Orfismo e poesia in Dino Campana
Paragrafo 1 – La Schizofrenia
La schizofrenia è una malattia psichiatrica descritta per la prima volta nel 1883 dal dottore Emil Kraepelin, che la definì con il termine dementia praecox (demenza precoce). I disturbi schizofrenici sono spesso caratterizzati da alterazioni della percezione, del pensiero e da affettività inappropriata e appiattita. Coscienza e capacità intellettuali sono di solito mantenute. Il disturbo riguarda le funzioni basali che danno al soggetto il senso di individualità, unicità e autodirezione. Pensieri intimi, sentimenti e azioni sono vissuti come conosciuti e condivisi da altre persone, e forze sovrannaturali sono ritenute in azione per influenzare la realtà del soggetto, spesso in modo bizzarro. I colori o i suoni possono apparire oltremodo vividi o alterati, caratteristiche irrilevanti di cose ordinarie possono sembrare più importanti dell’oggetto. Deragliamento ed interruzione del pensiero sono spesso frequenti e i pensieri sembrano essere sottratti da una qualche forza esterna. L’umore è incongruo, capriccioso e fatuo. Il disturbo della volontà può comparire come inerzia, negativismo o stupore. Può esserci catatonia. Il manifestarsi della schizofrenia può essere acuto, con comportamento gravemente disturbato oppure può essere insidioso, con uno sviluppo graduale di idee e atteggiamenti bizzarri. Esistono sintomi classificati come positivi e negativi. I sintomi positivi sono esperienze o comportamenti del soggetto in più rispetto a quelli di un normale individuo. Alcune volte vengono genericamente indicati con il termine di psicosi e possono essere idee fisse, deliri, allucinazioni, disordine del pensiero. I sintomi negativi invece sono diminuzione, declino o scomparsa di alcune capacità del soggetto, possono includere comportamenti inadeguati dell’individuo, assenza di emozioni, povertà di pensiero e di linguaggio, mancanza di piacere. Può esistere anche un terzo tipo di sintomi, in forma di deficit neurocognitivi, che comprendono l’indebolimento delle funzioni di base come la memoria, l’attenzione, la cognizione sociale. La maggior parte delle persone affette da schizofrenia ha solo pochi sintomi positivi e negativi, in un dato momento. Il tipo e la gravità dei sintomi varia considerevolmente da persona a persona, durante il corso della malattia. Alcuni non hanno mai allucinazioni; altri non hanno mai deliri; altri non hanno sintomi negativi, altri ne soffrono costantemente. Il decorso della patologia è estremamente variabile e non sempre conduce alla cronicità e al deterioramento. In una percentuale di casi, l’esito è rappresentato dal completo, o quasi completo, recupero del soggetto. La schizofrenia viene spesso stereotipata in immagini distorte che oltre ad emarginare, influiscono negativamente sul decorso e sull’esito della malattia stessa. Queste immagini comprendono alcune di queste credenze, tutte errate:
- nessuno guarisce dalla schizofrenia.
- la schizofrenia non è un disturbo curabile.
- le persone schizofreniche sono normalmente violente e pericolose.
- le persone schizofreniche possono contagiare gli altri con la propria pazzia.
- la schizofrenia è il risultato di una deliberata mancanza di volontà.
- tutto quello che dicono le persone schizofreniche è senza senso.
- le persone con schizofrenia sono incapaci di prendere decisioni razionali riguardo la propria vita.
- le persone schizofreniche sono imprevedibili.
- le persone schizofreniche non possono lavorare.
- le persone schizofreniche si aggravano progressivamente.
Ci sono tre principali componenti per il trattamento della schizofrenia: i farmaci prima di tutto, per alleviare i sintomi e prevenire le ricadute, interventi educativi e psicosociali. Per aiutare i pazienti e le loro famiglie a risolvere i problemi, confrontarsi con gli stress, rapportarsi con la malattia e le sue complicanze ed aiutare a prevenire le ricadute, riabilitazione sociale, per aiutare i pazienti a reintegrarsi nella comunità e riguadagnare le capacità educative ed occupazionali.
