“L’ho già detto altre volte, ma voglio ripeterlo perché può essere interessante. Il primo canto l’ho scritto proprio al limite: voglio dire appena prima della malattia necessaria. Ma tutto il resto l’ho scritto dopo. Molti capitoli (…) li ho composti qui a Casarola. Tutte le mattine avevo in mente una cosa che poi poteva svilupparsi in modo molto vario: il primo capitolo infatti racchiude un secolo o due, mentre quello della prova della pelliccia si svolge in un arco di appena tre ore. Alle nove del mattino, per anni, uscivo con un largo quaderno, e camminando lungo una strada, abbastanza pianeggiante, che va da Casarola a Riana, scrivevo la prima sequenza (…). Senza nessun orologio, a mezzogiorno avevo finito la sequenza, e chiudevo il quadernone. Non me ne occupavo più per tutto il resto del giorno. La mattina seguente riprendevo, e dalla prima sequenza nasceva la seconda, dalla seconda la terza e così via (…). Tutto questo avveniva assolutamente senza progetto”.
Così nasce La camera da letto, vero e proprio romanzo in versi che Bertolucci scrive tra il 1984 e il 1988 per raccontare della sua famiglia, con tutti gli aspetti di vita vissuta, di sogni, di speranze, di dolori e delusioni, su tutto il tema della revêrie, come se qualcuno, non ancora del tutto sveglio, ma nemmeno addormentato, immaginasse ogni fatto che accade. L’autore mette mano alla stesura sin dal 1954, accennandovi in una lettera a Vittorio Sereni in cui parla a proposito di “quella cosa lunghissima” che egli stava scrivendo. Nell’estate dell’anno seguente è scelto persino il titolo e nel marzo 1958 esce il primo capitolo sulla rivista “Paragone”. La storia e le parole verranno tuttavia rielaborate fino alla pubblicazione definitiva nel 1984. Un impegno ben più che trentennale impegna il poeta, che sempre ha sentito il desiderio di scrivere un romanzo: in un’intervista di quegli anni, Bertolucci dichiara che la lettura della Woolf e di Joyce, nel 1928, lo aveva spinto a “sognare di poter scrivere, oltre che poesie, romanzi”. Addirittura nel 1933 abbozza lo schema di un romanzo, La sabbia nei sandali, in 12 capitoli, ma il libro resta un progetto irrealizzato. La camera da letto è prima di tutto poesia, anche se l’autore fin dall’incipit lo definisce “romanzo famigliare (al modo antico)”. È un poema alla maniera di Omero, o più verosimilmente una scia che segue la Recherce proustiana, testo che Bertolucci non perde mai di vista. “Alla struttura del libro ci tengo molto, quando scrivevo, avevo l’idea che tutto potesse essere parte di una struttura; non avevo fatto nessuna scaletta, ma la struttura del libro era in me, doveva esserci: si è andata formando proprio come una “mappa disegnatasi in sogno”. La struttura di cui parla l’autore rappresenta la vita stessa, i suoi accadimenti personali, i luoghi del suo vissuto: da questo nasce la poesia. Il poema è suddiviso in 2 libri e raccoglie 46 canti. Tutto inizia con la migrazione dei lontani progenitori di Attilio che si insediano in un luogo dell’Appennino parmense. Si scende poi lungo l’albero genealogico e si arriva al nonno di Attilio, Giovanni Rossetti e al padre Bernardo, del quale vengono narrati alcuni episodi relativi all’infanzia, fino all’incontro con Maria Rossetti che diverrà sua sposa. Questa prima parte, che si chiude con il Canto X, ha toni epici ed elegiaci, che talvolta richiamano Leopardi: sono scene di lutti, numerosi a causa della morte di alcuni fratelli di Attilio, ma anche dei primi anni di vita del poeta, la morte è sospesa a pochi passi dalla vita, con l’idea sempre presente che il neonato possa gustare solo i piaceri dell’infanzia perché ancora inconsapevole e innocente.
I primi anni di vita passano
veloci: il bambino si sveglia
e mangia e poi dorme e poi si sveglia
ancora, e se è malato muore oppure
guarendo è diverso, i suoi occhi
vedono le persone e le ringraziano
di stargli vicino nella solitudine
d’un giorno di luce calma e di grande
silenzio attorno. Antognano
è fresca, le mattine di giugno,
nell’abbraccio del Cinghio
florido di gaggie, ventilata
dal giardino di magnolie, di muse
e di limoni, di gerani e di rose
il cui profumo si confonde a quello
della mamma che nella stanza aperta
si muove, dimentica di lui, riflessa
in uno specchio lungo che stormisce
di foglie, s’accende al sole caldo,
già vicine le nove, entrata
e uscita un’ape e una breve paura
in Maria che si ricorda di lui
da lungo tempo incantato a guardarla
zitto dal suo lettino d’ottone.
La seconda parte si apre con Attilio ospite al Convitto Maria Luigia di Parma e si chiude con un ricordo, quello di un bambino mascherato da piccolo giapponese, che sotto gli occhi della madre recita nella rappresentazione teatrale della scuola (teatro e fantasia come fuga dalla realtà). Tra questi due episodi sono narrate le immagini delle vacanze nella casa estiva di Baccanelli, i giochi tra Attilio e il fratello Ugo, il viaggio con il nonno, ormai malato, alle terme di Salsomaggiore, l’amore e il sesso che iniziano ad affacciarsi nella giovinezza del poeta. Compare sulla scena anche la Storia: Attilio studente ginnasiale assiste all’uccisione di un diciottenne da parte di una squadra di fascisti, “lo portarono a casa/ a metà del mattino/ morto/ come un vitello macellato/ e così caldo, tenero, spruzzato”. Muore il cugino Nanni, malato di tubercolosi e il padrino Don Attilio, precettore e suo maestro di poesia (lascerà al giovane come eredità una copia de La Gerusalemme liberata di Tasso). Protagonista è anche l’amore, il sesso soprattutto, con la scoperta delle case chiuse, il tutto alluso con pudore nevrotico e proustiano. Nell’ultima parte di questo libro, Attilio frequenta il ginnasio, ha un amico carissimo, Pietro Bianchi, con il quale si interessa alle espressioni artistiche più nuove e vitali, come il cinema; veste i panni del flâneur, sempre più immerso nella poesia, in un fecondo girovagare en plein air.
