Si dice che i Miti e gli Dei siano scomparsi lasciando al loro posto, dentro all’inconscio dell’uomo, le nevrosi. Non è così: le nevrosi sono sempre state dell’uomo e nell’uomo: successivamente sono state rappresentate tramite i miti e gli Dei. Il Mito orfico è soprattutto la tragedia dell’uomo che venuto a conoscenza della morte non l’accetta e che quindi inizia un percorso tanatologico, partendo dalla musica e dalla parola. Un tentativo che, aldilà del risultato, rappresenta la partenza per un lungo viaggio. Oggi le tecniche rianimatorie riescono a resuscitare persone che sino a poco tempo fa sarebbero senz’altro scomparse. Ogni tecnica clinica si avvale comunque e sempre, nel suo completamento, della musica e della parola, che acquistano una valenza terapeutica insostituibile. Lo spirito vitale può essere ricondotto ad un corpo inanimato a condizione che ci sia l’amore fuori da ogni misura possibile, la fede, il credere che la vita è possibile anche dopo la morte. Il Messia che cammina sulle acque senza specchiarvisi, trae Lazzaro fuori dal sepolcro con la parola supportata dal carisma e dalla fede. Asclepio, il padre della medicina, resuscita Glauco con delle erbe portate da un serpente. Orfeo riesce quasi a liberare Euridice dall’Ade con la musica e la profonda ispirazione che trasmuta la parola in poesia. Euridice come figura simbolica si pone fra Eva e la Madonna. Eva viene raffigurata sempre a colloquio con il serpente attorcigliato all’albero della conoscenza in una spirale ipnogogica che porta al piacere, al sonno e alla morte. La Madonna invece, nelle iconografie classiche, schiaccia la testa di un serpente con il tallone sinistro, e vincendo la tentazione riscatta la purezza perduta da Eva. Euridice fugge dal suo violentatore Aristeo, ma viene morsa da un serpente, e come creatura fuggitiva e debole soccombe, incapace di difendersi dalla forza strisciante che proviene dagli inferi, divenendo un terzo personaggio i cui contorni caratteriali sfumano fra la Santa e la tentatrice: una Dafne che mantiene la sua verginità morale non grazie all’intervento degli Dei, ma per il morso di un animale che lei non riesce a dominare. Il serpente è contrapposto all’uomo nella distinzione dagli altri animali. L’uomo è situato all’apice di un lungo sforzo genetico. Il serpente, creatura fredda senza piedi, mani e piume viene considerato erroneamente all’inizio di questa mutazione. Difatti il pitone conserva un piede vicino all’estremità caudale, inequivocabile segno di una mutazione genetica alla rovescia, di un animale che si è rifugiato nell’oscurità per sfuggire agli inferi della terra, al torbido mondo voluto e costruito dall’uomo. Uomo e serpente sono rivali, opposti e complementari. C’è molto del serpente nell’uomo, nelle parti meno controllate da lui. Il serpente incarna la psiche inferiore, la parte oscura, ciò che è raro, incomprensibile, misterioso. Il serpente abita gli antri profondi della coscienza e quelli profondi della terra. E’ enigmatico, segreto, imprevedibile, improvviso come le sue metamorfosi. Il serpente rappresenta un complesso archetipico legato al freddo, alla notte sotterranea delle origini. La via dei bassofondi deve precisamente riflettersi nella coscienza diurna sotto la forma di un serpente. Sul piano umano è il doppio simbolo dell’anima e della libido, e per questo potrebbe essere uno dei più importanti archetipi umani. L’ouroboros, il serpente che si morde la coda, è il simbolo dell’uomo che non riconosce se stesso nei suoi simili e li ingoia. La coda è una parte inferiore del corpo non riconosciuta materialmente e quindi rimossa. Non riconoscere la propria coda è non riconoscere se stessi negli altri. La circonferenza viene a completare il centro per suggerire l’idea stessa di Dio. L’uomo pensa sempre a Dio in qualsiasi manifestazione materiale e spirituale. Si può dire che Dio è l’ossessione dell’uomo, anche perché Dio solo è l’unico a poterne garantire l’immortalità. Cercare Dio senza crederci è la più grande superstizione dell’uomo e anche il rigetto dell’idea della morte nel suo mancato superamento. È che il serpente da sempre comprende le colpe che non sono degli uomini, ma di Chi si è sforzato di crearli imperfetti: la sopportazione della vita è la disciplina alla quale loro si attengono dentro all’imperfezione manifesta dell’esistenza. Ma il serpente nel Paradiso Terrestre è anche Lilith, la donna prima di Eva, nata dalla terra e non dalla costola di Adamo e quindi non sottomessa ma alla pari con l’uomo. Lilith-serpente è la nemica di Eva, l’istigatrice degli amori illegittimi, la perturbatrice delle unioni coniugali. Il suo domicilio è sul fondo del mare, o nei recessi oscuri della terra: il suo compito è quello di disturbare la vita degli uomini e delle donne. Ella è paragonata alla luna nera , all’ombra dell’inconscio, alle