Homage to Ezra Pound

Onere gravissimo, e immeritato onore, essere chiamati a rendere omaggio ad Ezra Pound, massimo poeta e non solo ormai del Novecento. Pound, “Il miglior Fabbro” (T. S. Eliot), “The Solitary Volcano” (W. B. Yeats), “Demon Pantechnicon Driver” (Wyndham Lewis). Pound, senza la cui infallibile intuizione, alacre operosità, tenace combattività non avremmo i capolavori di Joyce e di Eliot – almeno come li conosciamo, e prima ancora non avremmo avuto Imagismo e Verticismo e poi la grande stagione del Modernismo. “Es gibt ein Welt Pound” è stato scritto in tedesco, e basta avventurarcisi, in quel mondo, per comprendere come questa espressione non sia un’iperbole.
 
Stasera non ricorderemo il Pound saggista, critico letterario e musicale e compositore egli stesso con le due opere “Le Testament de Villon” e “Cavalcanti”; non il Pound economista e politico, non quello “italiano” del ventennio 1925-1945, non il Pound della “gabbia” di Pisa né quello del processo mai portato a termine in America; non il Pound dei tredici anni al St. Elizabeth’s Hospital di Washington né quello degli ultimi quindici anni di silenzio veneziano. E neppure quello degli anni Londinesi e Parigini, Rapallesi e Veneziani o dovunque si voglia collocarlo, si tratti di luoghi geografici o recinti tematici. Lasciamolo, quel Pound, a critici e biografi (che speriamo onesti ed imparziali).
 
Al di là e al di sopra, ben al di sopra di tutte queste sfaccettature, peraltro importanti, si ambirebbe qui riproporre e ribadire alcuni aspetti squisitamente “poietici” di Ezra Pound, e, in considerazione dello, ed in assoluta adesione allo, Spirito che anima AltraMarea che, come già in altre occasioni ci ha giustamente ricordato l’animatore ed organizzatore Angelo Tonelli, pone Poesia ed Anima, Poesia dell’Anima/Anima della Poesia al suo centro e nel suo Cuore. Si vorrebbe allora ricollocare in primo piano la dimensione ispirata, visionaria, ed iniziatica della sua poesia. Quella privilegiata e rarissima facoltà che egli ha di percepire con stupore, ammirazione ma anche consapevolezza di sé, del proprio dono e della propria vocazione, la presenza degli dei, di dialogare con essi, di farsi guida e “mistagogo-ierofante” (nel senso più autentico e alto del termine) per quanti si pongano al suo seguito
 
Qualche brevissima riflessione su questo tema:
 
Quando traduce, seppur con un margine di consapevole o inconsapevole sottile tradimento, Pound “traghetta” le Anime dei Maestri del Passato non verso il mondo delle Ombre ma dal mondo delle Ombre al mondo dei Viventi, e ce li ri-dona, vivi e vicini. Anzi, ci rammenta che il Passato non è mai veramente finito, ma sempre vive, solo che si sappia ascoltarlo.
 
Dove passa, creativamente ma anche fisicamente, dove “ri-calca” strade e sentieri del Tempo egli, come il mitico Anteo, Gigante però della Poesia, che abbisogna del contatto fisico con la Terra, dei suoi monumenti, dei suoi templi, delle sue rovine anche, “percepisce” la presenza del predecessori, ne ri-vive fatti e storie, esperienze ed emozioni, e li trasmette anche a noi. A conclusione di “Provincia Deserta”, diario in versi del “French Tour” del 1912, elegia e ri-evocazione si fondono all’insegna della presenza e della vita: “That age is gone; /Piere de Maesnac is gone. / I have walked over these roads; / I have thought of them living”. E che dire del celebre incipit del “Canto primo”, rifacimento dell’omerica “nekyia”: “And then went down to the ship, set keel to breakers, forth on the godly sea…” – la nave scura di Odisseo prende il largo ancora una volta, verso una delle più straordinarie avventure poetiche del Novecento.
 
