"La natura è vita. Ella è esistenza. Ella stessa ama la vita, e procura in molti modi la vita, e tende in ogni sua operazione alla vita. Ella esiste e vive. Se la natura fosse morte ella non sarebbe..quello che noi chiamiamo natura altro non è che l'esistenza..quindi non ci può essere fine più naturale, amabile e desiderabile che l'esistenza e la vita, la quale è tutt'uno con la natura..la felicità non è che la perfezione, il compimento e il proprio stato di vita..quindi l'infelicità è lo stesso che la morte, o non vita, perchè vita non secondo il suo essere, e vita imperfetta. Quindi la natura che è vita è anche infelicità".
Così scrive Leopardi il 31 ottobre 1823 nello Zibaldone; ma già il 17 novembre tra i suoi pensieri troviamo "Non vi è dunque pel vivente altra felicità possibile e questa solamente negativa, cioè mancanza di infelicità. Non è possibile al vivente il mancare di felicità positiva altrimenti che non desiderando la sua felicità, né per altro mezzo che quello di bramare la felicità..e mentre ch'ei sente di esistere, non può neanche per un istante cessare di amarsi e più chìei sente di esistere, più si ama e più si desidera..e un individuo è più felice quando meno ei sente la sua vita e se stesso. Il vivente può essere pienamente felice quando non sente in niun modo la vita, cioè il sonno, letargo, svenimento totale, negli istanti che precedono la morte, cioè la fine del suo essere vivente".
Questo ondeggiare di pensieri si rivela un difficile dilemma filosofico per Leopardi, che a partire da dicembre tralascia per vari mesi discorsi di questo tipo, dedicandosi esclusivamente a note linguistiche. Il punto di svolta lo si trova nello Zibaldone, a metà di un discorso sul divertimento dell'8 marzo 1824, in cui dice: "Il sentire meno la vita e l'abbreviarne l'apparenza è il sommo bene..la noia è la semplice vita pienamente sentita..dunque la vita è semplicemente un male, e il non vivere o il vivere meno è semplicemente un bene, ovvero preferibile di per se e assolutamente alla vita". Inizia così una fase filosofica dominata dall'idea della "malvagità naturale" e dalla nozione di "male assoluto".
Il 17 aprile Leopardi annota "Gli uomini sono sempre scontenti, perchè sono sempre infelici", continuando il 20 aprile con un'altra annotazione in cui la conclusione si fa sempre più stringente:"La vita è un male e un dispiacere per sé..è naturalmente uno stato violento perché naturalmente priva del suo sommo e naturale bisogno, fine e perfezione che è la felicità". Queste contraddizioni e negatività si leggono in special modo nelle Operette morali. La voce narrante è quella di un osservatore neutrale, certo più vicino alla vita degli dèi che a quella degli uomini, a giudicare dalla lontananza da cui questi ultimi vengono guardati. Forse questa voce appartiene a qualche dio solitario che si intrattiene a raccontare le vicende di cui è stato testimone. Le operette sorgono in un momento di relativa calma, lontano dalla disperazione e dall'entusiasmo, dal rimpianto di un passato irrevocabile e dall'agitazione di una passione urgente; anche quelle che possono apparire più fantastiche e commosse, sono sempre l'esposizione che uno spirito pacato compie dei risultati della sua meditazione e che si anima di vita poetica per il valore sentimentale che quelle conclusioni hanno per lui. In alcune come nella Storia del Genere Umano, l'universo è visto come un palcoscenico in continuo riallestimento, in modo di accendere la voglia di esistenza dello spirito di un'umanità sempre sull'orlo di una nera depressione. Ecco allora le invenzioni di Giove, i sogni e le illusioni gettati nell'animo umano a rinfocolare il desiderio esistenziale. In questo testo di ispirazione cosmica e autobiografica circola un'amara domanda, cui Leopardi non potrà mai rispondere, e che richiama il mistero di ciò che il poeta più tardi chiamerà "il perché delle cose", che si trova pure nel canto dal titolo Canto notturno di un pastore errante per l'Asia. A che cosa serve la vita? Perché tanto impegno da parte divina per mantenerla, e perché tanto affanno umano nel viverla e nel cercare di comprenderla, visto che "il male è cosa comune a tutti i pianeti dell'universo, o almeno di questo sistema solare" (da Dialogo della Terra e della Luna), e visto che "vita e infelicità non si possono separare" (da Dialogo di un Fisico e di un Metafisico)?
