A proposito di Apocalisse

“Ecco quello che mi interessa. Le radici che penetrano a fondo, al di là da ogni distruzione. E le radici e la vita ci sono. Sono pronte. E non occorre altro che la parola, perché la foresta risorga. E qualcuno, tra gli uomini, dovrà dire questa parola”.1
Nel 1922 Lawrence è in Messico, a Chapala, immerso in un mondo che appare i suoi occhi, né più né meno, come al momento della creazione e parte integrante della sua atmosfera calda e sensuale. Proprio in questo periodo, legge poiché deve scriverne una prefazione, il testo Drago dell’Apocalisse di Federico Carter. L’ufficiale postale addetto al recapito del plico glielo consegnò con una certa aria di mistero, chiedendogli se fosse un trattato di magia. “No – gli risponde lo scrittore – non si tratta di magia, ma solo di una storia della magia, la storia di quello che i magi avevano pensato nei tempi andati e i disegni non erano che riproduzioni di cui una volta si servivano”. Lawrence stesso ci racconta che il testo, ad una prima lettura, presenta alcune analogie con l’Apocalisse di Giovanni, sebbene Carter non avesse nulla di sacro tra le sue righe, quanto piuttosto di babelico e maggiormente orientato verso l’astrologia. Nonostante questa prima impressione, Lawrence conclude la lettura e dopo l’ultima pagina afferma: “Per la prima volta mi avventurai per gli sconfinati spazi del cielo e fu una straordinaria esperienza, per la quale sono sempre stato riconoscente”. Queste sono le basi gettate per la realizzazione, nel 1929, del saggio Apocalisse, pressoché sconosciuto e pubblicato postumo nel 1931. Un testamento/denuncia di chi, prossimo alla morte e sofferente nell’animo, desidera scuotere le menti intorpidite e addormentate della società del proprio tempo, manifestando un viscerale attaccamento alla vita. Il punto di partenza è il testo biblico dell’Apocalisse di Giovanni di Patmos, il libro della rivelazione (dal greco αποκάλυψις), ultimo ed il solo profetico del Nuovo Testamento, il solo accettato dal Canone della Bibbia. Giovanni, dopo essere stato torturato e condannato a morte per “offese alla religione dello stato romano”, viene deportato in un isola dell’Egeo, Patmos, nel 96 d.C. Qui, secondo la tradizione, egli ebbe la sua visione sulla fine del mondo e scrisse ciò che gli fu mostrato in una lettera indirizzata alle sette Chiese dell’Asia proconsolare, che, all’epoca, rappresentavano la Chiesa Universale, con lo scopo di incoraggiare i fedeli durante le persecuzioni romane, con la promessa di un regno divino ad attenderli nell’aldilà. Uno scritto sicuramente complesso e di difficile interpretazione, a causa degli infiniti simboli presenti. Lawrence, tuttavia, sembra conoscere molto bene questo testo e, più in generale, tutta la storia della religione cristiana: la sua infanzia è permeata dall’insegnamento religioso e passa attraverso la scuola domenicale, l’osservanza dei riti e le lettura assidua del testo sacro. “Assai prima che iniziassi a pensare e potessi soltanto intendere il linguaggio biblico, i «passi» della Bibbia mi furono iniettati nella mente fin quando non ne fui del tutto intriso, e perciò ogni procedimento del mio pensiero e dei miei sentimenti ne fu influenzato in modo tale che oggi, pur avendo del tutto dimenticato la mia Bibbia, mi è sufficiente incominciare a leggere un capitolo per rendermi subito conto che già «lo so» con fastidiosa precisione. […] Il mio istinto più segreto, davanti alla Bibbia, si ribella”. E Lawrence si ribella contro un’interpretazione superficiale e popolare che la dottrina cattolica ha sempre mostrato a proposito del sacro, affermando che "la Bibbia è un testo temporaneamente ucciso per noi, o diciamo per alcuni di noi, perché se n’è voluto fermare arbitrariamente il significato. […]per noi è ormai lettera