Se fosse in fondo alla sua pupilla, potesse entrarci
come entrano i morti nell'aldilà
chiedendo perdono o inchinandosi
al mistero di essere ammessi,
come la luna in volo sottoterra
lei con le frasi vola e con la spiga
in bocca si volta e sente
nei gesti stranezza sente
minerale e linfa tremare;
se veramente
entrasse in fondo a quella pupilla,
sarebbe brivido e sapienza.
Scrivesse in follia i veri saggi non scrivono sono
la loro parola gli animali non scrivono
sono dentro di loro perfetti nessuno che voglia
cancellare il mondo neppure cambiarlo o rimpiangerlo
una radiografia la sua scrittura
di nervi e sinapsi, il dono vorrebbe
– sacro – di non scrivere quello che non si può.
Non vuole scrivere poesie morte vuole
seguire un mistero impulsivo
che le porti via peso e sintassi e
le strappi la pelle
la ricongiunga all'aria.
Perché le foglie
le foglie da morte
lievitano
non si sa perché.
Se avesse un dono
per strisciare biscia a terra
amore avesse come a piedi nudi si va
verso un tempio o gli uomini
Dio avesse
follia avesse
voragine nello stomaco affamato di esistere
esistere anche nel buio con le labbra morsicate
(ricorda solo scene d’infanzia come sogni)
avesse il dono della realtà
e volesse incendiarla
non lasciarla mai illesa, mai in pace
quando era viva con la sua prima parola
la sua prima poesia la sua prima morte
e non così lontana
fatta insensibile dalla malinconia
in una stanza riscaldata.
Dobbiamo avere dignità
– perché si parla solo coi morti i folli gli spiriti delle cose
balorde e inutili –
la muta dignità degli animali morenti.
Così si dissero quella sera
incoronandosi re e regina
davanti alla notte.