Potrebbe forse apparire di dubbio gusto iniziare questo modesto e sicuramente inadeguato “Omaggio” con il riferimento ad un episodio tragico, ma non si tratta affatto, mi si creda, di voler indulgere sull’aspetto negativo dell’evento in questione, bensì sulla non comune facoltà profetica di Eliot. Nelle prime ore del pomeriggio dell’ “undici settembre” di due anni fa, mentre i “flashes” di agenzia si accavallavano frenetici, mentre quelle sequenze di immagini comunque agghiaccianti e per sempre incancellabili scorrevano sugli schermi di tutto il mondo, come un fulmine squarciarono la memoria “quei” versi della quinta parte di The Waste Land così tante volte letti, commentati, interpretati in aula, ma che in quel momento si svelavano alla comprensione più profonda nella loro verità ultima e del tutto inaspettata:
What is the city over the mountains
Cracks and reforms and bursts in the violet air
Falling towers
Jerusalem Athens Alexandria
Vienna London
Unreal
Qual è la città sulle montagne
Si spacca si riforma poi esplode nell’aer violetto
Torri che crollano
Gerusalemme Atene Alessandria
Vienna Londra
Irreali
Sì, perché in quei precisi minuti una nuova città (e non solo perché il suo nome è preceduto dall’aggettivo “New”) si andava ad aggiungere alle fatidiche cinque non a caso elencate dal poeta nella sua geografia apocalittica di una visione fino ad allora solo apparentemente retrospettiva. Certo, quando il poco più che trentenne Eliot compose quei versi tra Londra e Losanna, all’inizio degli Anni Venti, non avrebbe affatto immaginato che la visione delle sue “Falling towers” (il cui archetipo è il 10 Tarocco della Torre colpita dalla Folgore) si sarebbe un giorno inverata nello schianto dei due giganti di acciaio e cristallo eretti dalla “hybris” dell’uomo per consacrarli, per dirla con l’inconfutabile espressione di Angelo Tonelli, al “dio-denaro”, e quindi logicamente distrutti dal fuoco celeste.
Così il poeta, profeta e veggente come il mitico Tiresia di omerica e sofoclea memoria, soffre anch’egli il tormento (come ogni vero profeta) nel traslare in un linguaggio umano e attraverso immagini necessariamente prese a prestito dall’esperienza, ciò che occultamente si svela alla sua facoltà creatrice e visionaria nei momenti di illuminazione poetica, e non può esimersene perché questa è la sua prima chiamata:
I Tiresias, old man with wrinkled dugs
perceived the scene, and foretold the rest --
[ . . . ]
(And I Tiresias have foresuffered all
. . .
I who have sat by Thebes below the wall
And walked among the lowest of the dead.)
Io Tiresia, vecchio, raggrinziti i capezzoli
Percepii la scena, e ne predissi il resto
[ . . . ]
(Ed io Tiresia ho presofferto tutto
Io che sedetti sotto le mura di Tebe
E camminai negli Inferi, tra i morti)
Ma sull’Eliot profetico sono costretto a fermarmi qui: “satis sapientibus…” Ciò che intenderei comunque mettere in luce stasera è il filo di continuità che collega l’intero “corpus” della poesia di Eliot --certo, quanto mi piacerebbe discorrere anche dell’acutissimo critico letterario, tra i primi a comprendere il valore dei Simbolisti francesi (Laforgue e Baudelaire in testa), nonché promotore della riscoperta dei Metafisici inglesi del Seicento, da John Donne a George Herbert, infine massimo campione, assieme all’altro “enfant terribile” del Modernismo, il vulcanico Pound, del primato del magistero umano e poetico di Dante. O del drammaturgo che almeno in “Murder in the Cathedral”, in “The Cocktail Party” e soprattutto in “The Family Reunion” ci rammenta verità spirituali assolute.