morta, qualcosa che non può darci più nulla"; si ribella per riappropriarsi di tutta quella dimensione interiore che, nel corso dei secoli, è stata soffocata dalla morale cattolica, all’interno dell’evoluzione spirituale di tutto un popolo. Forse, all’inizio, si può parlare di semplice ribellione di un adolescente, insofferente alle regole e ai dettami della società cattolica nella quale si trova a vivere, dove è necessario “essere buoni” e “comportarsi bene” per assicurarsi il Paradiso, nell’aldilà. Ma non si deve dimenticare che Lawrence metabolizza e rielabora il seme di questa ribellione per tutta la vita e attraverso ogni suo romanzo, e che il frutto nasce e matura soltanto quando la morte è presente. E la ribellione, ora, diventa quella dell’Artista, un grido alto a difesa della libera fantasia, dell’autonoma decisione di intendere l’immaginario come struttura rivoluzionaria del soggetto umano, e non come mito contemplativo. Lawrence con questo saggio non si limita soltanto ad un confronto e ad un’analisi accurata dello scritto giovanneo, ma va oltre, dando compiutezza al suo pensiero circa una possibile ed auspicabile rivoluzione spirituale umana. Per prima cosa, egli rifiuta le immagini innaturali che popolano la visione di Giovanni e che vengono espresse mediante l’uso di allegorie. Alla naturale immobilità insita nel concetto stesso di allegoria, Lawrence contrappone la fluidità del simbolo, se non proprio del mito "poiché – afferma nell’Apocalissesimbolo e mito non ci coinvolgono soltanto mentalmente, ma muovono ogni volta i più profondi recessi dell’emozione". La presenza del simbolo, quindi, va a toccare la sfera sensoriale dell’individuo. “Abbiamo quasi del tutto smarrito la grande consapevolezza sensoriale, la coscienza dei sensi sviluppatasi nell’intimo degli antichi. Era una conoscenza immediata, profonda, diretta, per istinto o per intuizione, diremmo noi, non ragionata. Una conoscenza fondata non su parole, bensì su immagini. L’astrazione non si svolgeva in generalizzazione o in qualità, ma in simboli, la connessione mancava di logica, ma era ricca di emozioni. La parola «quindi» non esisteva. Le immagini e i simboli si succedevano in un processo secondo legami arbitrari o fisici, senza condurre ad una precisa meta, perché questa meta non c’era: solo il desiderio di perfezionare un certo stato di coscienza, di conseguire un certo grado di consapevolezza di sentimento”. La simbologia, secondo lo scrittore inglese, è presente nell’Apocalisse, ma non può essere, in alcun modo, attribuita a Giovanni. Lawrence afferma che, in origine, esso era un testo pagano vergato al tempo in cui ancora l’uomo viveva a stretto contatto con il cosmo. Dopo avere subito l’alterazione dei copisti ebrei, sarebbe stato riscritto da Giovanni fino a diventare un libro più marcatamente cristiano. A questo proposito si legge: “È certo che la sua parte più antica consisteva in un’opera pagana, forse la descrizione del rito segreto di iniziazione a qualche Mistero pagano di Artemide, di Cibele, oppure orfico, e con probabilità ancora maggiore apparteneva all’Oriente mediterraneo, forse a Efeso, come parrebbe più che naturale.[…] Cosicché quell’antico libro pagano dovette per tempo venir preso e riscritto da qualche autore ebreo di apocalissi, al fine di sostituire all’esperienza puramente individuale dell’iniziazione pagana, l’idea giudaica del Messia e della salvezza (o della distruzione) del mondo intero. […] Allora accadde che Giovanni di Patmos occupasse i suoi anni di prigionia nell’isola, rielaborando per l’ennesima volta il libro, offrendogli l’impronta del suo stile personale. Non crediamo vi abbia aggiunto molto, visto che lui stesso non possedeva una grande ricchezza di idee, ma è sicuro che aveva un odio feroce e ardente contro i Romani, che