La parola nichilismo che risale al latino nihil = nulla, appare per la prima volta in una lettera del filosofo tedesco Jacobi, del marzo 1799, dove come nichilistico viene caratterizzato il trascendentalismo kantiano e i suoi sviluppi. Il termine nichilismo entra però in circolazione più tardi, nel 1862, in seguito alla pubblicazione del romanzo Padri e figli di Ivan Seergevič Turgenev, lo scrittore russo che si è sempre dedicato a messaggi sociali sino a contribuire all’abolizione del semischiavismo imposto ai contadini; Il termine è stato quindi usato in Russia per opporsi a qualunque forma di costrizione morale nella vita privata dell’individuo, come indice di un individualismo assoluto, nemico di tutti gli obblighi imposti dalla società, dalla famiglia, dalla religione e in seguito anche dal dispotismo politico. Questa forma di pensiero conquistò la più alta ala combattiva degli studenti e degli intellettuali russi sino al 1870. Il nichilismo di Nietzsche assume due diversi significati, tra loro dipendenti: nel nichilismo passivo si considera che la vita rivolta a valori superiori porta sempre a una svalutazione e negazione del mondo terreno. Il filosofo tedesco scrive: “Infatti i valori superiori alla vita portano sempre a una svalutazione della vita e una negazione del mondo terreno”. E’ in questa accezione che si vorrebbe interpretare il nichilismo di Leopardi. Il nichilismo attivo invece consiste nell’indicare una reazione contro il mondo soprasensibile e contro i valori superiori, di cui negano l’esistenza e la validità: di conseguenza la vita è costretta a perdurare in un mondo senza valori, priva di senso e di scopo. Leopardi vive in un periodo storico caratterizzato dalle repressioni suscitate dai governi che tendono a spegnere ogni spunto di vitalità, nel timore di rivoluzioni. Per quanto riguarda la sua vita e i suoi studi, riceve oltre che un’infelice educazione familiare, anche un’istruzione immensa, ma pedantesca e classicista in quanto i suoi studi si svolgono unicamente nella biblioteca paterna e non gli forniscono il tipo di cultura che gli sarebbe stato più congeniale per comprendere un mondo in rapida trasformazione come quello dei primi decenni dell’Ottocento: infatti per tutto il resto della vita Leopardi si sforzerà di uscire anche dalla ristretta intellettualità della sua Recanati. Le cause che portano Leopardi a una visione pseudonichilista del mondo nascono dalle sue meditazioni sulla debolezza insita nell’uomo rispetto alle forze immense della Natura, che l’uomo non è in grado di controllare. Leopardi comprende che nemmeno l’intelligenza permette all’essere umano di contrastare la sua situazione di creatura sofferente in balia di un destino sconosciuto. La Natura stessa, che si identifica con il Fato, è spesso ingrata e matrigna in quanto molto promette, ma quasi sempre riserva dolori e delusioni; quindi per il Poeta è inutile approfondire un’illusione anche se bella, perché la realtà apparirà sempre più dura. La grande acutezza di Leopardi si dimostra anche nell’intuizione che l’Illuminismo, giunto al suo apice, ormai si avvia verso il tramonto; quindi coglie l’occasione per fornire egli stesso la propria concezione riguardo al Divino, che secondo lui, se esiste, non è in grado di regolare il corso della natura. Leopardi stesso era influenzato dalla celebrazione della ragione, considerata capace di chiarire tutti i problemi dell’uomo, ma risente anche degli albori della nuova corrente del Romanticismo, come afferma anche il critico Francesco De Sanctis scrivendo: “Sorgeva un nuovo scetticismo che non colpiva più solo la religione o il soprannaturale, colpiva la stessa ragione. La metafisica era tenuta come una succursale della teologia. L’idea sembrava un sostituto della provvidenza. Quelle filosofie della storia, delle religioni, dell’umanità, del diritto avevano un’aria di costruzioni poetiche [...] Mancava ora la fede nella stessa filosofia. Ricompariva il mistero. Il filosofo sapeva quanto il pastore. Di questo mistero fu l’eco Giacomo Leopardi nella solitudine del suo pensiero e del suo dolore. Il suo scetticismo annunzia la dissoluzione di questo mondo teologico-metafisico [...] il mistero distrugge il suo mondo morale. Questa vita tenace, di un mondo interno, malgrado la caduta di ogni mondo teologico e metafisico, è l’originalità del Leopardi, e dà al suo scetticismo una impronta religiosa. [...]”