La vita è un’ombra che ci avvolge tutti.
L’esistenza è un tunnel di luce che ci porta alla tenebra.
Sembrano queste frasi un inno al pessimismo, ma in fondo sono l’osservazione reale del destino dell’uomo che non si risolve nell’aspettativa religiosa dell’aldilà.
Conte Giacomo Leopardi, recanatese, cittadino del mondo, poeta. Predestinato cantore di un pessimismo agnostico?
Casuale interprete di un disfattismo esistenziale?
Freddo osservatore di un ciclo che l’uomo cerca di ignorare per non cadere nella disperazione del non esistere?
Non è la morte che io temo compagna
del corpo che trascino stanco
nei quartieri vuoti della vita,
ma il non vivere
ascoltando in silenzio da buio a buio
il cadere lieve delle stelle.
Questi miei versi riassumono un pensiero poetico corrente
Non è la morte che mi fa paura,
ma il non vivere…
Leopardi va oltre, e per il triste destino dell’uomo incolpa la natura che impassibile non si cura dell’esistenza o dell’estinzione del genere umano.
Infine la vita intesa come percezione delle cose intorno a noi non è poi così brutta, se non fosse per l’oppressione del pensiero di lasciarla.
Leopardi è uno spietato giudice di ciò entro cui è racchiuso il suo spirito, quel corpo che la Natura, beffandolo gli ha dato.
Il rachitismo è la sua diversità che risalta per la mediocrità del piccolo borgo dove il poeta è costretto a vivere, e che imprigiona la sua mente nel breve circuito dei complessi giovanili.
Purtroppo, egli è lontano un secolo da una qualsiasi “ville lumiere” che avrebbe potuto fargli superare, al pari di un italico Toulouse Lautrec, il blocco mentale della diversità e quindi liberarlo dalla solitudine e dalla malinconia che lo hanno perseguitato tutta la vita.
Ma forse proprio queste due indesiderate compagne sono state le due Muse ispiratrici che lo hanno portato a così breve distanza dalla verità assoluta, e a fare tali grandi rivelazioni al genere umano assopito nel torpore della quotidianità.
Anticonformista per eccellenza, assunse posizioni di isolamento all’interno della cultura italiana, contrapponendosi su tutto e a tutti.
Il clero, gli intellettuali, l’Illuminismo, la Restaurazione, il mondo classico, non si salvarono dalle devastazioni della sua titanica, e tirannica, forza intellettuale.
In questo modo, mise in difficoltà il mondo della carta scritta e quello del pensiero corrente, tanto che un bieco, ma forse giustificato ostracismo gli somministrò una lenta cicuta, soffocandone lentamente l’esistenza con l’oscuramento e la negazione della sua opera.
Il poeta vide poche sue opere pubblicate.
Pochi accettarono la sua poesia.
Non si integrò mai con i gruppi che controllavano le attività editoriali.
Lo Zibaldone venne pubblicato nel 1937, cento anni dopo la sua discesa nel regno delle ombre.
Non sappiamo se l’Orfeo recanatese ne uscì declamando i suoi endecasillabi sciolti, traendo dall’Ade della disconoscenza il completamento androgino del suo essere: la poetessa Saffo.
O Luna sei già sparita?
E voi Pleiadi vi siete fatte smorte?
Quante ore sono già partite?
E io restata sola a dormire.
Saffo è l’omologo femminile del poeta, una delle voci più alte della lirica classica.
Vissuta a Lesbo fra il VII e il VI secolo a.C. era bruttissima: innamorata di un barcaiolo, Faone, trascurata e respinta si uccise lanciandosi dalla rupe di Leucade.
Nella vicenda di Saffo c’è tutto il dramma di Leopardi che nello Zibaldone confessa:
“L’uomo privo della bellezza del corpo anche se ha un amore ardentissimo e sincerissimo, non viene corrisposto. Egli si vede fuori dalla bellezza e il ritorno sopra se stesso gli è sempre penoso”.
Nella sua poesia su Saffo, in alcuni versi, conferma questa sua angosciosa constatazione:
Alle amene sembianze
eterno regno Giove dié sulle genti:
e per virili imprese, per dotta lira o canto,
virtù non luce in disadorno ammanto”
L’ultimo canto di Saffo e il Bruto Minore sono considerate come le poesie del suicidio di chi rimane escluso dal godimento della bellezza, poiché è brutto non per sua colpa.
Ma anche il suicidio nei versi del poeta assume connotazioni di grande bellezza.
Placida notte e verecondo raggio
della cadente luna; e tu che spunti
fra la tacita selva in su la rupe…
Se le sue poesie sono di una bellezza sublime, le lettere al padre sono quanto di più triste vi possa essere, e la fuga da Recanati, tentata più volte, rivela le sue condizioni di prigioniero nella casa paterna.
“Ella conosceva la miserabile vita ch’io menava per le orribili malinconie: non v’era altro rimedio che distrazioni potenti e tutto quello che in Recanati non si poteva mai ritrovare”.
