Una poesia civile per i desparecidos argentini e di tutto il mondo. Il testo si articola in tre tempi, due monologhi e un frammento epico:
a.
Nel fetore mattutino delle pescherie
m’arrestarono quelle bestie scioviniste
e mi fecero subito colare
l’oro dal cuore.
Non sapevano nulla della vita
né mi videro sulla fronte
la prima stella nera nata dalla disperazione.
Mi storse le membra
e i dischi giravano ininterrottamente.
Mi spezzò due dita
e dalla bocca mi germogliarono
fiamme e mani volarono –colombe rosse
in direzione del sole.
b.
Ciò che vuoi sapere
non è rilevante né inopportuno,
ma è ciò che sapere
non vuoi a murarsi nel mio corpo.
Anche la città lasciò il mio fianco
quando l’aguzzino
tracannò il mio futuro incerto
e insieme alla birra
me lo pisciò nella faccia
di Cristo rinnegato.
Un cieco ubriaco incise lo sguardo
nel vuoto del mio costato.
Diciassette angeli cantarono
le favole nere della mia fanciullezza
mentre rotaie in fiamme
mi traversarono dirette verso il nulla.
c.
Patito, una festùca pareva,
la barba verde-mela-selvatica
sulla sua paura d’avere paura
in testa incominciarono a sgorgare
parole a fiotti,
ma la lettera della amante
impostata, divenne polvere.
Nell’odore del concime fresco
il serpente dorato
inghiottì il sole.
Trafitto da sette pugnali,
la prima voce che sentì arrivare
dalle periferie arrugginite, disse
“voglio diventare un gatto maschio”,
e non parlò, “non sarò un delatore”.
Mugolò. Gnau. Miagolò. Gnaulò.
Ma le speranze si vetrificarono
e in fine in gialle pozze di bile
fosforeggiarono i suoi ricordi.
Ma nessuno lo vide morire.