lo avevano condannato”. Lawrence lavora con la convinzione che l’apostolo ed i suoi seguaci abbiano tradito il pensiero originario di Cristo, il cui messaggio d’amore viene letteralmente seppellito dalla paura cristiana, il cui metodo è sempre stato, fin dall’inizio, megare tutto quanto non garbava, o meglio sopprimerlo. Ma che cos’è, dunque, questa Apocalisse? Chi è Gesù? Gesù è il motore del Cosmo, sia per Giovanni che per Lawrence. Ma a differenza del primo, che esclude l’uomo dal governo del cosmo, per accoglierlo solo dopo la morte – avvenuta mediante martirio – il Cristo lawrenciano ha in sé il tutto, dona la vita, ma è anche custode delle chiavi dell’Ade, è un Cristo creatore dell’universo, madre cosmica e drago della vita, una forza vitale che si irradia fino a noi tramite tutto ciò che ci circonda. È un Cristo che non resta confinato nell’alto dei cieli, pronto a dispensare premi o punizioni, ma è il respiro stesso dell’Universo, al quale apparteniamo con ogni nostra più piccola fibra, spesso inconsapevolmente. E così tutto il Cosmo ci corrisponde: noi ci specchiamo in esso, e viceversa. Così il sole rappresenta il nostro sangue e la luna il nostro sistema nervoso. E l’uomo diventa un battito dell’Universo. La vita vissuta, hic et nunc, acquista il suo primigenio valore istintuale e permette all’essere umano di scrollarsi di dosso le pesanti catene dell’Io, in un’accettazione dell’esistenza scevra di ogni valore umano metafisico, ma solo terreno. “Va ricordato che l’antico processo umano di coscienza esigeva di vedere accadere qualcosa ogni volta. Tutto viene concepito come concreto, non esistono astrazioni. Ogni cosa compie qualcosa. Per l’antica coscienza, la materia o le cose sostanziali sono Dio. Una pozza d’acqua è Dio. Perché no? Più viviamo a lungo, più torniamo alle più antiche visioni. Dio è una grande roccia. Posso toccarla, è innegabile, è Dio. Tutte le cose in movimento, inoltre, sono doppiamente Dio. Dal momento che noi siamo doppiamente coscienti della loro divinità: ciò che è e ciò che si muove è doppiamente divino. Ogni cosa è una cosa, e ogni cosa è opera e produce un effetto. Il mondo è un grande complesso di attività di cose esistenti, che si muovono e producono effetti. Tutto questo è Dio. Oggi risulta quasi impossibile per noi capire cosa intendessero gli antichi Greci per Dio o Theos. Ogni cosa era Theos; ma anche così, non nello stesso istante. Nel momento in cui una di esse vi colpiva, era Dio. Oppure di sera un vago vapore nascente colpiva la vostra immaginazione: allora diventava theos. Invece potevate venir colpiti dalla sete alla vista dell’acqua, allora la sete stessa era Dio, o meglio, bevendo, la squisita e indescrivibili estinzione della sete diventava Dio, o se avvertivate un brivido di freddo a contatto con l’acqua, ecco allora un nuovo Dio formarsi, il «freddo», ed esso non era una qualità, ma una entità esistente, quasi una creatura, sicuramente un theos: «il freddo». Ovvero poteva accadere che qualcosa vi si posasse sulle labbra aride, ed ecco nell’«umido» formarsi un altro Dio”. Nell’ultima parte del saggio, Lawrence afferma che l’uomo ha perduto, nel corso dei secoli, la capacità di sentire il Cosmo attraverso se stesso, è diventato sordo ai richiami della sua vera natura, si è spento ad ogni istinto o emozione. “Abbiamo perduto il cosmo” ripete sovente lo scrittore, e non sappiamo riappropriarcene, per paura, ignoranza, solitudine. Ma, cosa peggiore, sempre più spesso per rassegnazione. Preferiamo sacrificare la magnificenza del nostro antico splendore cosmico, che inesplorati abissi potrebbe spalancare sotto i nostri piedi, a favore di una sicurezza – solo apparente – data dalla nostra piccola e mediocre esistenza, aggrappata a tabù e regole morali che ci uccidono, senza che possiamo