Ma debbo attenermi ad un tema conduttore, ed esso sarà quello della “quest”, della ricerca interiore: tema mitico, iniziatico--esoterico, occulto. Spirituale e religioso -- sempre e comunque:
Let us go then, you and I,
When the evening is spread out against the sky
Like a patient etherised upon a table;
Let us go, through certain half deserted streets,
The muttering retreats
Of restless nights in one-night cheap hotel…
Andiamo allora tu ed io,
Quando la sera si stende contro il cielo
Come un paziente eterizzato sulla piastra;
Andiamo lungo certe strade semi-deserte,
Ritrovi borbottanti
Di notti insonni in pensioni-a-poco-prezzo…
Così recita il celeberrimo ìncipit di “The Love Song of J. Alfred Prufrock”. E la voce del poeta, virgilianamente, ci invita a seguirlo, in un percorso lungo l’arco della sua parabola creativa che inizia appunto con Prufurock e si conclude, una trentina d’anni dopo, nel fuoco abbacinante del finale di “Little Gidding”, l’ultimo dei “Four Quartets”. Cosa cerca l’io più profondo del poeta (quello che ancora una volta, con formula impeccabile, è stato definito da Angelo Tonelli nella sua “Introduzione” ai Quattro Quartetti del 1995 con queste parole: “non si dimentichi che spesso Eliot fu posseduto da un se stesso ben più profondo e illuminato di lui”), verso quali inganni delle emozioni, scherzi dei sentimenti, regioni dell’intelletto, visioni dello spirito, si dirige e ci fa da guida? Esso percorre gli scenari del mondo, le grandi città dell’Occidente (non si dimentichino mai la dimensione internazionale del poeta, e la sua profonda cultura ed erudizione).
Unreal city,
Under the brown for of a winter dawn,
A crowd flowed over London Bridge, so many,
I had not thought death had undone so many.
Sights, short and infrequent were exhaled,
And each man fixed his eyes before his feet…
Città irreale,
Sotto la nebbia bruna di un alba d’inverno,
Una folla fluiva sul London Bridge, sì lunga
Tratta di gente ch’io non credea morte
tanta n’avesse disfatta.
Esalavano sospiri brevi e rotti,
E ognun fissava i piedi coi suoi occhi…
Egli si imbatte nelle torme degli ignavi contemporanei, dei morti-invita, automi inconsapevoli e dimentichi di essere uomini. Così pure nei rapporti (piuttosto, non-rapporti) tra i singoli, tra uomo e donna:
“My nerves are bad to night. Yes, bad. Stay with me.
Speak to me. Why do you never speak? Speak.
What are you thinking of? What thinking? What?
I never know what you are thinking. Think.”
“Ho I nervi a pezzi questa sera. Sì, a pezzi. Sta con me.
Parlami. Perché non parli mai? Parla.
A cosa stai pensando? Cosa stai pensando? Cosa?
Non so mai a cosa stai pensando. Pensa.”
E il poeta, come Tiresia, assiste impotente a queste scene di ordinaria desolazione. Del Presente come del Passato, della Storia come del Mito (che sempre la precede nella dimensione sovra- ed extra-temporale, e la chiarifica, per chi sappia leggerlo nella sua vera essenza). Quanti Miti informano la poesia di Eliot: dal più essoterico racconto del Graal ai misterici ed ancestrali riti di iniziazione di Osiris, Tammuz, Adonis; dalle tradizioni Orientale a quella Occidentale (in realtà si tratta di una sola Tradizione, come ben sappiamo) alle sapienziali “Upanishad”, fino al folgorante “Bhagavad-Gita”. Alla fine di “The Waste Land” il personaggio del Fisher King si trova solo al cospetto del mare, ma Parsifal non ha ricevuto in dono la visione del Graal, e il mistico squillo ascendente delle trombe wagneriane non risuonerà. Tuttavia il triplice “Shantih” sanscrito adombra almeno l’idea che una parte della “quest” sembrerebbe compiuta. Ma la “quest” è infinita per sua stessa natura. Inizia così la cosiddetta fase purgatoriale (in cui la presenza di Dante che si fa sentire con crescente peso). Anche “Ash-Wednesday” si configura come una ulteriore tappa della “quest”, in parte attraverso la via della rinuncia, in parte attraverso l’immagine dell’ascesa (la montagna del Purgatorio emblematizzata da varie rampe di scale), in parte attraverso la ipnotica scena, onirica e misterica, dello “sparagmós” – lo smembramento rituale dei riti orfici:
Lady, three white leopards sat under a juniper tree
In the cool of the day, having fed to satiety
On my legs my heart my liver and what had been contained
in the hollow round of my skull…
Signora, tre candidi leopardi sedevano sotto un ginepro
Nel fresco del giorno, sazi
Di gambe cuore e fegato e di quanto
Era stato nel cavo vuoto del mio cranio..