L'idea iniziale delle Operette era certo quella di raccogliere spunti tematici dal mondo mitologico della classicità, per poter mettere insieme una parodia della presenza divina nel mondo. Nelle Operette l'animo umano del poeta si mette in faccia alla morte e al nulla, ossia al vuoto della vita non degna di essere vissuta. La vita nella felicità è la Natura, e invece l'uomo si dilunga ogni giorno con la civiltà, con l'ingegni, che assottigliano la vita e la consumano. Ed ecco il tormento di Leopardi: l'uomo in faccia alla Natura. La Natura che è quella di Dialogo dello Gnomo e del Folletto, in cui la razza umana è presentata come ormai defunta; o di Dialogo di Malambruno e Farfarello dove si affida a un negromante e allo spirito evocato di Malambruno un breve apologo sull'impossibilità di essere felici; o ancora di Dialogo della Natura e di un'Anima dove la Natura, dando vita all'anima, dice: "Va, figliola mia prediletta, che tale sarai tenuta e chiamata per lungo ordine di secoli. Vivi e sii grande e infelice". Per l'anima quindi è meglio spogliarsi della propria umanità, ma la Natura dice all'Anima che le infinite difficoltà e miserie cui vanno incontro i grandi sono ricompensate dalla fama, dalle lodi e dagli onori che riceveranno dai posteri. Questa gloria è il premio della grandezza e la sublime consolazione dei grandi infelici, che tanto saranno grandi quanto più sentiranno la loro infelicità. Quella grandezza però non è l'infelicità, perché l'uomo infelice dovrebbe darsi la morte e si ucciderebbe se dovesse vivere esclusivamente per la felicità. La vera vita è la non sembianza, la verità di beatitudine se è amore, dove l'uomo non distingue più sé dagli altri, né gli altri antepone più a se stesso. E questa è la virtù, la magnanimità, di cui parla tanto spesso Leopardi, che non è più dolore che ci fa invidiare i morti, ma l'amore che ci stringe ai viventi e ci ammonisce dal fondo del nostro cuore di uomini, come Plotino tremante di affetto dice al suo Porfirio: "Viviamo, e confortiamoci a vicenda, non ricusiamo di portare quella parte che il destino ci ha stabilita, dei mali della nostra specie. Sì, bene attendiamo a tenerci compagnia l'un l'altro; e andiamo incoraggiando e dando mano e soccorso scambievolmente, per compiere nel miglior modo questa fatica della vita.[...] E quando la morte verrà, allora non ci dorremo e anche in quest'ultimo momento gli amici e i compagni ci conforteranno e ci rallegreranno il pensiero, che poi che saremmo spenti, così molte volte ci ricorderanno, e ci ameranno ancora". (da Dialogo di Porfirio e di Plotino)
Amore è la prima e l'ultima parola delle Operette. La conclusione che ne viene è che sperare non è ragionevole, poiché come cantava il gallo silvestre (da Cantico del Gallo Silvestre) già si corre alla morte; ma non sperare non si può, perché è evidente, il futuro sarà brutto quando sarà passato, ma bello finché è futuro, né di questo futuro potrà mai tanto passarne che non ce ne sia sempre dell'altro in cui possa rifugiarsi la speranza o innanzi a cui non possa il Gallo intonare il suo canto consolatore. E la vita resta sempre con queste due facce: a vedersela innanzi è una miseria disperante, a viverla, a viverci dentro con il nostro cuore, i nostri fantasmi, il nostro amore, una beatitudine divina. E è il risentimento misto all'amore che fa ripiombare Leopardi nel clima che gli è più congeniale, e nel quale si trovano accenti di intonazione biblica che discendono dal libro dell'Ecclesiaste. Infatti in alcune parti del suo Zibaldone troviamo tante note sulla tristezza, sul tedio, la non voglia di vivere, ispirati dalla lettura dell'Ecclesiaste biblico. Diceva infatti l'autore bibblico: "Tutti i suoi giorni non sono che dolore, la sua occupazione non è che fastidio, perfino la notte il suo cuore non posa". E ancora "Ond'io ho stimato i morti che sono già morti, più felici de' vivi che sono vivi tutt'ora, e più felici e degli uni e degli altri, colui che non è ancora venuto all'esistenza, e non ha ancora veduto le azioni malvage che si commettono sotto il sole". "La tristezza val meglio del riso. Poiché quando il viso è mesto, il cuore diventa migliore. Il cuore del savio è nella casa del duolo, ma il cuore degli stolti è nella casa della gioia". Chi non ricorda Il sabato del villaggio: "Garzoncello scherzoso/ cotesta età fiorita/ è come un giorno chiaro, sereno/ non vo' / ma la tua festa/ ch'anco tardi a venir non ti sia grave". Come nell'Ecclesiaste: "Rallegrati pure, oh Giovane, durante la tua adolescenza, e gioisca pure il tuo cuore durante i giorni della tua giovinezza, cammina pure nelle vie dove ti mena il cuore e seguendo gli sguardi dagli occhi tuoi, ma sappi che per tutte queste cose Iddio ti chiamerà in giudizio".
