Attilio Bertolucci e la sua poetica: dagli esordi a "La capanna indiana"

Attilio Bertolucci rappresenta sicuramente un caso atipico nell’ambito della letteratura poetica italiana del Novecento, un secolo già denso di suggestioni e influenze spesso contrastanti, attraversato e caratterizzato da scuole di pensiero e movimenti letterari tra i più eterogenei: un autore atipico in quanto estraniato ma non estraneo al mondo delle correnti letterarie, più vicino per scelte stilistiche ed intima natura a Pascoli piuttosto che a Montale, in grado tuttavia di esercitare un’importante influenza su un’intera generazione di poeti appartenenti in massima alla scuola emiliana e romana e di destare l’attenzione di voci illustri come Pasolini, che conobbe personalmente; e anche lo stesso Montale, insieme ai poeti Gatto, Solmi, Ungaretti, accolse con parole di apprezzamento Fuochi in novembre, la sua seconda raccolta poetica. Bertolucci appartiene a una generazione di poeti come Sereni, Caproni, Penna, dedita alla ricerca di una scrittura antitetica all’Ermetismo, apparentemente spontanea e ricca di toni biografici, con una connotazione fortemente realistica e nel contempo attenta alle influenze straniere come Eliot, Pound, Hardy e Woodsworth di cui furono anche traduttori sensibili; la sua poetica, solo apparentemente lineare e idillica, non si può racchiudere in un semplice bozzetto impressionistico, ma rivendica il ruolo di testimonianza in grado di trasmettere emozioni e sentimenti con un sapiente uso del simbolismo: in questo contesto anche il paesaggio si carica del peso della memoria e della storia, divenendo parte integrante di un’epica privata di cui l’autobiografismo è tratto dominante; il mondo dell’infanzia, gli affetti, gli stessi luoghi dell’esistenza, le vicende di una vita, il ciclo di nascita e morte sono la materia principale di un diario poetico che con il passare degli anni assume l’aspetto di un percorso di avvicinamento alla prosa, al romanzo poetico, e troverà compiutezza nell’opera della maturità La camera da letto. In tale contesto anche il suo volontario appartarsi assume il significato di resistenza e contrapposizione, una sorta di “corazza di civile isolamento” del tutto priva di superficiale disimpegno nei confronti di una società che avverte sempre più povera di contenuti etici e morali; inoltre emerge, ed è caratteristica peculiare del poeta, un senso di gelosa protezione nei confronti del proprio mondo interiore: la sfera degli affetti, i ricordi, le tradizioni familiari assurgono al ruolo di rifugio, roccaforte da preservare contro l’imbarbarimento e lo scempio del tempo che fugge e tutto cancella: esemplare in questo senso l’epopea di Casarola, la casa paterna, vero rifugio del poeta e della sua famiglia sfollati dopo i tragici avvenimenti dell’8 settembre 1943, in seguito restaurata e divenuta cuore e centro di memoria della vita privata del poeta e dei suoi cari. Come abbiamo già accennato, la prima opera poetica Sirio edita nel 1934, pone un diciottenne Bertolucci all’attenzione del mondo letterario, esordio in cui già si delinea la direzione di rotta, inversa a quella dei vecchi maestri come Ungaretti, Montale, Saba: la raccolta impregnata strettamente da volti, personaggi, umori e paesaggi dell’Appennino tosco-emiliano, percorso in lieve vagabondaggio della memoria, appare tributaria di molteplici influenze e passioni giovanili, come il D’Annunzio delle Laudi o la sperimentazione futurista di Marinetti; in Strumenti palpita il contrasto tra la tradizione arcaica e pastorale rappresentata dalla cornamusa, e il classicismo elegante del violino, che divengono forse metafora della dialogata contrapposizione tra le sue origini appenniniche, la giovinezza contrassegnata dagli studi classici, e l’approdare alle matrici americane e alle influenze anglosassoni, simbolicamente rappresentate dal banjo e dal saxofono.
 
Cornamusa, flebile
rivo di armonia
che incrini il verde dei prati,
gracile melodia.
 
Violino, elegante
sospiro, ricciuto
angelo pellirossa che voli
in uno smorto cielo di velluto.
 
Chitarra, dai larghi fianchi,
colore del vecchio oro,
bicchiere tavola uomo,
strumento dal riso sonoro.
 
Saxofono, torbido grido
di un mulatto vestito di cotone.
 
