Dal personaggio mitologico orfico al poeta contemporaneo

Orfeo, figlio di Apollo, il Dio della musica e figlio di Calliope, Musa del canto, fu il primo e più famoso poeta e musicista mai esistito. Da Apollo ricevette in dono la lira e le Muse gli insegnarono ad usarla, e non soltanto egli ammansì le belve e fermò gli uccelli intorno a lui, ma anche alberi e massi si mossero per seguirlo incantati dal suono della sua lira e dalle sue rime inneggianti l’amore. A Zone, in Tracia, antiche querce di montagna sono ancora adesso disposte secondo lo schema di una delle sue danze, così come Orfeo le lasciò. Dopo il viaggio in Egitto, Orfeo si unì agli Argonauti e con loro raggiunse la Colchide, li aiutò con i suoi canti e la sua musica a superare grandi difficoltà, e al ritorno, sposata la ninfa Euridice, si stabilì presso i Ciconi, selvaggi abitatori della Tracia. Nei pressi di Tempe, nella vallata del Peneo, fiume della Tessaglia che sfocia nel golfo di Salonicco, Aristeo, figlio di Apollo e della ninfa Cirene, cercò di usare violenza nei riguardi di Euridice, che fuggendo inciampò in una serpe e morì per il suo morso velenoso. Poliziano scrisse:
 
Silenzio, udite: fu un pastore,
figliuolo d’Apollo, chiamato Aristeo,
costui amò con sì sfrenato ardore
Euridice, che moglie fu di Orfeo,
che seguendola un giorno per amore
fu cagion del suo caso acerbo e reo;
perché, fuggendo lei vicina all’acque,
una biscia la punse e morta giacque.1
 
Orfeo coraggiosamente discese nell’Oltretomba, incantando non soltanto Caronte, il traghettatore, ma anche Cerbero, il cane a tre teste. Dante Alighieri, nella “Divina Commedia” sa descrivere così il cane a tre teste:
 
Cerbero, fiera crudele e diversa,
con tre gole caninamente latra
sopra la gente che quivi è sommersa.
Li occhi ha vermigli, la barba lunga e atra,
e il ventre largo, e unghiate le mani;
graffia li spiriti, scuoia e disquatra.2
 
Orfeo con la sua musica armoniosa e dolce fece cessare temporaneamente le torture dei dannati, i loro dolori e i loro lamenti e tutte le anime dei defunti accorsero dai più remoti angoli delle tenebre, e placò anche i cuori duri di Ade e Persefone suonando davanti a loro la sua lira e implorando come scrisse Poliziano:
 
O regnator di tutte quelle genti
c’hanno perduto la superna luce,
udite la cagion dei miei lamenti.
Pietoso Amor dei nostri passi è duce:
non per Cerber legar fei questa via,
ma solamente per la donna mia.
una serpe tra i fior nascosta e l’erba
mi tolse la mia donna, anzi il mio core,
ond’io meno la vita in pena acerba,
né posso più resistere al dolore.
Ma se memoria alcuna in voi si serva
del vostro celebrato antico amore,
se la vecchia rapina in mente avete,
Euridice mia bella mi rendete.3
 
Riuscì Orfeo ad ottenere in questo modo la restituzione di Euridice al mondo dei vivi, dovendo osservare però una condizione imposta da Ade: quella di non voltarsi finché la sua sposa non fosse giunta alla luce del sole. Orfeo si volse, per troppo amore o forse, per poca fede, per vedere se Euridice era con lui e così la perdette per sempre. Anche se non per amore passionale, altri sono stati i personaggi del periodo classico che riuscirono a discendere e risalire dall’Oltretomba. Limitandoci ai più noti, si possono citare il platonico Er, Teseo, Ulisse ed Enea.
 
Uscita dal corpo, la mia anima si incamminò insieme alle altre e giunse in un luogo meraviglioso dove si scorgevano quattro immense aperture: due sprofondavano nel buio della terra,e due davano accesso al cielo. Proprio in mezzo alle aperture sedevano i giudici; costoro invitavano i giusti a deviare a destra per raggiungere il cielo, e gl’ingiusti a imboccare la strada degli Inferi. I primi portavano scritti sul petto i loro meriti, mentre i secondi avevano sul dorso l’elenco di tutte le loro malefatte”.4
 
Teseo, come scrisse Orazio, discese nell’Oltretomba sia per suo desiderio che per suggerimento perfido di Zeus, sperando di poter rapire Persefone, ma rimase prigioniero di Ade e riuscì a fuggire e risalire dall’Oltretomba solo per l’arrivo e la forza di Eracle.5 Ulisse con l’aiuto della maga Circe superò “i confini dell’Oceano profondo” raggiungendo così il mondo dei morti ed il suo scopo, cioè quello di poter parlare con l’anima del grande indovino Tiresia:
 