pulsioni oscure. L’uomo arranca e vinto dagli anni si addormenta nella consapevolezza piena del dolore dell’abbandono. Quale stagione dell’oro, se non quella della solitudine, in un mondo estinto dove lo sguardo non fa più prigionieri? Ma nella solitudine si aggiunge all’uno il suo contrapposto: quello che lo studia e lo tormenta, e che fa del dialogo con il serpente la primigenia del dubbio sull’origine divina dell’uomo. La donna compare non come compagna in un mondo incantato, ma come interprete strisciante del mistero torbido che giace nel fondo del nostro ignoto: il suo dialogo con il serpente deriva dalla reciproca affinità elettiva, e si conclude con un patto di distruzione ad oltranza della vittima che preferisce poi cedere complicemente alla tentazione in un supremo atto di ribellione a una creazione non richiesta. L’immagine di una donna che interpreta la tentazione intrattenendosi con un serpente infido e all’apparenza domestico, si contrappone all’altra idealizzata nella Venere Celeste che prende l’uomo bambino fra le braccia per proteggerlo dall’ofide che finisce schiacciato. Una donna suprema che ricacciando la tentazione agli Inferi, evoca a se la protezione della specie, proiettandola in un futuro di credibile venerazione e purezza: una donna madre che ha superato le barriere poste dall’istinto ai comportamenti umani. Fra le due donne, una interprete della tentazione e dell’appagamento, e l’altra invece come affermazione della purezza attraverso una carnalità negata, manca la figura di una terza, sacrificata suo malgrado prima di essere strega o santa. Non si può predire il destino a chi già lo ha avuto per intero. Euridice, creatura soave, fuggendo da Aristèo per non essere violata, soccombe al morso del serpente traditore. Sembra chiudersi attorno alla sua figura la possibilità di ogni altra figura, anche se nella mitologia esistono altri personaggi simili, come ad esempio la ninfa Dafne che per sfuggire ad Apollo muta in pianta di alloro, o come la naiade Siringa che per non essere violata da Pan diviene una canna palustre. La sospensione del personaggio nel Limbo dell’incompletezza non ne può fare ne una santa ne una strega, ma una vittima predestinata di un’umanità maschilista. Immolata nel tempio della vita, la sua discesa agli Inferi rappresenta la sconfitta di ogni giustizia e l’impossibilità della sua affermazione: il perseguitato che non sopravvive al suo persecutore senza esserne complementare volontariamente costituisce la fine intuitiva della civiltà. Alla figura delle tre donne si affiancano gli archetipi dei miti maschili. Apollo, la bellezza allo stato puro che tutto ciò che vede vuole. Dioniso, la bellezza brutale che tutto ciò che desidera si prende. Orfeo è invece la bellezza dell’anima che incanta la natura e gli uomini con il suo canto e la sua musica. Nell’ispirazione il corpo viene superato come nell’estasi: la parola introduce all’esperienza mistica culminante nella visione. Nella sua discesa agli Inferi Orfeo si preoccupa di entrarci vivo, ed è incapace di immolarsi per amore: teme la morte quanto un comune mortale. Anche lui nel quotidiano combatte la sua guerra per un territorio immaginario dove non esiste neppure la polvere. Se ci si volta, non si crede. Se si guarda il risultato dei nostri sforzi, non si ha fede. Se temiamo di non essere seguiti, siamo soli. Se abbiamo bisogno di riscontri per ciò che componiamo, vuol dire che temiamo la loro vanità. Noi esistiamo dentro il limite del nostro sguardo e la nostra anima arriva fin dove la parola riesce a spiegarci. Tutti i nostri sensi sono autolimitanti: ma c’è nella prima parte del mito Orfico una magia impalpabile, una dimensione mistica e misterica dove la parola è sperimentazione legata all’affioramento dell’inconscio. Orfeo è cacciato dall’Ade dove gli viene mostrato il fantasma dell’amata. C’è una caduta Orfica in ogni poeta che tenta di concludere o costruire una sua poesia quando l’ispirazione lo ha abbandonato. Euridice muore quando il poeta esce dalla visione. L’incantesimo della parola è legato all’incantesimo della natura, ma naufraga nel rapporto maschio femmina, fra perfetto e imperfetto. Euridice è la sua donna ideale solo perché non c’è: il suo fantasma è come il cappello sulla sedia che ne indica l’assenza ma anche il peso di una presenza che richiede attenzione e fatica. L’amore per lui è il compiacimento della propria potenza: Orfeo è posseduto da Narciso, mito nel mito, l’Ego padrone dell’universo. Sostituisce l’ispirazione con la cerebralità: voltarsi è un’azione meccanica cerebro-corporea che sancisce la fine del linguaggio profondo, vicino al silenzio, all’assoluto all’indicibile. L’uomo creato con un profondo desiderio di felicità, per raggiungerla non deve pensare. Orfeo ritiene che resuscitare Euridice sia un atto temporale, inutile