Paragrafo 2 – Vita e malattia di Dino Campana
Dino Campana nasce a Marradi nella valle del Lamene il 20 agosto del 1885, da Giovanni Campana, maestro elementare e Francesca Luti, casalinga. È lui stesso a dirci di avere avuto un’infanzia felice, almeno fino alla nascita di suo fratello Manlio, al quale la madre riserva ogni amorevole attenzione e ogni affetto, che sottrae al primogenito, maturando sempre più sentimenti di rifiuto e di disgusto, nei confronti di quest’ultimo. Ma ancora, nei primi anni di vita, Dino è un bambino normale, che frequenta con profitto le scuole elementari di Marradi e il ginnasio di Faenza. I contrasti familiari esplodono violentissimi nel 1901: quando Dino, ormai liceale, torna a vivere con i genitori per portare a termine gli studi superiori. La madre non lo vuole in casa, non riesce a sopportarne la presenza e lui si ribella. Il padre, per parte sua, nel tentativo di salvare l’onorabilità della famiglia, attribuisce queste scenate al carattere del figlio, alla sua impulsività brutale e morbosa, facendo così intendere, per la prima volta, un possibile squilibrio mentale. La permanenza al liceo è per Dino un inferno: la madre continua a non volerlo in casa (forse ne teme anche l’imprevedibilità), i compagni lo temono e lo deridono, i professori, addirittura lo bocciano. E lui scappa. Dopo un tentativo fallito da parte del padre di farlo entrare all’Accademia militare, verso Genova, verso la Francia, verso la Svizzera, a piedi, in treno. Ma sempre, puntualemente, viene rispedito indietro dalla polizia, per mancanza di documenti o di soldi. Nel 1906 Dino diventa maggiorenne e i genitori, finalmente, possono liberarsi di lui, chiudendolo per sempre in manicomio. Il 5 settembre 1906 i Campana convocano davanti al sindaco di Marradi 5 testimoni affinché dichiarino che Dino ha dato chiari segni di follia.
Da tali documenti risulta in modo non dubbio che il prenominato Campana Dino è affetto da alienazione mentale, che è pericoloso a sé ed agli altri e che non può essere convenientemente custodito e curato fuorché in manicomio.
Il padre poi si pentirà di quest’atto e andrà a riprendere il figlio, ma ormai Dino è il matto di Marradi, e negli anni futuri non farà altro che entrare e uscire dal manicomio. Lui stesso ammette mi volevano matto per forza. Iniziano i suoi viaggi fuga dalla realtà che lo circonda. Non sappiamo quanti di questi vagabondaggi siano reali, fatto sta che non ha fissa dimora, non ha un impiego e non conduce vita regolare. È sempre più sperso tra i boschi alla ricerca di un’ispirazione, nelle città a sperimentare la vita nei suoi livelli più infimi, in cerca del senso ultimo del suo esistere, di un significato possibile. Gli unici episodi importanti della sua vita sono stati la stesura e la perdita dell’unico suo scritto Il più lungo giorno, di cui parlerò più avanti e la storia d’amore con la scrittrice Sibilla Aleramo, l’unica donna amata nella sua vita. Anche questo episodio meriterebbe un capitolo a sé, tanto densa e tanto sofferta fu questa esperienza per il poeta: un amore unico, complicato dalla malattia di Dino, che spesso lo induceva a scenate furiose di gelosia, a maltrattamenti fisici, a rotture. A testimonianza, un passo in cui Sibilla racconta l’incontro e la vita con Campana.