“O divino figlio di Laerte, o Odisseo pieno di astuzie, come ardisti venir nell’Ade, dove i morti privi di sensi dimorano?” E Ulisse a lui: “O Achille, figlio di Peleo, tra tutti gli Achei di certo il più valoroso, sono qui per farmi dire da Tiresia i pericoli a cui andrò incontro tornando a Itaca. Nessuno più di te, comunque, può essere lieto, giacché prima, tra i vivi, eri onorato al pari degli Dei, e ora tra i morti conservi ancora il tuo potere!” “Non abbellirmi la morte, o illustre Odisseo!” Replicò con amarezza Achille. “Preferirei essere schiavo sulla terra di un uomo povero, piuttosto che il primo tra tutti i defunti!”.6
 
Enea, consigliato ed accompagnato dalla Sibilla di Cuma, giunse nei Campi Elisi, e così riuscì a rivedere suo padre Anchise:
 
“Poiché si dice che la porta degl’Inferi e la tenebrosa palude formata dal rigurgito dell’Acheronte si trovino in questi paraggi, mi sia concesso di giungere al cospetto dell’amato padre: io lo sottrassi alle fiamme e ai mille dardi degli Achei, portandolo sulle spalle. Ora, ti prego, o Divina, indicami se puoi la giusta via e apri le sacre porte. Avrai pietà, così facendo, del figlio e del padre!” E la Sibilla a lui: “O nato da sangue divino, o figlio di Anchise, è facile scendere nell’Averno, la cui porta è sempre aperta. Più difficile, invece è il ritorno. Ma se davvero vuoi affrontare la prova, allora cerca nel folto del bosco un ramoscello carico di foglie d’oro e portalo in dono a Proserpina. In quel caso, e solo in quel caso, io stessa ti farò da guida".7
 
Solo Dante Alighieri, come Orfeo, discese negl’Inferi per merito dell’amore verso una donna; nella “Divina Commedia”. Dante, dopo la proposta del Poeta Virgilio, segue una nuova via per poter giungere alla contemplazione di Dio, alla vetta luminosa; è una via aspra e terribile, snodata nei regni dell’Oltretomba; Dante si avvia verso quella soglia solo dopo che Virgilio lo informa che questo privilegio gli è stato concesso per le preghiere di una donna benedetta, Beatrice, alla quale sta tanto a cuore la sua salvezza. Virgilio lo guiderà attraverso i luoghi del peccato e della purificazione, mentre Beatrice attraverso il regno della beatitudine. Nei personaggi mitologici citati troviamo in tutti il segno di un’esperienza orfica, in tutti il timore di non riuscire a superare il varco delle tenebre, tanto che ognuno di loro ha bisogno di essere aiutato da forze fisiche o magiche, probabilmente perché tutti stanno al Fato, ad un destino già comandato. Soltanto Orfeo e Dante si avvalgono della potenza dell’amore e della musicalità della poesia e accettato l’inevitabile vogliono portare a termine il loro percorso fortificati dal loro amore, spinti dalla melodia o dalla fede considerando la luce come unica meta. Il mito di Orfeo nelle sue sfaccettature è presente ancora oggi e ci accompagna in poeti che pur non esprimendo esperienze simili a quelle di Orfeo ne hanno assorbito, consciamente o meno, lo stile intriso di melodia, di senso di armonia con la natura, d’illusione di spazio e tempo, spinti dalla musicalità permeata da un forte sentimento amoroso e passionale. Molti poeti, come Campana e D’Annunzio, Pascoli, Baudelaire, Rilke, presentano tratti orfici che si rintracciano anche in altri tre poeti che mi hanno particolarmente affascinato: Jiménez, Salinas e Ritsos. Juan Ramon Jiménez, poeta spagnolo nato nel 1881 è premio Nobel per la Letteratura nel 1956. Nei suoi versi sa fare coesistere frenesia e ansia con la volontà di depurare la tensione della parola, presenta immagini che proiettano la persona amata nel presente e nel ricordo celebrando speranze o illusioni. Usa e bene ogni simbolo della natura: dalle foglie all’acqua libera, al corpo nudo, riesce a folgorare e folgorarci con luci che si nascondono e improvvise ricompaiono. In più versi arde il fuoco del voler uscire da sé senza restare prigioniero nell’altro, ma restando nell’altro e in se stesso, cercando come spirito una canzone di lei pari ad un fiore eterno come potrebbe per lui essere un cuore. Per assaporare concretamente l’orfico che si trova in Jiménez è sufficiente leggere dal libro “La stagione totale” i versi della breve poesia “Il giorno bello8:
 
E in tutto nuda tu.
Ho visto l’aurora rosa
e il mattino celeste,
ho visto il meriggio verde
e ho visto la notte azzurra.
E in tutto nuda tu.
Nuda nella notte azzurra,
nuda nel meriggio verde
e nel mattino celeste,
nuda nell’aurora rosa.
E in tutto nuda tu.
 
