Delphic Laurel

Qualche momento di attenzione, che debitamente sottrarrò poi al tempo che mi è concesso, per un simbolico gesto di omaggio e di augurio.
 
Ad AltraMarea, al suo pubblico, a tutti i suoi artisti quale che sia il linguaggio specifico attraverso cui essi si esprimono (poesia, musica, scultura, pittura) al suo ideatore ed infaticabile organizzatore Angelo Tonelli ed a tutti i suoi collaboratori (spero di non aver dimenticato alcuno),
 
desidero porgere idealmente – consegnandolo ad Angelo Tonelli – questo piccolo germoglio di Alloro, “rubato” pochissime settimane fa dall’albero che cresce sotto il lato di Nord-Est del Tempio di Apollo a Delfi.
Potrà forse far sorridere qualcuno, ma mi si creda, l’intento è profondamente serio e sentito: attraverso l’essenza sacra ad Apollo, dio della Poesia e della Luce, l’auspicio non solo di lunga vita ad AltraMarea – e ad Argonauti nel Golfo – ma anche e soprattutto ai suoi alti ideali, affinché la Poesia torni ad essere Luce dell’Anima e Compagna e Guida nel Viaggio.
 
Ritorno a Delfi
(otto anni dopo)
 
Il piccolo auriga di bronzo,
solenne ed assorto
avrà corso in questo stadio
sferzato qui i suoi cavalli,
il tiro della sua biga
per l’onore del siculo Polizalo
per la gloria del dio della Luce?
– E non è, no, proprio non è
auriga plebeo con la fronte bassa
e l’occhio di cavalletta smaltato
come lo definì Salvatore Quasimodo –
Ma oggi più che gli occhi,
le ciglia perfette, il plissèe
della tunica, impareggiabile,
è la sua destra, coi nastri
zigzaganti delle redini nell’aria
immobili per sempre nel vuoto
senza tempo nell’Eterno…
(ricordano il pugno del sovrano Olimpio
quando stringe il fascio dei suoi fulmini,
queste saette miti, innocue…)
 
Qui, dove ancor oggi giovanotti
più o meno atletici si lanciano la sfida
(come accade anche allo stadio di Olimpia…)
scattando dalla lista di marmo
a doppia tacca, fino in fondo
alla curva finale e ritorno:
e si vede che mancano le forze,
che il fiato si fa grosso ai gambe-molli,
e i ventri ballonzolano osceni…
 
Ben altro i bioccoli ritorti
sulle nuche dei fratelli Argivi,
Cleòbis e Bìton – kùroi divini,
ben altro i riccioli molli
quali petali del fiore di giacinto
di Antinoo, giovane della Bitinia
amato da Adriano Imperatore
(avrà forse composto per lui
il vecchio sovrano moribondo
quei cinque versi memorabili
rivolti alla sua anima:
 
“Animula vagula blandula
Hospes comesque corporis
Quae nunc abidis in loca?
Pallidula, rigida, nudula;
Nec ut soles dabis jocos.”
 
dedicati a lui, la sua vera anima gemella ?)
 
Intanto i picchi muratori
nascosti tra i ruderi e le rocce
si lanciano richiami flautati
svolazzano di crepa in crepa,
e melagrane rosseggianti
nei cespugli sulle gradinate
più alte del Teatro, ci ricordano
che non è solo di Febo questo Oracolo
ma anche di Demetra e di Persefone.
 
Ho cercato e ho riveduto tutto,
tutto, tranne il viso divino di Febo,
ora nelle mani dei restauratori:
gli stanno facendo il “lifting”:
“sarà pronto tra due anni
per le prossime Olimpiadi
di Atene, nel duemilaquattro”
mi risponde sorridente la guardiana
della sala, un po’ perplessa
dalla mia domanda (quasi una preghiera).
Ma come posso attendere due anni
per rivedere il volto del dio amato,
i suoi occhi di smalto, le sue labbra
atteggiate ad ineffabile sorriso…
 
(Delfi: 1-2 agosto 2002)