A Firenze, settimane prima, avevo sentito parlare, forse da Franchi, di uno strano volumetto: Canti Orfici, pubblicato in veste meschina a spese dell'autore Dino Campana. L'avevo portato con me in campagna. Lo lessi, ne rimasi abbacinata e incantata insieme, tanto che scrissi al poeta alcune parole d'ammirazione. Egli mi rispose, una bizzarra cartolina. Abitava anche lui in quel momento nel Mugello, nel suo paese nativo, Rifredo (sic). Vi fu uno scambio epistolare, dopo di che ci incontrammo a Barco, un gruppetto di case ad un valico dell'Appennino Toscano. L'amore divampò, in un delirio selvaggio. Campana era già pazzo, già stato rinchiuso due volte per qualche settimana in manicomio, ma io non volevo crederlo tale, e nei primi tempi, per tutto il mese anzi che passai con lui lassù, in una località detta Casetta di Tiara, egli fu, pur in mezzo a mille stravaganze, molto tranquillo, dolcissimo innamorato come un bimbo.Diceva di non esser più capace di scrivere, ma non pareva soffrirne. Progettava, per l'inverno, di impiegarsi, di lavorare, di vivere con me e per me. Eravamo felici. Scrissi "Fauno". Ma appena sceso a Firenze, a settembre, incominciarono a manifestarsi segni gravi di squilibrio. Tutto il mio passato lo ingelosiva atrocemente. Volle che andassimo a nasconderci a Marina di Pisa; presi a nolo tra la pineta e il mare una villetta ("ove si disse vi che aveva abitato anche G. D'Annunzio"), ove si rimase solo pochi giorni, egli cominciò a dare in escandescenze, a far scene violente, sino a battermi e a sputarmi in viso. Spaventata, disperata, fuggii a Firenze, dalla Castiglione, dove venne a trovarmi Emilio Cecchi, che mi vide con un occhio pesto, e mi scongiurò di rompere ogni rapporto con Dino, se non volevo perdermi. Ma io l'amavo troppo ancora. Tornai a Marina di Pisa, si andò assieme ai Bagni di Casciana, dove io iniziai una cura di acque calde, ma anche là egli ebbe manifestazioni paurose sin che lo persuasi a partire, ad aspettarmi presso Firenze, da un'amica svedese che affittava stanze, presso Settignano. Là lo raggiunsi, e si visse sino al dicembre, in una alternativa quotidiana e notturna di violenze e disperazioni, che mi rendevano a mia volta folle. Tornai in città, presi una stanza sopra al Ponte di Santa Trinità, chiesi aiuti di denaro per lui a gente ricca. Egli giungeva, ripartiva, scriveva pentito, implorava perdono e amore. Giunsi ad un tale stato d'esaurimento e di panico, pur col cuore gonfio di pietà e di passione, che mi rifugiai, senza dargli l'indirizzo, presso un'altra amica mia ch'egli non conosceva. Gli scrissi supplicandolo di eseguire il progetto di recarsi in montagna, un luogo delle Alpi piemontesi ov'era già stato, mi pare, e lá cercar di ritrovare salute e calma. Così finalmente fece, e io tornai alla stanza sull'Arno, ma ero disfatta da quei brevi eterni mesi di martirio. Passai tutto l'inverno cosi, squallidamente, attendendo le rade lettere di Dino, aggrappandomi alla speranza d'una guarigione che nel fondo di me stessa sapevo impossibile ormai. Lavoravo alle traduzioni per l'Istituto Francese meccanicamente, e a qualche strofa del Passaggio (v. il cap. Il silenzio e qualche brano inserto nel II). In aprile ebbi da mio padre l'annunzio della morte di mia madre, avvenuta nel Manicomio di Macerata, dopo oltre vent'anni di reclusione. La guerra continuava. Franchi era anche lui partito per il fronte. Franchi che aveva sopportato con infinita abnegazione l'esser sacrificato all'amore per Campana, e portò la ferita in sé per innumerevoli anni. Vedevo qualche volta la de Blasi, la Castiglione, Padre Pistelli, i Luchaire. Tutto è avvolto in una nebbia dolente nel ricordo. A giugno andai a Milano, per qualche settimana. (Credo m'abbia raggiunta là la notizia della morte di Boine. L'estate prima in Mugello avevo avuto quella della morte di Boccioni soldato). Mi trovavo con i Tallone, non ricordo se Teresa si era già sposata con Somarè. Vidi i Gonzales. (Michele e Rebora erano al fronte). Ebbi da essi l'indicazione d'un alberghetto alpino ove passar l'estate: Ca' di Janzo, in Val Sesia. Arrivai là, sola, per San Giovanni. Tutta questa fine di giugno fu soleggiata e dolce. L'alberghetto eravuoto, io sola pensionante. Trovai finalmente un po' di distensione ebbi un po' di requie. Scrissi la fine del capitolo Le carovane, e tutto quello della Favola. Leggevo Sofocle e Pindaro. Campana non mi scriveva più, doveva aver lasciato le Alpi ed esser ridisceso in Toscana. Cominciavo a rinunciare alla speranza di rivederlo e riaverlo e agire sul suo destino. Verso la metà di luglio l'alberghetto si popolò di gente tranquilla. Poi ad agosto giunse Luchaire, con la sua seconda moglie, un'italiana, e il loro bimbetto di tre anni. Si fecero gite assieme (una al Col d'Olen, dinanzi al Monte Rosa, dove pernottai e scrissi la breve lirica Orgoglio). Poi essi ripartirono e io tornai a settembre a Milano. Là, all' Hotel Manin, ebbi un telegramma di Campana, da Novara, che mi supplicava di andarlo a visitare alle Carceri di quella città. Sgomenta, mi feci dare dall'avv. Gonzales una lettera di presentazione per il Procuratore del Re di Novara e accorsi. Campana era stato arrestato per vagabondaggio e insufficienza di documenti, ecc. Il suo aspetto l'aveva fatto prendere per un tedesco. Ottenni di rivederlo attraverso le sbarre. Egli singhiozzava, mi chiamava Rina, Rina, mi baciava le mani fra i ferri. Fuggii. Ebbi dal Procuratore la promessa che sarebbe stato liberato. Qualche mese dopo seppi da Cecchi che era tornato in Toscana, e là rinchiuso in manicomio, dove morì 14 anni dopo.