quanto deleterio, in quanto è come farla morire una seconda volta. Nel perpetrarsi della morte c’è la temporalità di ogni possibile resurrezione. Nel darle la possibilità di vivere nuovamente accanto a lui, c’è il rischio che l’amore finisca e con lui l’ispirazione. L’amore esiste quando se ne è privi. Orfeo, nel suo pensante-divenire, sembra anticipare il pensiero di Schopenauer: “ Quando si desidera una cosa e non si raggiunge c’è dolore”: E il dolore può essere una Musa ispiratrice per un poeta in cerca di stimoli. “Quando si raggiunge una cosa poi c’è noia”, e nella noia non si scrive, e quando un poeta non scrive la sua vita diventa inutile perché vengono a mancare i destinatari plaudenti. Quindi Orfeo-Narciso, entra nell’Ade per dimostrare la sua potenza agli uomini e agli Dei ma poi coscientemente decide di lasciare Euridice al suo destino, perché è più facile cantare una scomparsa che dividere insieme a lei il quotidiano. Un Orfeo amante assente che espone Euridice alla violenza e poi alla morte: e successivamente un cantore distratto mentre è impegnato nella lotta per la resurrezione dell’amata. Un Orfeo serpente che si arrotola al Narciso ripiegato sulla platea acquatica del nulla, colposamente artefice della doppia scomparsa di Euridice. Orfeo, che con il suo canto muove le rocce aprendo un varco alla nave Argo, non vuole seguire le regole immutabili che generano l’uomo per distruggerlo e far posto ad altri individui. Se si possiede la magia della parola e il dono del suo incantesimo, si può essere Orfico anche senza volerlo.
“Sempre caro mi fu quest’ermo colle
E questa siepe, che da tanta parte
dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi e profondissima quiete
io nel pensier mi fingo
ove per poco il cor non si spaura.”
La parola ha effetti psicotropi: può portare a una visione divina interna, preparata con il digiuno e il cammino nella notte. L’opera d’arte è eterna perché immutabile, ma deve essere frutto di emozione e distacco artistico. Il poeta deve esplorare le ombre in pensieri acustici e nei percorsi labirintici della danza per arrivare alla visione potente della luce, l’Epopteia. L’ombra è la luce del buio: il mondo è solo una gradazione della luce alla quale si torna quando si muore. La bellezza in quanto tale porta con se un velo di malinconia dovuta al pensiero della sua caducità. L’uomo vive in un mondo già passato dove il suo sentimento è inesprimibile, perchè la parola è ancora elementare. La poesia è solo la nostalgia della vissutezza, del nulla che è già passato. C’è un indicibile misterico aldilà della realtà corporea della materia: la poesia e Orfeo cercano di avvicinarvisi, facendo un percorso a ritroso che ci porta al punto dove il tempo non era noto. Il passato è lo specchio, il luogo senza spazio e tempo. Spazio tempo e causalità appartengono solo al pensiero: tutto esiste solo dentro di noi. In questa prospettiva, Orfeo ed Euridice vanno abbracciati verso il nulla nella deriva tragica dell’esistenza. La parola è collegata alla necessità, il pensiero, strutturato come il linguaggio, è un discorso dentro di noi. La poesia è fuori da spazio tempo causalità e pensiero. La parola rafforza la percezione del mondo, è un suono che pronuncia la vita. Orfeo è stato convocato ad essere il portatore alto della natura, ma non ha risposto completamente a questa convocazione in quanto non si è liberato del suo egoismo e dal mostro Narciso che lo assiste e lo guida nel dopo ispirazione. Orfeo ha un linguaggio che rasenta il silenzio, l’assoluto. Il mondo esiste ai nostri sensi. Cos’è il mondo fuori dalla nostra percezione a prescindere da noi che lo rappresentiamo? La richiesta di non guardare l’amata esprime un’ovvietà apparente: è una proibizione implicita uguale a quella di non mangiare la mela. La disobbedienza a Dio è l’inizio della conoscenza, e quindi i suoi comandamenti sono fatti per essere trasgrediti. Si può amare senza vedere e senza conoscere? Scindere l’amore dalla conoscenza non è possibile. Orfeo non si distacca dall’impulso di guardare. Egli persegue un ideale al quale sacrifica altro che la parola, ma non la realtà. Questo ideale trascendente non è mai raggiunto da colui che radicalmente ed effettivamente non rinuncia alla sua vanità e alla molteplicità dei suoi desideri. Orfeo rappresenta dunque la mancanza di forza d’animo. Orfeo non riesce a sfuggire alla contraddizione delle sue aspirazioni verso il sublime e verso la banalità e muore per non aver avuto il coraggio di scegliere, rimanendo purtuttavia l’uomo che ha violato l’interdetto e ha osato guardare l’invisibile. Ma allora l’amore esiste solo quando se ne è privi?
Vasco Bardi
* Testi di riferimento: Dictionnaire des symboles di Jean Chevalier e Alain Gheerbrant, ed. Bouquins; Letteratura italiana di Giovanna Bellini e Giovanni Mazzoni, ed. Laterza.