Leopardi un biblico? La domanda non ha risposta sistematica. Bisogna rammentare che il cattolicesimo disincantato del padre si tramuta in Leopardi in un ateismo apocalittico che ricorda, anche nel linguaggio, i testi dei primi cristiani. Il genio di Leopardi si radica nella profonda impossibilità di affermare un proprio credo che non sia negativo. Dobbiamo ricordare inoltre che Leopardi ha avuto un'istruzione più che cattolica, anzi bigotta, al punto da far scrivere al padre Monaldo nella sua biografia: "Da bambino fu docilissimo, amabilissimo, ma sempre di una fantasia tanto calda, apprensiva e vivace, che molte volte ebbi gravi timori di vederlo trascendere fuori di mente. Era sommamente inclinato alla divozione, e pochissimo dato ai sollazzi puerili, si divertiva solo con l'altarino. Voleva sempre ascoltare molte messe, e chiamava felice quel giorno in cui avrebbe potuto udirne di più". Tramutare un destino di dolore in una prova di risentita grandezza è il marchio della figura di Leopardi. Illuminiamoci quindi sul rapporto esistente tra la figura del biblico Giobbe e il poeta pensatore. Di sicuro entrambi hanno in comune il dolore e la sofferenza: se il Leopardi sfugge alle reti di chi vorrebbe inchiodarlo con etichette troppo semplicistiche, Giobbe, dal canto suo, è un testo talmente ricco di contrasti da condurre facilmente alle più svariate interpretazioni. Come Giobbe è colui che rappresenta l'inquietudine e la disperazione, e invoca sconsolatamente un senso, così Leopardi si tormenta nel desiderio di conoscere il perché della sofferenza. È nota la frequentazione dei testi biblici da parte di Leopardi, che rappresentò la base della sua formazione umana e spirituale, prima che culturale. Di queste letture si riscontra, nella sua produzione giovanile, una presenza massiccia, che poi sembra svanire. In realtà, le Scritture svaniscono solo in superficie, ma rimangono ben presenti a un livello più profondo. L'interesse per Giobbe, per esempio, è attestato fin dal 1835, anno di composizione de I nuovi credenti, e, in particolar modo, del tentativo di traduzione di Gb1 (1, 1-3).
Leopardi si sente in sintonia con il giusto uomo di Uz (Giobbe), che, da una situazione perfetta, precipita all'improvviso nella disgrazia più totale; e a causa di questo subisce il disprezzo e le umiliazioni da parte di coloro che prima cercavano la sua amicizia. Anche Leopardi si sente perseguitato, calpestato e non capito dai suoi concittadini. Una situazione simile giustifica l'affratellamento con il Giobbe biblico, e appare evidente nelle riflessioni che Giacomo andava facendo, nello Zibaldone, riguardo all'atteggiamento degli antichi, che fuggivano l'infelice perseguitato dalle disgrazie, perché ritenuto malvagio. Come Giobbe, egli invocherà la morte "donata" e si chiederà il perché; cercherà risposte anche fuori da quella fede popolare e cieca, che tutto accettava e che era propria della sua famiglia e in special modo della madre . Come Giobbe, dallo sfogo soggettivo si innalzerà al livello in cui il proprio dolore è accostato a quello di tutti gli uomini. La sua meditazione diviene cosmica, e le sue domande sono le stesse di Giobbe, nel tormento di pensare che sarebbe stato meglio non nascere. Il lamento dei due è il piangere dell'anima, l'invocare una richiesta di senso. È anche questo un atteggiamento di preghiera disperata a Dio. E non importa se uno si rivolge a Lui e una alla luna, poiché entrambi chiamano Qualcuno che è nascosto e lontano e che assiste, apparentemente impassibile, al loro smarrimento e a quello di tutti gli uomini sofferenti. Si può rispondere al silenzio? L'uomo di Uz e l'uomo di Recanati scelgono di rispondere con la domanda "Perché io?". E abbandonati in questo silenzio, nella disperazione, invocano la morte. Giacomo dedicando il suo inno ad Arimane avrà parole ben più gravi di quelle di Giobbe. Sono parole che sembrano trovare una qualche giustificazione nell'ultimo verso: "Non posso, non posso più della vita". Un verso che gronda dolore a un punto tale che sembra mitigare l'incipit blasfemo.