Paragrafo 3 – Il più lungo giorno orfico
“se dentro una settimana non avrò ricevuto il manoscritto e le altre carte che vi consegnai tre anni sono verrò a Firenze con un buon coltello e mi farò giustizia dovunque vi troverò”
“il fortunato caso è questo. Nel riordinare la casa di Poggio a Caiano e in particolare la grande quantità di carte, manoscritti, opuscoli, corrispondenza lasciati dal marito, il famoso quaderno è venuto alle mani della signora Maria Soffici. Molto emozionata la figlia Valeria mi comunicò la notizia, ma alla mia impazienza di vedere il reperto oppose la necessità del consenso materno. In realtà madre e figlia erano molto comprese della responsabilità del ritrovamento, ma infine maturò tra loro la convinzione che il primo dovere fosse rendere pubblica la cosa, ed è proprio ciò che vado facendo”
Per tutto il 1913, Campana è impegnato nella stesura di Il più lungo giorno, l’opera cui affida il compito di giustificare la propria esistenza. Trascrive in bella copia tutte le sue poesie e le sue prose, fino a ottenere una stesura che può credere definitiva. Così, nel dicembre di quello stesso anno, con il manoscritto sotto braccio, a piedi, si reca a Firenze, con l’intenzione di sottoporlo al giudizio di Papini e Soffici e con la speranza – non confessata – di essere pubblicato da Lacerba, rivista allora in voga nell’ambiente letterario fiorentino, creata dai due futuristi. La posizione di Campana a questo proposito è del tutto ambigua: nei primi mesi di quell’anno, egli aveva inviato a Papini un testo di cui non si conosce autografo, con la richiesta, inesaudita, di essere pubblicato. Non avendo ottenuto risposta, inizia a scrivere una serie di lettere piene di disprezzo e di delusione, probabilmente esacerbate dal suo costante sentimento di persecuzione, ma eccolo pronto, nel giro di pochi mesi, a percorrere chilometri a piedi con il miraggio di una nuova possibile pubblicazione. È chiaro quanto sia sconfinato il bisogno che Campana ha di un riconoscimento sociale: lui non è il matto di Marradi, non è disposto a esistere sotto questa forma. Sa che deve riscattarsi e l’unico modo possibile per lui è farlo attraverso la poesia. Ha bisogno di essere pubblicato, lo dice lui stesso, per provare di esistere. Papini e Campana, dunque, si incontrano nel Caffè Chinese, presso la stazione demolita di Firenze. Appare subito chiaro a Papini, almeno seguendo il suo pensiero e ciò che scrive a proposito di quel giorno, che Campana è uno spostato, dall’aspetto sgangherato, goffo e sbalestrato, era malato di spirito e non soltanto assalito dal sacro morbo della poesia. Per tre o quattro giorni Campana si unisce agli intellettuali fiorentini, suo malgrado. L’11 o il 12 dicembre, Papini si fa dare il manoscritto di Il più lungo giorno, promettendo di pubblicarlo.
Andai a trovare Papini che conoscevo di nome. Lui si fece dare il mio manoscritto (non avevo che quello) e me lo restituì il giorno dopo e in un caffè mi disse che non era tutto quello che si aspettava (?), ma che era molto molto bene.
