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Non voglio vedere la falce affilata,
nè sentire il respiro rantolante e l'alito
di sepolcri scoperchiati,
nè provare terrore al grottesco, agghiacciante,
irregolare battito del mio orologio...
Non voglio morire lentamente
in squallidi ospedali di periferia
fra marasmi senili e vertigini del tempo,
prigioniero di negligenti chirurghi
dalle mani insanguinate.
Quando sarà la mia ora
lasciatemi, amici miei,
cullato dalle spume del mare,
depositatemi, vi prego fra le onde della baia
alla Venere Azzurra,
in un freddo, freddissimo mare d'inverno.
Che il sole sia vivo e trafigga l'abisso,
e la superficie trasparente, di vetro,
si colori dei riflessi rossi del tramonto.
Il mio corpo sarà stanco, immobile, inutile,
insultato dal tempo,
ferito mortalmente da mali perversi.
Ma un'ultima volta
ascolterò il grido dei gabbiani
e lo sciabordio dell'onda sulla roccia
e il canto malinconico di un pescatore.
Spegnerò l'arsura dalle labbra
con l'acqua amara e salsa.
E il freddo bagnerà le mie membra,
la mia bocca, il mio cuore e ogni cosa.
E cadrò nell'abisso più scuro.
Sarà questo il mio Paradiso?
Fra spettrali balene bianche,
fra urla di annegati
e malie di sirene?
Più giù allora, capitano Achab,
come naufrago,
capitano Achab,
come relitto di nave,
CAPITANO ACHAB!
Ancora sarò acqua, sarò pesce, sarò alga,
sarò sabbia, infine.