Banjo, lunare nostalgia,
splendi fra l’acque chiare,
ed una mano mozza ti suona.1
 
Il poeta fino dagli anni della giovinezza è stato infatti un profondo cultore della musica jazz, una passione nata durante le villeggiature estive in Versilia, a Forte dei Marmi. ”Era un posto tutto particolare. Il treno non ci arrivava proprio. Forse per questo era un luogo riservato e frequentato dagli intellettuali. Lì ho incontrato dal libraio Galleri Thomas Mann e Aldous Huxley. In quella zona di Versilia scoprii, insieme ad altri ragazzi, il jazz hot. Ascoltavamo all’interno della piccolissima “Capannina” di allora i dischi di Armstrong, di Ellington. Ricordo ancora il vecchio grammofono…”.2 La cinematografia è stata pure un’altra passione giovanile di Bertolucci, coltivata grazie alle “storiche” amicizie Pietro Bianchi e soprattutto Cesare Zavattini, che tanta parte avrebbe avuto in seguito nella storia del cinema italiano, passione trasmessa forse in qualche modo ai figli, entrambi registi. In Sirio troviamo manifeste influenze ungarettiane, nella composizione poetica breve, segnatamente in Torrente che rimanda a un parallelismo, sia pure più intimista, con Fiumi, specie nella chiusa in cui il trasmutarsi nella nuvola o nell’albero bagnato rispecchia il sasso levigato dal fiume Isonzo nella celebre poesia di Ungaretti :
 
Spumeggiante, fredda
fiorita acqua dei torrenti,
un incanto mi dai
che più bello non conobbi mai;
il tuo rumore mi fa sordo,
nascono echi nel mio cuore.
Ove sono? fra grandi massi
arrugginiti, alberi, selve
percorse da ombrosi sentieri?
Il sole mi fa un po’ sudare,
mi dora. Oh questo rumore tranquillo
questa solitudine.
E quel mulino che si vede e non si vede
fra i castagni abbandonato.
Mi sento stanco, felice
come una nuvola o un albero bagnato.3
 
Emergono tra le liriche eco e reminiscenze di Pascoli, rivisitate e rielaborate attraverso un’esperienza e una sensibilità in grado di tratteggiare, con pochi efficaci versi, una rappresentazione dell’anima, oltre che dei paesaggi rustici a lui ben noti.
 
Buoi rossi e neri
pestano la bianca neve
nel cristallo opaco della notte.
 
Fremono i grandi abeti
nel lume fermo degli astri.
 
Angeli invisibili e gravi
guidano la colonna
con suoni di corni selvaggi.4
 
Tuttavia, al di fuori di queste suggestioni, emergono in fieri i temi che caratterizzeranno l’opera futura dell’autore: l’assimilazione della natura colta nei suoi aspetti esteriori e rivisitata in chiave simbolica, l’avvicendarsi delle stagioni e in particolare l’avvento dell’Autunno, ricorrente anche nei titoli e tra i versi, come se la natura riflessiva, il lento ripiegarsi interiore dei mesi che seguono all’estate diventino metafora e incarnazione del cammino introspettivo dell’autore e migliori interpreti di una scelta di vita controcorrente, intimista e appartata rispetto ai fermenti e ai dibattiti letterari e culturali.
 
Chiaro giorno di settembre
illuminato e paziente
sugli alberi frondosi
sulle tegole rosse
[…]
giorno che scorri
senza nostalgie
canoro giorno di settembre
che ti rispecchi nel mio calmo cuore.5 
 
Appare inoltre evidente il tema dell’esilio e della solitudine, vissuta come scelta esistenziale appartata e defilata, una dimensione metafisica oltre che predisposizione dell’animo che si accompagna ad uno stupito e per certi versi dolente senso dello scorrere del tempo, come il fluire di un fiume, inavvertibile e inarrestabile; il poeta come un viandante, percorre il mondo e le vicende umane, storiche e autobiografiche, attratto e allo stesso modo respinto, come nota il critico Mengaldo, da un qualcosa situato oltre e dopo, forse la stessa morte.
 
Io sono solo
il fiume è grande e canta.
Chi c’è di là?
Pesto gramigne bruciacchiate.
 
Tutte le ore sono uguali
per chi cammina
presso l’acqua che canta.
 
Non una barca
solca i flutti grigi
che come giganti placati
passano davanti ai miei occhi
cantando.
 