. Per Emanuele Severino, Leopardi è più incline all’ideologia nichilista: “Leopardi è il culmine del nichilismo occidentale, di quella struttura mentale fondata sulla persuasione, dovuta anche al Cristianesimo, della nullità delle cose, e contrapposta all’arcaica saggezza parmenidea fondata sull’immutabilità dell’essere; nichilismo come il vero e proprio leit-motiv del discorso metafisico, di cui il pensiero leopardiano è una delle versioni più lucide e coerenti. In questo senso allora il grande recanatese, palesando lo stupore di fronte al nullificarsi delle cose e al contempo rinunciando alla ricerca di un ‘immutabile’ che possa esorcizzarlo, fa sfociare l’intera tradizione occidentale nell’‘arcano’, nel mistero, [...] In altri termini, la grandezza della filosofia di Leopardi consisterebbe proprio nel mettere a nudo le premesse nichilistiche - quell’assimilarsi dell’essere al nulla che lo stesso Cristianesimo consacra - della metafisica occidentale, la cui essenza si rivela qui allo stato puro [...]”. Da aggiungere è anche la critica di Amedeo Marinotti che scrive: “Comunque se si vuol dire ‘tutto è male’, la virtù intesa in senso antico, anzi classico, ritorna come esito non contraddittorio, ma pienamente possibile del nichilismo stesso come virtù che, pur nascendo dal rifiuto di un’utopia infine può aprirsi nell’ultimo Leopardi, a una dimensione sociale. Il nichilismo leopardiano, lo si vede basato su un criterio di valore oltre che a fondarsi esclusivamente sull’idea che l’uomo ha di Dio come essere perfetto, vive proprio sulla contrapposizione tra infinito e finito e sulla dialettica tra nulla e valore”. Tuttavia io penso che se si arriva a affermare l’essere nulla da parte di colui che esiste, e che colui che esiste è nulla, nello stesso identico tempo si dichiara l’infinita esistenza, altrimenti, se l’essere fosse nulla non esisterebbe neanche la potenzialità di dichiararsi: sia nulla, che essere. Leopardi, anche se definito per concetto nichilista, dal suo nulla dichiarato ha ugualmente espresso paradossalmente, il suo essere, la sua cultura intellettuale, il suo indirizzo artistico, il suo ampio esprimersi in modo circolare, toccando ogni concetto, dal filosofico all’idillico, dal definito all’infinito; tutto questo suo nulla, il grande Leopardi, lo ha saputo far nascere dalla sua certezza, dalla sua fiducia in sé, dall’esistenza, anche se nascosta o repressa, di una sua grande positività interiore. Leopardi, come è evidente anche dalla celeberrima poesia dedicata all’infinito, mostra quella simultanea immensità senza confine, senza spazio né tempo, e in quel tutto e quel nulla viene immaginata un’esistenza universale, dove poeta e lettore si sperdono sino a quel naufragare, quell’affogare, nell’unica dolcezza che è L’infinito, quello spazio di eternità del tempo, che dal profondo dell’anima edifica un orizzonte illimitato e soprannaturale confondendosi con passato e presente. Penso che sia comunque doveroso, per meglio comprendere l’animo di Leopardi, riportare alcuni suoi scritti ripresi da pensieri, lettere, e dallo Zibaldone stesso dove il poeta così si esprime: “La natura è lo stesso che Dio. Quanto più attribuisco alla natura, tanto più a Dio [...]. [...] Il Cristianesimo aiuta il mio sistema riempiendone le necessarie lacune nelle cose dove non arriva il nostro ragionamento [...]”. “L’allegria bene spesso è madre di benignità e di indulgenza, al contrario delle cure e dei mali umori. [...] l’allegria fosse utile non solo all’individuo, ma anche agli altri, e servisse alla società, e rendesse l’uomo verso altrui, tale quale dev’essere". “Io non ho mai sentito tanto di vivere quanto amando, benché tutto il resto del mondo fosse per me come morto. L’amore è la vita e il principio vivificante della natura [...] Le cose son fatte per amarsi scambievolmente, e la vita nasce da questo". “La sensibilità. Io voglio parlare di quella intima e spontanea, modestissima anzi ritrosa, pure dolcissima sublimissima, soprumana e fanciullesca, madre di grandi difetti e di grandi affanni, cara e dolorosa come l’amore, ineffabile inesplicabile, donata dalla natura a pochi, né quali dove non sia mal menata e soppressata e pesta, tenerissima come ella è, produce cose degne di durare nella memoria degli uomini.”. “L’amore, anche profondo e disperato, è sempre dolce”. Confrontando questo pur breve accenno di scritti leopardiani, e le diverse critiche riportate, con tutte le altre gemme della sua lirica scritte nel tempo, con cadenze anche nichilistiche, mi è ugualmente possibile considerare Leopardi solo relativamente nichilista a meno che, con questo termine non si intenda un Leopardi che non si fa vane illusioni sul futuro dell’umanità perché è possibile osservarlo ben più positivo, ben più profondamente ottimista di tanti altri dispensatori di illusioni, se si considera che, evidenziando all’uomo le realtà spiacevoli della vita e del mondo, ha saputo indicargli la strada per salvare la parte più preziosa del suo essere: la personalità e l’integrità della ragione.
Sandro Zignego