Campana però ha finito i suoi pochi soldi e deve per forza rientrare a Marradi la mattina dopo. Subito, chiede notizie a Papini con una cartolina: prova angoscia per il manoscritto che ha dovuto lasciare e di cui possedeva quell’unica copia, e incertezza circa la pubblicazione. Non si è mai capito bene cosa sia successo a questo punto: Campana scrive cinque o sei volte a Papini e a Soffici; il primo continua a dire di non avere più lo scritto, di averlo dato a Soffici; il secondo nemmeno si prende il disturbo di dare una risposta, scriverà anni più tardi:
Verso la primavera del quattordici ricevetti da Marradi una sua lettera con la quale mi richiedeva il manoscritto, di cui mi diceva non avere altra copia, e che intendeva pubblicare in volume. Ma io dovetti allora scusarmi di non poterglielo mandare: in un trasloco che nel frattempo avevo fatto da una stanza ad un’altra dei miei libri e delle mie carte, il libricino era andato confuso nel gran sottosopra, e domandavo tempo per rintracciarlo. Tentai infatti di farlo: ma inutilmente: pensavo del resto che la cosa non fosse di grandissima urgenza, tanto più che Campana dopo quella sua prima richiesta, non aveva fatto alcun’altra pressione, e anzi non dava più alcuna notizia di sé.
Alla fine appare chiaro che il manoscritto è andato perduto! Ovviamente, Soffici non ha nemmeno provato a cercarlo e Campana, nemmeno a dirlo, vive questa perdita come un assassinio: il libro sono io, hanno perso il libro, mi hanno assassinato. È ora costretto a riscrivere tutto. Ma non a memoria, come è stato, un po’ romanticamente, raccontato: in realtà il poeta possedeva un gran numero di abbozzi e redazioni di Il più lungo giorno, del tutto vicini alla stesura originale. Ha poi aggiunto parecchi componimenti esclusi dal progetto iniziale, che sono tra i più significativi degli Orfici. E sicuramente ha riveduto e corretto buona parte degli scritti. Ma è anche vero che Campana rimpiangerà continuamente lo scritto perduto, ritenendolo l’unico originale, il vero libro della sua vita, e sempre tenterà di modificare il secondo manoscritto per renderlo quanto più identico possibile al primo. Finalmente, il 17 giugno 1914, l’editore Ravagli pubblica 1000 copie dei Canti Orfici. Al di là delle vicende che hanno portato a questo, e che comunque appartengono al passato, qui è interessante mostrare quanto Dino Campana abbia in sé dell’esperienza orfica e quanto intensamente, e più di altri, sia riuscito a trasporla in versi. Sin dal primo paragrafo, intitolato La Notte, appaiono tutti gli elementi fondamentali caratteristici della poesia campaniana, chiaramente riferibili alla linea orfica del romanticismo e del decadentismo. È chiaro subito che la vicenda poetica si svolge in uno spazio e in un tempo irreali (non a caso la prima parola è ricordo), volutamente irreali. Ricordo e sogno si alternano per tutta la trama della Notte: un ricordare che è obliare, un dimenticare per attingere dal sogno, un sognare che è un ricordare, un risalire – di memoria orfica – alle figurazioni di un’antichissima libera vita. Tutto questo determinato, come negli antichi misteri orfici, da alcune prove inziatiche. La prima di queste prove, che si svolge nei primi nove paragrafi, ripete quelle che, nella misteriosofia orfica, dovevano liberare l’iniziato dalla lussuria e dal peccato. E tre sono i personaggi che devono affrontare queste prove: il poeta, la ruffiana – sacerdotessa – matrona, l’ancella – prostituta. Tutti aspetti di una medesima anima, ombre che cercano di risolvere il problema della vira. Tre aspetti che non sfuggono il peccato, la lussuria, ma anzi ne fanno strumento di redenzione. Ed è questa la tematica centrale dei Canti Orfici: l’amore, inteso nella sua duplice valenza di peccato e di strumento di salvezza. Punto di partenza dell’orfico viaggio di Campana, l’amore può riscattare l’esistenza dell’uomo dalla schiavitù del tempo e della carne, ricondurlo alla sua primigenia natura. E questo viaggio si compie attraverso un percorso simbolico che passa dall’ombra, dalla morte fino all’uscita dall’Ade. Così la morte è vinta, la vita è rinnovata, può iniziare ancora una volta. E poco importa se persiste attraverso la parola.
La luce del crepuscolo si attenua:
inquieti spiriti sia dolce la tenebra
al cuor che non ama più!