Arimane è la divinità manichea responsabile del misfatto della creazione della vita, e in Leopardi affiorerà una straordinaria consapevolezza di questa parentela filosofica "Io sono stato vivendo il tuo maggior predicatore, l'apostolo della tua religione": ne deriva qui una verità che era tempo per Leopardi di accettare e che tocca ora a noi riconoscere. Una visione gnostica del mondo che si sforza di emergere lungo tutta la sua opera, e supera in violenza lo stesso manicheismo a cui si ispira, per quanto manchi la figura del dio buono e impotente che è tipica sia del manicheismo che dello gnosticismo precristiano e cristiano. Si può dire che quello di Leopardi è uno gnosticismo più radicale, senza una speranza di riscatto nella contemplazione di un dio buono che viene travolto dal male. Il pensiero gnostico in Leopardi era già implicito ne La Storia del Genere Umano e in tutte le Operette morali in cui compaiono personaggi divini che si fanno beffa degli uomini e che li usano a proprio vantaggio senza curarsi dei doloro che infliggono loro. Che lo gnosticismo leopardiano sia legato a una visione conservatrice è provato da un appunto dello stesso Inno ad Arimane: "E il mondo delira cercando nuovi ordini e leggi e spera perfezioni". Darsi da fare in un mondo creato da tale dio significa collaborare alla sua opera nefasta. Ogni rinnovamento si risolverà in un incremento del male. La Natura appare ormai non come un parametro di duratura perfezione, ma come un laboratorio di sofferenza continua.
Nella sola strofa compiuta dell'inno, Arimane è descritto come un "reggitore del moto" ovvero dell'insensato affaccendarsi del mondo che corre verso il nulla. Ed è su questa ideologia che il Leopardi nello Zibaldone scriverà il 19 aprile del 1826:
"Entrate in un giardino di piante, d'erbe, di fiori. Sia per quanto volete ridente. Sia nella più mite stagione dell'anno. Voi non potete volger lo sguardo in nessuna parte che voi non vi troviate del patimento. Tutta quella famiglia di vegetali è in istato di sofferenza, qual individuo più, qual individuo meno. Là quella rosa è offesa dal sole, che gli ha dato la vita: si corruga, langue, appassisce. Là quel giglio è succiato crudelmente da un'ape nelle sue parti più sensibili, più vitali. Il dolce miele non si fabbrica dalle industriose, pazienti, buone, virtuose api senza indicibili tormenti di quelle fibre delicatissime, senza strage spietata di teneri fiorellini. Quell'albero è infestato da un formicaio, quell'altro da bruchi, da mosche, da lumache, da zanzare; questo è ferito nella scorza e crucciato dall'aria o dal sole che penetra nella piaga; quello è offeso nel tronco, o nelle radici; quell'altro ha più foglie secche; quest'altro è roso, morsicato nei fiori; quello trafitto, punzecchiato nei frutti. Quella pianta ha troppo caldo, questa troppo freddo; troppa luce, troppa ombra; troppo umido, troppo secco. L'una patisce incomodo e trova ostacolo e ingombro nel crescere, nello stendersi; l'altra non trova dove appoggiarsi, o si affatica o stenta per arrivarvi. In tutto il giardino tu non trovi una pianticella sola in istato di sanità perfetta. Qua un ramicello è rotto o dal vento o dal proprio peso; là uno zeffiretto va stracciando un fiore, vola con un brano, un filamento, una foglia, una parte viva di questa o quella pianta staccata e strappata via. Intanto tu strazi le erbe co' i tuoi passi, le stritoli, le ammacchi, ne spremi il sangue, le rompi, le uccidi. Quella donzelletta sensibile e gentile, va dolcemente sterpando e infrangendo steli. Il giardiniere va saggiamente troncando, tagliando membra sensibili, colle unghie, col ferro [...]. Ogni giardino è quasi un vasto ospitale (luogo ben più deplorevole che un cemeterio)".