Nessuno.6
 
Di fatto la memoria appare l’elemento dominante della raccolta e punto di partenza da cui si svilupperà in seguito l’opera dell’autore, spesso supportata da una stagione, l’Inverno, suggerita da un paesaggio nevoso come pure da una nebbiosa domenica mattina, che affiora tra i ricordi ancora vividi dell’infanzia.
 
Inverno, gracili sogni
sfioriscono sugli origlieri,
giardini lontani fra le nebbie
nella pianura che sfuma
in mezzo alle luci dell’alba.
Voci come in un ricordo
d’infanzia, prigioniere del gelo,
s’allontanano verso la campagna[…]7 
 
La casa appare come il cuore della memoria, custode non solo dell’infanzia ma anche delle tradizioni, e come i sacri Mani della domus romana è depositaria di una identità: una casa in cui vive tuttora il bambino che fu, dalla quale
 
S’allontana un giovane
triste, e piange, per un sentiero,
verso la vita crudele che l’aspetta.
Più crudele che la morte.8
 
Tuttavia non solo malinconici e crepuscolari pensieri attraversano l’animo del poeta esordiente, trovano spazio nelle liriche la gioia e l’entusiasmo tipicamente giovanili, sia pure ammantati da un senso consapevole della transitorietà:
 
In vana gioia
questa mia vita
vo consumando.
Schiariscon l’albe,
cadono i giorni, maturi,
nelle luci infuocate dei tramonti.
Come un ruscello
è mia vita, e continuamente
si disperde.
Un giorno
sarò tutto disperso.9
 
Forse in questo senso si inquadra il minuzioso travaglio analitico della memoria, in attivo antagonismo all’oblio perdurante della vita e delle persone tutte, testimonianza del passaggio di un’epoca a un'altra non certo migliore della precedente: l’avanzare della civiltà industriale, lo spopolamento nascente delle campagne, il lento sgretolarsi di quella civiltà contadina a cui apparteneva la famiglia del poeta - figlio di benestanti proprietari terrieri - dalla quale tuttavia anch’egli si sarebbe staccato per intraprendere gli studi universitari e successivamente la professione di insegnante e poi l’attività letteraria. La successiva raccolta poetica, Fuochi in novembre del 1934, fu recensita favorevolmente tra gli altri da Montale, Solmi e soprattutto da Vittorio Sereni: essa segna il passaggio dagli spunti talvolta fiabeschi e mitici di Sirio alla ricerca di nuove sperimentazioni letterarie, pervasa sia pure nella diversità dei registri da un ardore suadente e gentile che traspare dal titolo stesso; si ammicca a generi e figure un po’ desueti come la romanza, il contrasto, presi in prestito dal mondo musicale, che testimoniano un’attenzione crescente per la struttura melodica e ritmica delle composizioni.
 
Se tu fossi morta
potrei ricordare quel giorno d’estate
che mi corresti incontro
ridendo, fra gli oleandri:
le mie labbra tremavano e non osavo guardarti.
Se tu fossi morta
potrei ricordare i tuoi occhi ch’erano schiariti,
tutte le tue parole, e i luoghi, e il tempo estivo
sino al dolce morire del giorno.10
 
Nella raccolta debutta il termine “diario” a indicare una volontà di coerenza e fedeltà alle vicende della vita che diverrà in assoluto cifra stilistica e manifesto ideologico dell’intera poetica di Bertolucci: l’attenzione verso le cronache del quotidiano, l’opera meticolosa di rivisitazione del tempo trascorso assumono la dimensione di testimonianza veritiera e lirica in uno stile a metà tra il descrittivismo e la narrazione poetica.
 
A Bologna, alla Fontanina,
un cameriere furbo e liso
senza parlare, con un sorriso
aprì per noi una porticina.
 
La stanza vuota e assolata dava
su un canale
per cui silenziosa, uguale,
una flotta d’anatre navigava.
 
Un vino d’oro splendeva nei bicchieri
che ci inebriò;
l’amore, nei tuoi occhi neri,
fuoco in una radura si incendiò.11
 
Tutto il vissuto diviene dunque materia poetica, un incontro amoroso come la commossa rievocazione di una sorellina morta ancor bambina, in una esigenza di verità che non esita nel mettere a nudo le proprie intime emozioni – le intime e care cose…- di cui il poeta è cultore geloso.
 