Non lo macchia colpa, non gli pesa rimorso
mentre sceglie volubilmente a chi aggregarsi
sulla soleggiata guida del marciapiede che sta
a destra risalendo la piazza. Né i compagni,
accogliendolo, mostrano meraviglia al vederlo
fresco, eccitato, ricoperto dalla tinta
d’un vagabondaggio fruttuoso, loro
pesti da quattro ore di lezione, invogliati
a parlare d’altro, forse
dentro di sé fieri della propria onestà.
Ma è un rapporto sereno poiché già dal mattino presto
la corsa del tram lungamente fischiante
in un paesaggio di glicini e di lagrime
lo ha spinto alla santa irresponsabilità del plein air.
Una condanna non farebbe che convalidare la vocazione
che ride in fondo al suo occhio infossato. La strada
s’allarga, assume sempre più l’aspetto cittadino
che la fa cara al cuore degli abitanti, illudendoli
d’una vita concessa soltanto a chi
sia toccato vivere qui e ora che le vetrine
ardono e offrono specchi involontari e fuggenti,
dietro si aggirano in una mimica che persuade le clienti di pregio,
i commessi slombati, gli stracchi padroni uricemici. È l’anno
della seta cruda di moda al naturale,
benigna se pieghettata anche ai fianchi delle superstiti
dalle stagioni di prima della guerra mondiale.
Il primo libro si chiude con la descrizione dell’amore per Ninetta, la donna che diventerà sua moglie, e della malattia di Attilio, un disturbo al cuore che lo accompagnerà per tutta la vita. Il secondo libro si articola in tre parti: nella prima troviamo ancora l’amore di Ninetta e di Attilio, che li salva, assieme alla poesia, dalla minaccia prossima della guerra. Ma ancora una volta è luogo di morte: quella della nonna Regina, che fa appena a tempo a conoscere Ninetta, e quella, ben più dolorosa, della madre Maria, cui viene dedicato il Canto XXXIV. Un canto funebre, denso di richiami virgiliani, che viene definito dall’autore stesso “il vero, profondo spartiacque del libro”.
Maria è morta all’antivigilia
di Natale, perduta la conoscenza dopo
aver accusato un forte
dolore alla testa, appena sveglia,
a mattina avanzata,
la piccola cameriera operosa in silenzio
nella stanza vicina, aperta
brevemente, per dare aria, al sole d’inverno.
Un giorno così calmo, feriale,
all’imbocco della follia natalizia,
i mandarini già impregnanti tutto
il non grande appartamento…
La cameriera non si rende conto
(è giovane, non ha esperienza),
si reca senza fretta in cucina dalla cuoca.
Pina accorre, guarda la signora
distesa, guarda la camerierina
che finalmente ha capito, è spaventata,
presa da un tremito come se
a lei, che per ultima
parlò alla signora,
si potesse dare la colpa di quanto stava accadendo.
Dalla finestra delle stanze dei ragazzi
già ravviata e composta,
senza più l’odore delle sigarette di Ugo,
entra il brusìo della giornata lavorativa
ma più intensa di traffici dell’usato.
Le due donne si fissano
senza parlarsi, intente e estranee
a quanto matura nella camera da letto,
in un silenzio rotto a tratti per gemiti venuti
da un’infinita distanza.
In questa prima parte c’è anche una nascita, quella del figlio Bernardo, filtrata attraverso il mistero della maternità del corpo femminile, legato alla trasformazione della natura, alla malattia, alla speranza di vita in un mondo offeso. La seconda parte narra della fuga della famigliola a Casarola e delle peripezie per sfuggire ai rastrellamenti tedeschi; comprende quattro Canti, nei quali l’incubo della Storia bussa con violenza ineludibile, dove la morte, gli incendi, le esecuzioni sommarie sono protagonisti. Il libro si chiude con la nascita del secondo figlio Giuseppe e con la partenza per Roma di Attilio e Ninetta. La camera da letto si conclude con un viaggio così come era iniziato, un involgersi ciclico all’interno di un racconto intimo, prima ancora che epico. La camera da letto è soprattutto un luogo, non solo una parte della casa, un rifugio dove tutto accade: l’amore, la morte, la nascita, gli incontri e le separazioni. E tutto questo che accade, tutti i sentimenti che ne scaturiscono rimangono chiusi in questa stanza, non vanno oltre, in maniera quasi ossessiva restano lì, quasi avessero paura del mondo al di fuori. È anche il modo dell’autore di celebrare la vita, imprimendo nella mente e nell’immaginazione scene dinamiche e metamorfiche di tutto ciò che lo ha circondato fin dall’infanzia: attraverso il racconto della propria famiglia, Bertolucci racconta di tutte le famiglie, di tutti i dolori e di tutte le gioie che ogni individuo incontra, in una vera e propria mitopoiesi del quotidiano.
Solange Passalacqua