Potrà mai l'uomo comprendere ciò che gli appare come una contraddizione? Potrà capire perché coloro che fanno il male e odiano la luce sembrano più felici? Come in Giobbe, anche negli scritti leopardiani troviamo la dialettica luce/tenebre. I malvagi veri sono coloro che fuggono la luce e la verità, così come anche odiano coloro che hanno il coraggio di pronunciarle. Perché questi vivono tranquilli, anzi invecchiano gagliardi? La risposta? Il silenzio. Le uniche certezze umane sono due: la nascita e la morte. Perché allora il dolore? Domanda che rimarrà senza risposta. All'uomo che attraversa il "mar dell'essere" "con un gravissimo fascio sulle spalle" e cosciente che l'esistenza è un mistero eterno, rimangono il conforto che può venire dai suoi simili, ma è una compassione che solo i veri amici possono dare.
Giobbe protesta la sua innocenza e ai falsi amici chiederà la compassione senza grandi discorsi. Anche Leopardi chiedeva, anzi invocava, l'amore di un amico che lo ascoltasse e la solidarietà di chi essendo anch'esso uomo, fosse in grado di capire. Ma perché il dolore? Si potrebbe pensare che la sofferenza faccia parte di un piano divino, che così vuol correggere l'uomo, indirizzandolo nella giusta via. Solo la vera Sapienza conosce questo mistero, poiché la ragione umana può solo arrivare a certi limiti. L'occhio dell'uomo non è "l'occhio di Dio", non è quell'"occhiata onnipotente" di cui Giacomo parlava, che permette di abbracciare tutto il mistero dell'ordine del mondo. E l'unica cosa che l'uomo può fare è riconoscere la propria creaturalità.
Se Giobbe incontrerà quel Dio cui aveva rivolto le accuse, Leopardi rimarrà inchiodato a quella ragione sempre odiata. Mentre Giobbe sta andando con Dio verso le meraviglie della Creazione, Giacomo vedrà quella stessa creazione in un'etica rovesciata in cui "tutto il bene si trasformerà in tutto il male". Leopardi, anch'esso chiamato a contemplare l'immensità del creato, rimane attonito, ma, in lui, la voce di Dio tace. Così la presenza del Male non trova in lui spiegazione, mentre Giobbe comprende, perché vede che il Male è presente nel mondo, ma capisce che Dio è l'Onnipotente, che regge e governa il mondo, la creazione. Giobbe manifesta il suo silenzio di adorazione mentre è chiamato alla contemplazione del creato; Leopardi, pur riconoscendo quell'immensità, si sente sperduto.
Come diceva Enzo Bianchi in L'incredulità del Credente: "C'è anche in me un non credente ed io sono obbligato a confessare che fede e incredulità mi abitano, e mi traversano, che la frontiera passa dentro di me, mi traversa. È difficile riconoscere che molte domande dell'ateo, del non credente, non sono estranee al cuore del credente, è difficile riconoscere ed accettare che l'ateismo, la non fede, è al cuore della fede come la negazione è al cuore dell'affermazione. Dall'incredulità il credente dovrebbe imparare ad accogliere la non arroganza, il non fanatismo, dovrebbe imparare a raccogliere l'enigma come una dimensione che lo costituisce, accettare la ferita bruciante che è in lui e la sua debolezza e la sua fragilità che non sono una vergogna. Fede e ricerca non si escludono a vicenda, e chi può dire che la fede implica l'esclusione definitiva di ogni interrogativo a proposito della fede stessa? L'incertezza, il dubbio possono coabitare nella fede e il credente è così invitato ad interrogarsi sulla parte di incrdulità che scopre in se stesso, accettando quindi una grande solidarietà con i non credenti. Qui gli uomini sono tutti uguali".
Fabiana Del Bianco
Nota bibliografica:
Enciclopedia della Letteratura Italiana ed. Motta.
Manzoni e Leopardi, G. Gentile, ed. Treves 1928.
Ecclesiaste, tratto dalla Sacra Bibbia edito da Einaudi.
Giobbe, tratto dalla Sacra Bibbia.
Introduzione a Operette morali di Mario Fabini.
Giobbe e Leopardi, L. Marcon, ed. Guida 2005.
Zibaldone di pensieri, G. Leopardi, ed. Classici Mondadori, 1983.
Autobiografia, M. Leopardi, ed. Dell'Altana. 1997.