In tante altre poesie esistono versi pienamente orfici come “Con fatale lamento9 : Il cavallo più rosso / trasse dal mare eretto, / in doppia onda incolore, / la più candida donna. Anche dal libro “Pietra e cielo10 è facile trovare rime orfiche: La musica! / …Si figge / in mezzo al cuore, la rosa dischiusa / delle voci universe che non parlano. Sarebbero ovviamente innumerevoli e sublimi gli esempi da poter riportare. Il poeta Pedro Salinas, anch’egli spagnolo, è nato nel 1892. È inevitabile, restando nel tema orfico citare il suo libro “La voce a te dovuta”: una raccolta formata da settanta componimenti che nella loro compattezza tematica si presentano come un unitario poema d’amore. Sin dai primi componimenti s’intuisce un destinatario ed un interlocutore femminile; alla serietà del sentimento amoroso si unisce un’impressione di immaterialità e divinità della parola poetica. Il poeta dialoga con l’amata anche se in situazioni diverse: definizione e conoscenza, attesa trepidante della gioia, esaltazione dell’incontro, la realtà del ricordo, dubbio e dolore, anche se in fasi non successive ma alterne. Il poeta sottotitola “La voce a te dovuta” con la parola “poema”: è un chiaro messaggio per una lettura continuata e distesa, ed è giusto perché il tessuto completo dell’opera forma un vero e proprio canzoniere amoroso. Già dalle prime rime vengono offerti esempi orfici dove abbondano le testimonianze di presenze naturali, vive e melodiche:
 
(I)
Tu vivi sempre nei tuoi atti.
Con la punta delle dita
sfiori il mondo, gli strappi
aurore, trionfi, colori,
allegrie: è la tua musica.
La vita è ciò che tu suoni.11
 
Esistono immagini perfette anche in tutto il resto della composizione, parole che incantano e disincantano anche per la loro materializzazione dentro cerchi di rime magiche e quasi illusorie come:
 
(III)
… E per trovarti, cessare
di vivere in te, e in me,
e negli altri.
Vivere ormai di là da tutto,
sull’altra sponda di tutto
per trovarti –come fosse morire.
 
Ghiannis Ritsos, poeta greco contemporaneo, è nato nel 1909; amando l’uomo, Ritsos ha saputo portare la sua poesia all’orfico, alla musicalità della sua cetra, alla natura: quella lama di luce invasa dal pulviscolo astrale e dall’impeto dei rumori portati da stanza in stanza e dalla strada. Nel libro “Quarta dimensione12 ci spostiamo con il poeta vicino a personaggi come Crisòtemi: “…Ma quell’esiguo silenzio restava come una macchia viola nell’aria colma di luce”. Ismene: “…Il destino, come dicono, ci imprigiona nel cerchio dell’inattuabile / per farci ruotare intorno al pozzo in fondo al quale è chiuso, oscuro e inesplicato, il nostro volto”. Fedra: “…Le mie ombre non si fondono col buio; anzi, al contrario, / conquistano la notte tutt’intera”. Elena: “…Allora / gettai i due fiori dai seni e dai capelli; - il terzo / lo tenevo ancora tra le labbra; - lì gettai ai due lati delle mura”. Persefone: “…Sulla mia schiena sventolava come una bandiera; / la calura; / mi bruciava i capelli; migliaia di stelle sottilissime lampeggiavano, / una per ogni capello, con colori a cinque raggi”. Anche nel libro “Erotica13 troviamo i colori della natura, il tempo di uno spazio illimitato viene racchiuso con poche rime calde e musicali come in:
 
Due monti
due corpi
un albero
e il fiume lungo
fino giù al mare f
ino all’altro porto
con le osterie
i rematori
e le botteghe dei fabbri –
c’è anche la musica.
 
Ed anche in:
 
Come spicca
nella notte
una rosa,
un riccio di mare
senza luna?
Nudi stiamo
Sopra le maschere.
Eretti”.
 
Sandro Zignego 
  1. 1. Poliziano, Fabula di Orfeo, I.
  2. 2. D. Alighieri, Inferno VI, 12.
  3. 3. Poliziano, op. cit., 189.
  4. 4. Platone, Repubblica X, 614 c.
  5. 5. L. De Crescenzo, I grandi miti greci, ed. Mondadori, 1999.
  6. 6. Omero, Odissea XI, vv. 473 - 491.
  7. 7. Virgilio, Eneide VI, vv. 124 - 137.
  8. 8. J.R.Jimenez, La stagione totale, ed. I Passigli.
  9. 9. J.R.Jimenez, op. cit.
  10. 10. J.R.Jimenez, Pietra e cielo, Passigli Editore.
  11. 11. P.Salinas, La voce a te dovuta, G. Einaudi editore, 1979.
  12. 12. G. Ritsos, Quarta dimensione, Crocetti Editore, 2001.
  13. 13. G. Ritsos, Erotica, Crocetti Editore, 2002.