Ulteriore tappa della “quest”, che si va tingendo sempre più di riferimenti cristiani, ma che appunto mai oblìa gli archetipi pagani che sempre vi sottostanno (“nèkuia/dromenon/epopteia”; “anabasis/katabasis”; “morte rituale e rinascita”; “banchetto mistico”). Sarà con il capolavoro finale, i “Four Quartets”, dalla sapiente architettura compositiva, dalle ineccepibile corrispondenze ed analogie tra i quattro elementi eraclitei, il ciclo delle stagioni, forse anche i quattro sensi danteschi, attraverso la continua ri-proposizione e risoluzione di antitesi, paradossi, “coincidentiae oppositorum”, mercé il recupero e la ri-scrittura della mistica negativa di San Juan de la Cruz, delle “Revelations” di Dame Julian of Norwich, dell’abbagliante epifania di Lord Krishna al nobile Pàndava Arjuna sul campo di battaglia di Kurus, infine nell’ineffabile visione empìrea sull’esempio degli ultimi quattro canti del “Paradiso” che la “quest” potrà forse dirsi compiuta. Arduo scegliere quali passi presentare: anche in questo caso si cercherà di seguire un esile traccia che tuttavia diviene sempre più significativa ed eloquente:
Time present and time past
Are both perhaps present in time future,
And time future contained in time past.
If all time is eternally present
All time is unredeemable.
What might have been is an abstraction
Remaining a perpetual possibility
Only in a world of speculation…
Presente e Passato
Sono forse entrambi presenti nel Futuro,
E il Futuro è contenuto nel Passato.
Se il tempo tutto è presente eternamente
Il tempo è tutto irredimibile.
Ciò che avrebbe potuto essere è un astratto
Che rimane una possibilità perpetua
Solo in un mondo di speculazione…
Le prime parole del primo “Quartet”: “Burnt Norton”. Si riferiscono al “Tempo” ed alla sua consueta tri–partizione: Passato-Presente-Futuro. Cerchio dal quale non si esce, ineludibile prigionia terrena, se il miracolo dell’Eterno che si incarna nel temporale non lo salva e redime. Il poeta ancora una volta ci fa da guida --vorrei dire: “mistagogo”. “My words echo / Thus in your mind.” Riecheggiano; ridestano echi a lungo sopiti; ri-svegliano. Ci condurrà, nostra guida e maestro, attraverso un mitico roseto simbolo della passione terrena, attraverso le sette colline di Londra e le anime morte che le affollano, attraverso un giardino edenico in cui riecheggiano risolini di bimbi celati nel fogliame. Proseguirà nel secondo “Quartet”, “East Coker”, recuperando il senso della propria storia famigliare iniziata in Inghilterra (Somerset) nel Cinquecento e da lui consapevolmente portata a compimento quattro secoli dopo: “In my beginning is my end [ … ] In my end is my beginning" - forse il più memorabile paradosso dei “Quartets”; accennerà “en passant” alla tragedia incombente (si è nel 1939), prefigurata da conflitti nel Macrocosmo dei cieli e da turbamenti nel Microcosmo dell’Uomo (a riprova della verità della seconda epigrafe eraclitea dell’intera raccolta: “’Odos àno kàto mìa kai outè” = “la via verso l’alto e la via verso il basso sono una sola e la medesima”), e ci indicherà la direzione che la “quest” deve tenere:
Love is most nearly itself
When here and now cease to matter.
[ . . . ]
We must be still and still moving
Into another intensity
For a further union, a deeper communion
Through the dark cold and the empty desolation,
The wave cry, the wind cry, the vast waters
Of the petrel and the porpoise…
L’amore è più vicino alla sua essenza
Quando “qui” ed “ora” più non contano.
[ . . .] Sempre dobbiamo essere fermi e in movimento
Tesi verso un’altra intensità
Per un’ulteriore unione, una più profonda comunione
Traverso il buio freddo, il vuoto desolato,
Il lamento dell’onda e del vento, le distese immense
Di procellarie e fòcene…
Nel terzo “Quartet”, “The Dry Salvages”, che si snoda tra il corso maestoso del Mississippi e le coste granitiche del Massachusetts, ecco l’epifania di Khrishna ad Arjuna e il sublime ammaestramento sull’azione disinteressata: ciascuno deve accettare e compiere il proprio “dharma”, inutile anzi colpevole opporvisi, l’ordine stesso del Cosmo ne verrebbe turbato:
I really wonder if that is what Krishna meant –
Among other things
[ . . . ]
Here between the hither and the farther shore
While time is withdrawn, consider the future
And the past with an equal mind.