Sorgenti sorgenti abbiam da ascoltare,
sorgenti, sorgenti che sanno
sorgenti che sanno che spiriti stanno
che spiriti stanno ad ascoltare…
ascolta: la luce del crepuscolo attenua
ed agli inquieti spiriti è dolce la tenebra:
ascolta: ti ha vinto la Sorte:
ma per i cuori leggeri un’altra vita è alle porte:
non c’è di dolcezza che possa uguagliare la Morte.
Questo meccanismo di iniziazione ritorna anche nel tredicesimo e nel sedicesimo paragrafo. È il momento della redenzione. Orfeo trionfa sulle baccanti selvagge, si torna all’antichissima libera vita. Soprattutto, è il trionfo del sogno sulla realtà del mondo, sulla assurda ragione del genere umano. E anche questi aspetti sono un nodo centrale della poesia campaniana: una poesia intimamente religiosa, che aspira alla riconquista dell’Uno e del Divino, contro il frammentario e l’angoscioso. Una poesia che non si piega alle leggi del caso e della storia, ma che, forte di una propria simbologia oracolare, si tuffa in una passato mitico, e dopo aver recuperato la memoria orfica, riconquista il sogno, la Chimera antica. Una poesia che cerca continuamente di scrollarsi di dosso il pesante fardello del reale in un’anabasi, che lo conduce dalle ombre alla luce, passando attraverso la morte. E tenendo presente tutto ciò, è possibile definire orfico Campana? Federico Ravagli, amico del poeta, ricorda come lo stesso poeta intendesse, con il titolo Canti Orfici, porre in risalto la natura esoterica del suo scritto: orfici? Perché? La parola non ci parve chiara. E Campana disse allora di Orfeo, di misteri orfici, di potenza dionisiaca, di miti cosmici. Ma come collegare tra loro il titolo Il più lungo giorno, del primo manoscritto, con quello del secondo, di chiaro riferimenti orfico? Molti critici sono propensi a credere che sia semplicemente un titolo posticcio, il secondo, dovuto a un ripensamento posteriore e non intenzionalmente riferito al mito. Altri, invece, credono che il primo titolo sia il documento dell’originaria e determinata scelta di Campana di una poesia esoterica e mistica. Di sicuro, la locuzione il più lungo giorno è già presente nei documenti letterari del poeta. Essa si trova in un passo del Taccuinetto faentino, dove si legge: più lungo giorno dell’amore antico. Queste parole sono presenti anche in alcuni abbozzi che interessano l’ultima parte di la Notte, e precisamente gli ultimi due paragrafi della seconda parte (il viaggio e il ritorno) e la terza parte. E non si può negare che il significato di tale locuzione sia chiaramente di natura misteriosofica. La Notte è infatti la storia di un viaggio dell’anima (il più lungo giorno appunto) dalle tenebre del mondo empirico allo splendore del mondo mistico e soprarazionale. Un viaggio iniziatico, antico e orfico, metafora esoterica del viaggio dell’anima del poeta stesso. Un altro aspetto importante è dato da un’altra frase presente nel Taccuinetto faentino : parte prima del libro I Notturni / e il libro finisce nel più chiaro giorno di Genova. Campana aveva sicuramente l’intenzione, non realizzata a causa della sua malattia, di fare della sua opera un tutto organico, strutturato nella dimensione di poema incentrato sulla figura di un nuovo Orfeo, che avrebbe dovuto svilupparsi secondo una precisa linea interna, che dalla tenebra iniziale conducesse alla luce del più chiaro giorno. Da notare che il poemetto La Notte termina con lo splendore delle bianchezze di trine, della polvere luminosa, delle fantasie multicolori. Il viaggio orfico del poeta, il suo più lungo giorno, doveva dunque conchiudersi nel più chiaro giorno, in cui il poeta vince il gorgo notturno, riscattando la propria esistenza di umano dalla condanna del caso, dell’arido e dell’informe, dello scheletrico mondo che ci divora.
Ermafrodito baciò le sue labbra allo specchio
In un quadro profondo
Nerastro appare rosea, biaccosa la carne di lui sullo sfondo
Di Ermafrodito in spasimi molli affogato
Dal paese della chimera eterno e profondo
Dove perdesi l’anima fantasticando
Ma parve affacciato alla superficie del mondo
Ermafrodito risveglio che inanellò l’acque insaziabile di giungere al fondo.
Solange Passalacqua