da: Aeropoema

Canto XIV
 
Disse Venator tutto questo è normale
il cielo sopra lui rombava
disse ho passato anni andando in cerca
delle mie selvaggine
e mi piaceva quando a dicembre i rami
disegnavano favolosi scenari di brina
quando i castelli dell'umidità
gridavano nel silenzio del mattino
e le colline si perdevano
come puri contorni nel disegno
di un mondo senza valli e forse senza
profondità
ho respirato quell'aria
nessuna le sarà eguale, cielo e terra
sono una contingenza nominale
quel che conta, alla fine, è solo
la gerarchia della trasparenza
 
Disse Venator la prima volta che entrai
nell'aereo sardonico e mi lasciaii ingoiare
ero giovane e vidi i boschi di nuvole
contorcersi nella gran luce del giorno
il mio compito era semplice e banale
mai avuti di troppo complicati
strinsi un patto con gli dèi dell'ozono
non me ne sono pentito
 
quegli alberi giganti
nessuno taglierà
ci sono piccoli mietitori intriganti
sulle vie dell'aldilà
hanno missioni diverse dalla mia
ognuno la sua, non so quale sia
dove porti e perché, le convenzioni
variano e si assottigliano nel ventre
perduto dei sofismi della mente v
iaggiare è poco
forse viaggiare è niente
 
Disse Venator: dobbiamo essere
più moderni, assolutamente
 
Disse Venator il giorno che atterrai
mi morirono tutte le parole in bocca
disse Venator non so che sia un eroe
se ne parla sui libri, quasi mai
le immagini si adeguano, i modelli
sono imprecisi e vaghi, io guardai
in faccia la ragazza del check in
è tutto quello che ho fatto nella vita
è tutto quello che ancora farei
 
Avrei voluto parlare ancora
le avrei dovuto dire: prego
combini un incantesimo, faccia
una piccola magia con le dita
e se domani sarà come oggi
allora abbia molta pietà
non dico comprensione, da Lei
non ne voglio
 
e se domani sarà come oggi
sì, dovrà essere pia, l'avverto
che questa è la sola corda
questa la vita e il vino
 
se domani sarà come oggi
sieda nel posto più vicino
non dica niente, viaggiamo
legati alle cinture…