Torre del Lago Puccini

Ti chiama con il nome di tua madre
 con fatica nel limo dei pensieri
e tace a guardarti sorpresa
tra i tavoli sgombri,
lungo un muro irreale di gechi
lunari, fermi all’agguato.
Dietro le tende sull’acqua una luce
tra le canne contro i pali
infraciditi, che sale dal lago
come un fiato sottile
che non dura sui vetri opachi
di una veranda ancóra aperta.
Non amo, non sughero d’esca
falciante, ma lame fonde di donna
a frugarlo come mani confuse
in ogni punto segreto, in ogni ombra
che un pendolo oscillando
lascia su di lei in una foto…
 
«Se l’amava? A Firenze – mi dici –
poi dappertutto sul Naviglio
più di quanto non mi ama…
Io quasi trent’anni oramai
che sempre più le somiglio…»
Poi giù in bicicletta
su nastri fruscianti di foglie e di rena,
 un vento ferroso nella brughiera
di sale, di pietra…