La pudica stagione
venne, e venne la luna nuova,
nel lume dei biancospini
il giorno si svegliò.
Era un giorno rosa e bianco
di gioia infantile.
Le chiome nere e gli occhi di pervinca
correvi per il giardino…
Poi camminavi, seria, piccola, fra i pini.
Sei anni e il nome Elsa,
come non insuperbire?12
 
In “Fuochi in novembre” assistiamo ad un senso nuovo dello scorrere del tempo, inteso come dimensione profonda della vicenda umana a cui il poeta assiste con la consapevolezza della maturità, ma ancora memore della pienezza infantile: un tempo fedelmente scandito nel suo incessante fluire di stagioni, nell’alternarsi di notti e giorni e vissuto, come ha fatto notare Pasolini, con un senso vago di paura e continuamente esorcizzato.
 
Nei mattini silenti
fitti d’oleandri ai cancelli
le pigre ore
facevano della mano
una viva clessidra
che il lume del giorno rosava.
Improvvisamente
mi ricordai di te
come se fossi morta.
La sabbia mi scendeva sulla bocca,
sugli occhi.
Non si udiva più nulla.
Sabbia e sabbia che il vento muove.13
 
Fuochi in novembre segna anche l’inizio di un’importante amicizia tra Bertolucci e il poeta Vittorio Sereni, un legame che li accompagnerà per tutta la vita e che trova testimonianza nell’opera di Bertolucci Una lunga amicizia in cui è racchiuso il carteggio intercorso tra i due autori nel periodo che va dal 1938 al 1982. Numerosi sono i punti di contatto e le similitudini tra i due poeti, quasi coetanei e accomunati da un’identica riserbata indole e sensibilità artistica che in Sereni assume le caratteristiche di un doloroso disinganno e rifiuto della società a lui contemporanea. Nato nel 1913 a Luino, ad un passo dalla frontiera svizzera, laureato in lettere con una tesi su Guido Gozzano, Sereni aderì al gruppo di “Corrente”; dopo una breve parentesi come insegnante di scuola media superiore, fu richiamato alle armi e fu fatto prigioniero dagli alleati nel 1943 e internato per due anni in un campo di prigionia in Africa, esperienza che segnerà profondamente l’autore e alla quale è dedicata la raccolta poetica Diario d’Algeria: in essa i versi si alternano alla prosa in un autobiografismo che assurge a testimonianza di un’intera generazione e di un’epoca; la prigionia e l’impossibilità di affrancarsi divengono triste metafora della condizione umana. Anche in Sereni, come in Bertolucci, la materia poetica trova sovente espressione nella forma di diario in versi, in ossequio all’esigenza di una maggiore adesione alla realtà quotidiana e all’esperienza di vita vissuta, continua e incessante fonte ispirativa. Analogo a quello del poeta parmense è l’interesse di Sereni per Proust e altri autori stranieri come Pound, Valery e soprattutto Renè Char, di cui fu sensibile traduttore. Anche Sereni, come Bertolucci, sceglierà un’esistenza defilata e appartata, in dichiarata polemica con la realtà del suo tempo, pervaso da un doloroso senso di estraneità al presente:
 
[…]
E dopo, che fare delle domeniche?
Aizzare il cane, provocare il matto…
Non lo amo il mio tempo, non lo amo.14
 
Sereni ha condiviso, insieme a molti altri scrittori e intellettuali in genere (un esempio per tutti è Giorgio Bassani) il disagio di un’epoca, quella dell’immediato dopoguerra e del conseguente boom economico, che è andata sempre più impoverendosi in contenuti, valori e ideali democratici, e ha mosso una critica lucida e accorata nei confronti di un paese naufragato tra giri ciclistici e domeniche sportive, nella spensierata indifferenza di un falso benessere.
 
Non servono le armi umanistiche di vecchio stampo,
anche le parole di un poeta sono armi spuntate,
non si è all’altezza della situazione…15
 
Alla pochezza dei tempi Sereni contrappone l’impegno civile e intellettuale inteso come testimonianza e fedeltà alla memoria, altro tema caro a Bertolucci, da lui intesa come anello di continuità essenziale con il passato, linea di congiunzione con le proprie radici, parte integrante della propria individualità, in opposizione all’inesorabile sgretolarsi di persone, vicende e luoghi nel tempo.
 
