da: Il demone accanto

Ha sempre avuto molti nomi Anticira
Ha sempre avuto molti nomi Anticira: Terra di Giles, arcipelago Frawley, terra di Bering, passaggio Franklin, penisola Sjoberg. Anticira, l'isola pensata come ultimo approdo del mondo conosciuto. Ma i nomi sono tutti falsi. Anticira non è l'isola desiderata, non è l'approdo finale: esiste quando la morsa del ghiaccio sparisce e il navigante può pensare, vedendo la costa, mentre i blocchi scricchiolano, al sollievo dal freddo, al nascere del vento, alla ripresa della rotta, e la vede, lontana. Poi, subito dopo, Anticira sparisce. Di lei si raccontano leggende: che nessuno la ami perché le sue pietre sono buie. Ma, quando le guardi a lungo, si liberano del buio e tornano a risplendere in un modo particolare, come solo le pietre di Anticira possono risplendere. Sembra che, dopo alcune ore di cammino nell'isola, i viaggiatori restino con i piedi sollevati da terra, imbarazzati e disorientati, vittime delle correnti. Inoltre ad Anti Cira, isola dal doppio nome, si invecchia di giorno e si ringiovanisce di notte, non mutando mai età. Costruire una nave che possa resistere alla pressione dei ghiacci, che sia sollevata e non schiacciata dagli icebergs. Farsi trasportare dalle correnti alla deriva verso l'arcipelago di cui non sappiamo ancora il nome: questa è la navigazione per Anticira. Scegliere la nave giusta, con il legno liscio come pelle. Legno dolce e chiaro, morbido al tatto, che sfugge alla presa del ghiaccio e scivola bene nel pack, lentamente, con movimenti sicuri, aiutato dalla voce dei marinai, da alcune sillabe speciali, da una cantilena in grado di incrinare la crosta più gelata e più spessa, trasformando la nave nel morbido approdo a cui tende. Morbido e improvviso, come ogni approdo ad Anticira. Un minuto prima e la nave beccheggia fra i marosi: un minuto dopo e l'isola lo accoglie. Nave o isola, risveglia una nausea invincibile per le celle, le case, i cimiteri, le stanze. Per chi conosce Anticira, stare è corrompersi, dimenticare il proprio nome, tradirsi. Diventare, lentamente, chi avresti odiato essere, fino a qualche anno fa. E non ammetterlo a te stesso ma continuare a guardarti in uno specchio un po’ sporco, rimuginando menzogne. Quindi riparti per Anticira, non appena la raggiungi.
 
Fino all’ipnosi
Fino all’ipnosi reciti a te stesso descrizioni vuote di contenuti - «le nuvole fuggono, se...l'aria trema, se...» - e non aggiungi niente a quel se; metti la mano davanti allo schermo e oscura l'immagine che guardi; fissi la strada abbagliante e il riverbero dell'asfalto, mentre il motore ti romba nelle orecchie; muovi la mano sempre nello stesso senso, seguendo il volo dell'uccello; leggi la stessa lettera della stessa frase che inizia il racconto che non comincerai; getti acqua in un pozzo che diventerà sempre più buio; osservi l'onda infrangersi sul muricciolo con la stesso suono; mormori le identiche sillabe di una parola lunghissima, indecifrabile, inventata, piena di vocali, che non termina mai, e scrivi questa parola su un foglio infinito, con diverse sequenze, dall'alto e dal basso, da destra a sinistra, come sopra una distesa di neve; guardi le nuvole fare e disfare forme, mutando il contorno delle montagne; ascolti il ronzìo del frigorifero crescere e diminuire di volume; bisbigli nome e cognome di due fra gli amici più cari, uniti nel nome di una persona sconosciuta e vecchissima, appena morta, che l'affisso funebre mostra all'angolo del vicolo; ricordi la stessa scena dello stesso film, quella che hai rivisto migliaia di volte; rivedi l'umido asfalto della strada notturna, bagnato di pioggia e traversato di luci; ripeti l'espressione che il viso della madre ripete ogni volta che ti sorride... Crei immagini su immagini, scene su scene, fino all'ipnosi, finché ti accorgi che non stai cominciando a dormire, come volevi, ma sei vittima dell'insonnia, gli occhi sbarrati sul meccanico snodarsi della vita, e il sonno è un sollievo lontano, forse impossibile.
 
Dovrei parlarti solo di nuvole
Dovrei parlarti solo di nuvole, ma farlo è difficile… Hai mai pensato quanto sia inutile viaggiare? quanto spesso sia più necessario tenere gli occhi chiusi e le braccia immobili per non sentire nulla accanto a sé, per provare solo lo straordinario desiderio di una nuvola alta nel cielo e della sua lunga ombra che si proietta su animali in fuga, sconvolti da qualche pericolo che non viene annunciato da nessun mutamento apparente? Dormi. Continua pure a dormire. Ma i tuoi sogni mi vedranno. Vedranno cose atroci che non potrai dimenticare. I tuoi occhi sono stanchi. Vorresti addormentarti, ma non puoi. Chiudi gli occhi e la tua ombra non ti imita, non ripete la sagoma del tuo corpo dormiente; al contrario, si stacca, vaga nella stanza, esce all’aperto. Che cosa può fare la tua ombra? Niente, suppongo. Ma sappi che il pericolo esiste. Sei mai stato a Odra Posar, a sentire una lingua che tutti hanno smesso di parlare, biascicata solo da poveri vecchi? Ti sei mai spogliato davanti a una radura verde, coperta da uno strano disegno di fiori rossi? Hai provato il malessere degli indigeni di Altenas, che non sopportano di vivere a tremila metri di altezza e sognano un mare ormai prosciugato? Hai mai sentito il suono perfetto, quasi di canone, con tema e fuga, che si forma da certe stalattiti aguzze di Bolsar? Hai mai provato la sensazione di vertigine del mendicante di Bnok, quando si china sul ruscello per lavarsi le mani e viene catturato dal riflesso di una nuvola nera nell’acqua, così nera da macchiare le sue mani? Certo, dovrei parlarti solo di nuvole: è questo il vero, unico tema. E, se fissi bene lo specchio, la noterai - almeno ne noterai i contorni - c’è proprio una nuvola. E’ lì, dentro lo specchio, semplice e sfrangiata, né chiara né scura. E tu lo sai. Non è facile vederla sempre ma tu allena lo sguardo, non fermarti al dettaglio visibile. Va oltre. C’è una nuvola. Non sarebbe possibile, ma c’è. E la nuvola getta un’ombra sul pavimento. E il pavimento - se lo guardi bene - è il fondo scurissimo di una caverna molto ampia, dalla quale vorresti prepararti ad uscire. E oltre la caverna c’è un fiume. Vai laggiù e spògliati. Fatti il bagno. Fa freddo ma non devi tremare: te lo proibisco. Bisogna resistere. E percepire. La percezione stessa è la tua insurrezione, la tua apoplessia. Rifléttiti laggiù. Devi moltiplicarti per vederti e solo allora, mentre l’acqua ti rimanda i tuoi corpi rispecchiati, spezzati, inafferrabili, saprai.