendo solo la vita, non la pace.