At the moment which is not of action or inaction
You can receive this: “on whatever sphere of being
The mind of a man may be intent
At the time of death” –that is the one action
(and the time of death is every moment)
which shall fructify in the lives of others…
Davvero mi domando cosa intendesse Krishna
Tra l’altre cose
[ . . .]
Qui, tra la riva prossima e quella remota
Mentre il tempo è sospeso, considera il futuro
Ed il passato con equanimità.
Nell’istante che non è azione né inazione
Potrai capire questo: in qualsiasi sfera dell’esistere
Sia intenta la mente dell’uomo
Nell’attimo supremo – quella è l’azione
(E l’attimo supremo è ogni momento)
Che darà frutto nelle vite altrui…
Siamo qui ed ora: ma al contempo già altrove, nella nostra vera dimensione: il velo di Maya, l’inganno dell’apparenza, è stato squarciato, superato. Il “cosa” ci tocca di fare non conta; importa il “come”, che darà senso per sempre al nostro essere ed esserci stati. La “quest” volge alla conclusione (almeno nella dimensione del Tempo: il tempo che vi ho sottratto stasera; il tempo della Vita e della Poesia di Eliot; il tempo di leggere e rileggere infinite volte i “Four Quartets”: come insegna la formula iniziatica “Lege Lege Relege et Invenies”… In “Litttle Gidding”, il poemetto del Fuoco, ci si rivelano visioni di cui quasi non siamo degni:
Midwinter spring is its own season
Sempiternal though sodden towards sundown,
Suspended in time, between pole and tropic.
When the short day is brightest, with frost and fire,
The brief sun flames the ice, on pond and ditches,
In windless cold that is the hearth’s heat,
Reflecting in a the watery mirror
A glare that is brightness in the early afternoon.
And glow more intense than blaze of branch, or brazier
Stirs the dumb spirit: no wind, but pentecostal fire
In the dark time of the year.
La primavera di metà inverno è una stagione “sui generis”
Sempiterna benché fradicia al tramonto,
Sospesa nel tempo, tra Tropico e Polo.
Quando il poco giorno è più brillante di gelo e di fuoco,
Il breve sole infiamma il ghiaccio su stagni e fossati,
Nel freddo immobile ch’è calore del cuore,
E riflette su specchi d’acqua
Bagliori brillanti dopo il mezzodì.
E ardore più intenso della vampa di ceppi o bracieri
Ridesta lo spirito sopito: vento –no, fuoco di pentecoste
Nel tempo buio dell’anno…
La visione si manifesta fin dall’inizio, celata sotto l’apparenza dei fenomeni naturali, atmosferici, gelo e fuoco del solstizio d’inverno, morte e rinascita del dio sole, natale del “Sol Invictus”. Altre visioni si susseguiranno: il memorabile incontro con l’ “umbra”, il “familiar compound ghost” nello scenario antelucano di Londra dopo un bombardamento notturno (siamo nel 1941/42, il “Blitz” tedesco in piena azione), e ancora una volta un’altra rivelazione, l’insegnamento dell’“umbra” al poeta (che non è qui possibile citare e commentare per esteso), via via fino all’abbacinante, ineffabile finale dantesco:
Quick now, here, now, always –
A condition of complete simplicity
(Costing not less than everything)
And all shall be well and
All manner of thing shall be well
When the tongues of flame are infolded
Into the crowned knot of fire
And the fire and the rose are one.
Qui, ora, qui, adesso, sempre –
Condizione di semplicità assoluta
(Che costa non meno che tutto)
E tutto sarà bene
E il modo di ogni cosa sarà bene
Quando le lingue di fiamma siano involte
Entro il nodo di fuoco incoronato
E fuoco e rosa siano cosa sola.
Al poeta è stata donata in grazia la visione empìrea, come il suo maestro Dante ha potuto scorgere “In forma dunque di candida rosa”, e nessuna parola poetica potrà più essere scritta dopo tale folgorante visione della Luce divina. Ineffabile, intraducibile. Non a caso, tutta la lunga, travagliata, dolorosa “quest” si chiude con la parola (ma come definirla semplicemente e banalmente “parola”?), con la cifra mistica e simbolica “one”: il numero dell’Assoluto, del Principio, dell’Unico, di Dio. Ed anche l’ “opus magnum” dell’alchimista delle parole, il poeta, trova finalmente compimento: dalla frammentarietà del “chaos” e dell’esperienza umana all’unità del “kosmos” e della visione del divino: Fuoco Alchemico e Rosa Mistica, Alchemica Rosa e Mistico Fuoco.