“Con tutto ciò Ella là lasciava un uomo del mio carattere a consumarsi in studi micidiali o a seppellirsi nella più terribile noia e malinconia derivata dalla solitudine”.
Se la famiglia era per lui un luogo di costrizione, non trovava conforto neanche nella religione; l’approccio a Roma con l’ambiente clericale fu molto scoraggiante. Racconta infatti scrivendo a un amico:
“Il cardinal Malvasia metteva le mani in petto alle donne della sua conversazione ed era un debosciato di prima sfera, e mandava all’Inquisizione i figli e i mariti di quelle che gli resistevano”.
Il suo atteggiamento iconoclasta nei confronti dell’apparato burocratico della Chiesa sfociava nella condanna del Cristianesimo, fallito sul piano umano e filosofico perché sposta la soluzione del problema dell’esistenza fuori dal mondo oggettivo, nell’aldilà.
Anche l’ambiente intellettuale romano fu pesantemente attaccato da Leopardi, che lo definiva “antiquaria”, perché dedito allo studio dell’antica letteratura, ma privo di alcun pregio artistico.
Sugli scrittori a lui contemporanei espresse giudizi molto radicali e negativi:
“I libri che si pubblicano oggi in Italia non sono che sciocchezze, barbarie, rancidumi, copie e ripetizioni, ed esprimono un atteggiamento grezzo e presuntuoso”.
Era appena concluso il periodo storico dell’Illuminismo e la Restaurazione stava facendosi avanti.
Leopardi vide ciò come il trionfo della mediocrità, dei meschini interessi personali e degli antichi privilegi: non ebbe mai fiducia nella scienza, nel progresso e nel progetto di una società e di un uomo migliori. Pensava che la società per l’uomo fosse solo un mezzo di affermazione personale, di soddisfazione dei propri bisogni a scapito del prossimo. Questo pensiero giovanile cambiò radicalmente nella maturità.
La Restaurazione in atto nell’800 era stata preceduta da quella dell’Impero Romano che nella battaglia di Filippi aveva sconfitto il paladino della repubblica: Bruto, figlio di Cesare, finì per essere il capo della congiura delle Idi di Marzo insieme con Cassio, e l’ultimo uomo in grado di sacrificare se stesso per salvare la patria dalla tirannide. Il gesto di uccidersi dopo la sconfitta nella battaglia fu l’estremo rifiuto di accettare la perdita della libertà politica.
Il Bruto Minore, insieme con L’ultimo canto di Saffo, è considerata una poesia del suicidio, ma per Leopardi la sconfitta di Bruto e della libertà rappresenta l’inizio della fine dell’Impero romano e del mondo classico.
Bruto per l’atra notte in erma sede,
fermo già di morir, gl’inesorandi
numi e l’averno accusa,
e di feroci note
invan la sonnolenta aura percote.
Grande traduttore di classici antichi, Leopardi se ne distaccò perché, nella fase finale della loro civiltà, essi affermarono lo sviluppo della ragione e della filosofia, in conflitto con la Natura. Egli si sentì vicino solo a Platone per il suo antiscentismo. Ma l’essenza della classicità fu per lui Omero, il poeta che l’accompagnò per tutta la sua esistenza. Quel mondo fu una fonte inesaurita di altri ideali da opporre alla meschinità del presente, alla triste condizione della vita moderna.
Dopo sedici mesi di notte orribile
dopo un vivere del quale Iddio scampi i miei maggiori nemici
la vostra lettera è come un raggio di luce.
Gli endecasillabi dei grandi poeti non hanno età:
Su noi pensosi si fa strada la sera..
Nel mezzo del cammin di nostra vita…
Ne più mai rivedrò le sacre sponde…
Sempre caro mi fu quest’ermo colle…
Lo sgomento di fronte al cielo stellato o la presenza dell’ultimo orizzonte, fanno nascere la poesia L’infinito.
Tanto denso è il pensiero che la ripetizione di sette volte in quindici endecasillabi degli aggettivi dimostrativi questo e quello, passa inosservato; la loro alternanza gioca fra lo spazio e il tempo: gli aggettivi prima dei pronomi ne fissano la peculiarità.
Ultimo, interminati, sovrumani, profondissima, sono aggettivi polisillabici che dilatano l’essere nello spazio.
La siepe che da questa diviene quella è il confine fra il finito e l’infinito, fra l’essere e lo sconosciuto metafisico.
L’infinito è l’inizio dello smarrimento, ma forse filosoficamente è la partenza per la conoscenza che sorge dall’interrogazione sulla propria presenza nell’Universo.
La Natura ci stimola con la sua grandezza e ci sfida a ritrovare le radici della nostra vita sperdute nel cosmo o nascoste dentro il segreto, per ora imperscrutabile della nostra cellula.
Vasco Bardi
Nota bibliografica:
Il cadere lieve delle stelle, V. Bardi, ed. Agorà 2003.
Come un talismano, G. Ceronetti, ed. Adelphi 1986.
Manuale di letteratura italiana. Testi e storia, vol. II, a cura di G. Bellini e G. Mazzoni, ed. Laterza Scolastica 1999.