Ho qui davanti agli occhi solo le lettere indirizzatemi a Baccanelli. L’ultima è del ’51, l’anno del mio autoesilio, doloroso e allegro, in quella Roma che non gli piaceva. ”Troppo bella, troppe donne belle…”: mi parve che leggermente sogghignasse quando me lo disse, e volesse con equanimità condannare l’indolente, quasi orientale ritmo di vita della città dove ero finito e il proprio rigore lombardo, che lo portava a una così drastica, più che condanna, rinuncia. Ma scendendo a piedi dalla mia casa sul Gianicolo verso Via Giulia, una dolcissima giornata d’ottobre, proprio quando si infittivano per lui “pensieri di calamità - e catastrofe”, egli volle accettare e salutare con gratitudine il miele del sole pomeridiano sul volto della ”città eterna”, mentre già le terre del Nord che ci avevano generato si andavano coprendo di brume, accendendosi di lampade tiepide, materne. Appariva benignamente, stoicamente pacificato.”16
 
Gli anni che vanno da Fuochi in novembre fino a La capanna indiana (1951) sono densi di avvenimenti fondamentali nella vita del poeta; dopo la laurea in lettere e il matrimonio, inizia nel 1938 l’attività di insegnante di italiano e storia dell’arte in un liceo a Parma, la coppia si trasferisce poco distante dalla città, a Casarola. Nel 1939 fonda con Ugo Guanda “La Fenice“, prima collana italiana di poesia straniera, di cui assume la direzione; nasce nel 1941 il primogenito Bernardo mentre l’anno successivo viene richiamato alle armi ed esonerato subito dopo a causa di un aritmia cardiaca; continua a scrivere versi e a riordinare le sue poesie, con l’intenzione di dedicarsi a un’opera importante. ”Ho sempre più voglia – così scrive all’amico Sereni nel 1946 – di pubblicare tutte le poesie, ma sono più che mai convinto che bisogna aspettare (…): la confusione è grande ora, non ti pare con tutto quel fiorire di poesia pseudoumanitaria? C’è da pensare con nostalgia al buon Gozzano.” Riprende l’insegnamento e parallelamente inizia una collaborazione con la “Gazzetta di Parma” che si prolungherà fino al 1951. La lavorazione de “La capanna indiana“ comincia nel 1947, lo stesso anno della nascita del secondogenito, Giuseppe; in una lettera inedita a Zavattini, leggiamo: “Sto scrivendo una cosa lunga. E si può dire che avrei pronto il libro ma continuo a non aver fretta. L’importante è restare sinceri con se stessi.” Una dichiarazione di intenti che forse da sola racchiude l’intero significato della poetica di Bertolucci, “…una musa minore consapevole di esserlo” come la definirà in seguito, Sereni.
 
A quelli che vorrebbero tenermi qui-
morti che mi amano ancora
perché non gli resta altro da fare
che amarmi sin che anch’io
non sia tornato con loro
[…]
vivi che non mi hanno mai amato
e dicono di preferire
quella mia poesia di una grazia
proverbiale, dico:
lasciatemi andare,
giugno è ventoso
e queste foglie amare
sono imbrattate di lucciole sfinite,
lasciatemi andar via.17
 
Daniela Gremmo
 
 
  1. 1. Strumenti da Strumenti umani in Opere di A. Bertolucci, ed. I Meridiani Mondadori 1997.
  2. 2. Da un'intervista di D. Barilli tratta da "La gazzetta di Parma" del 1 Agosto 1990.
  3. 3. Torrente tratto da Sirio in Opere di A. Bertolucci, ed. I Meridiani Mondadori 1997.
  4. 4. Frammento, ibidem.
  5. 5. Tratto da Settembre, ibidem.
  6. 6. Solitudine, ibidem.
  7. 7. Tratto da Invernoibidem.
  8. 8. Tratto da Infanzia, ibidem.
  9. 9. Vita, ibidem.
  10. 10. Romanza tratto da Fuochi in Novembre, ibidem.
  11. 11. Pagina di diario, ibidem.
  12. 12. Per una sorellina morta a sei anni, ibidem.
  13. 13. Sabbia, ibidem.
  14. 14. Tratto da Gli strumenti umani di V. Sereni, ed. Oscar Mondadori 1973.
  15. 15. Da una lettera di Sereni a Mario Boselli del 16/12/1961, tratta da Una visita in fabbrica, in Strumenti umani, ed. Einaudi 1965.
  16. 16. Tratto da Qualche ricordo di Vittorio Sereni in Aritmie di A. Bertolucci, ed. Garzanti 1991.
  17. 17. Tratto da La lucertola di Casarola in Opere di A. Bertolucci, ed. I Meridiani Mondadori 1997.