Quando parla, e scrive, plasma ed accorda ed intona la propria Lingua: un inglese che esordisce in evanescenti sfumature tardo-Vittoriane e Decadenti; si innalza e si nobilita grazie al raffinato modello trovadorico; s’invigorisce attraverso gli aspri ritmi arcaici dell’AngloSaxon/Old English; si innerva con umorali accenti e “slang” Americani dall’Ovest più remoto, il natìo Idaho e poi la colta Philadelphia; acquista rigore ed economia verbale nella fase Imagista e di esplorazione dell’ideogramma cinese; si carica di invettiva e satira sull’esempio di François Villon, col Vorticismo ed in “Mauberley”; si fa classico attraverso l’esempio dei due massimi maestri Greci, Omero epico e Saffo lirica; si educa emotivamente attraverso gli elegiaci latini, Properzio “in primis”; sale attraverso le finezze psicologiche dell’amato Guido Cavalcanti e la precisione del verbo e della “visione” di Dante; si avventura, da insaziabile autodidatta, anche nei territori della nostra lingua; e continua a martellare, da vero “Fabbro” della parola versi e ritmi, a scalpellare, perforare, (“Rock Drill”, perforatrice di roccia, titolo della penultima sezione dei Cantos), il blocco di marmo, michelangiolescamente.
 
Ma, ritorno al punto, alla capacità del poeta di scorgere gli dei, ascoltarli, talvolta dialogare con essi. Una sua breve dichiarazione da The Spirit of Romance la sua prima opera critica, risalente al 1910:
 
“Speaking aesthetically, the myths are explications of mood: you may stop there, or you may probe deeper. Certain it is that these myths are only intelligible to whom they occur. I know, I mean, one man who understands Persephone and Demeter, and one who understands the Laurel, and another who has, I should say, met Artemis. These things are for them real” (S.R. p. 92).
 
Da un punto di vista estetico, i miti sono esplicazione di uno stato d’animo: ci si può fermare qui, o andare più a fondo. Certo è che questi miti sono comprensibili solamente a coloro ai quali sono capitati. Intendo dire, conosco uno che comprende Persefone e Demetra, uno che comprende il Lauro, ed un altro che ha, direi, incontrato Artemide. Queste cose, per loro, sono reali.
 
(superfluo sottolineare che quell’“uno” di cui parla, è anche profondamente autobiografico).
 
E subito e volentieri pongo termine a queste mie inadeguate e povere parole, facendo ricorso a quelle dell’ottantenne Pound stesso, pronunciate in Westminster Abbey il 4 Febbraio del 1965, al memoriale per l’amico Thomas Stears Eliot, mancato da un mese:
 
“His was the true Dantescan voice -- not honoured enough, and deserving more than I ever gave him [ … ] I can only repeat, but with the urgency of 50 years ago: READ HIM.”
 
“la vera voce dantesca è stata la sua – non sufficientemente onorata, e degna di molto di più di quanto mai gli abbia dato [...] Posso solo ripetere, ma con l’urgenza di 50 anni fa: LEGGETELO.”
 
Non entriamo qui nel merito di quale sia (stata) la vera voce “Dantesca” tra i due: quel che rimane ancora e sempre vero è quel “READ HIM/LEGGETELO”. Leggiamolo dunque ancora, ascoltiamolo:
 
Seguiva la lettura dal Canto 79, il quinto dei Pisan Cantos, la seconda parte, il “canto delle linci”, estatica oreibasìa e rituale drómenon iniziatico.
 
Mary de Rachewiltz
Una traduzione inedita da Pound
 
Gli altri
 
Oh superstiti impotenti in patria,
Oh sparuti, schiavi!
Artisti dalla patria distrutti,
Dispersi, sperduti nei borghi,
Sospetti e vilipesi,
 
Amanti della bellezza, famelici,
Frustrati dai sistemi,
Impotenti a reagire al controllo;
Voi, incapaci di logoravi nel perseverare
E raggiungere il successo,
Voi avete soltanto parole,
Vi manca la tempra per insistere.
 
Voi, più raffinati,
Disfatti dal falso sapere,
E voi che sapete per aver visto,
Siete odiati, ingabbiati, sospetti:
 
Badate:
Ho resistito alla tempesta,
Ho domato il mio esilio.
 
EZRA POUND, Lustra 1913-1915.
 
[Definizione ‘Lustrum’: sacrificio di purificazione per i peccati dell’intero popolo, fatta dai censori alla fine del quinquennio in carica, ecc.] (Traduzione di Mary de Rachewiltz, Brunnenburg, 12 agosto 2002 )