rendercene conto. Eppure, esistiamo, per una volta soltanto, soltanto adesso! Questa è l’Apocalisse di Lawrence, la sua personale rivelazione: egli desidera che ognuno, attraverso la lettura del suo testo, possa rendersi conto della misera condizione nella quale l’uomo moderno è precipitato, custode di un immenso potere lo ha frantumato sotto i piedi, confinandolo dietro il cemento della propria stupidità. “Non siamo capaci di tollerare alcun legame: questa è la nostra malattia; abbiamo necessità di rompere i legami, di isolarci, di essere liberi, individuali. Oltre un certo confine, già raggiunto, questo vuol dire suicidio”. Il rifugio ideale, secondo Lawrence, è nei cieli, ma non come promessa a seguito di una vita santificata dai patimenti, bensì a difesa di un microcosmo edificato a misura dell’uomo, entro il quale l’individuo possa liberamente muoversi, prima di saldarsi al resto della comunità umana, per una strategia collettiva di sopravvivenza. Questo il progetto di ricostruzione che Lawrence auspica nelle ultime pagine, secondo quanto lui stesso afferma: “L’Apocalisse […] ci presente il cristiano in relazione con lo Stato, con il mondo, con il cosmo, e ce lo rivela in furiosa ostilità contro chiunque, desideroso di una distruzione collettiva. Ecco il lato oscuro del cristianesimo, dell’individualismo, della democrazia, l’aspetto che il mondo di oggi evidenzia palesemente. È un vero e proprio suicidio, individuale e collettivo. Se un uomo potesse volerlo, sarebbe un suicidio cosmico. Ma il cosmo non è alla mercé degli uomini, e il sole non morirà per farci piacere. Neppure noi abbiamo voglia di morire. Per questo dobbiamo abbandonare la nostra falsa posizione di cristiani, di individui, di democratici. Cerchiamo una nuova concezione di noi stessi, che ci consenta di vivere in pace e felici, piuttosto che tormentati e infelici”.
Ma ognuno di noi è preparato per essere dio?
“Tutto quanto l’uomo deciderà con più passione è vivere la su compiutezza, in armonia, e non la solitaria salvezza della propria anima. L’uomo desidera il suo compimento fisico prima di ogni altra cosa, perché ora e per l’unica volta è nella carne e ne ha la possibilità. Dal momento che per l’uomo la massima meraviglia è essere vivo. Per l’uomo, come per il fiore, il quadrupede, l’uccello, il supremo trionfo consiste nell’essere vivo, il più possibile, perfettamente vivo. Quali che siano le conoscenze di quelli che non sono nati e di quelli che sono morti, essi non possono conoscere la bellezza di sentirsi davvero vivi nella carne. I morti possono preoccuparsi dell’aldilà, ma il meraviglioso «qui e ora» della vita nella carne appartiene a noi, soltanto a noi, per un tempo limitato. Dovremmo impazzire di gioia al solo pensiero di essere vivi nella carne, di essere una parte del cosmo vivente incarnato. Io sono una parte del sole come il mio occhio è una parte di me. Che io sono una parte della terra lo sanno più che bene i miei piedi, il mio sangue è una parte del mare. La mia anima sa che sono una parte della razza umana, la mia anima è una parte organica della grande anima dell’umanità, il mio spirito una parte della mia nazione. Nel mio io sono una parte della mia famiglia. Nulla vi è in me che sia staccato e assoluto, tranne la mia mente, e noi dobbiamo riconoscere che la mente non esiste di per sé, ma è solo una scintilla di sole sulla superficie delle acque. Così, il mio individualismo è in realtà un’illusione. Io sono una parte del tutto e non posso evitarlo. Però sono in grado di rinnegare i legami che ho con esso, romperli, diventare un frammento. Allora eccomi diventato un miserabile. Quello di cui necessitiamo è distruggere i nostri falsi inorganici legami, soprattutto quelli che si riferiscono al denaro, e ristabilire organiche viventi connessioni fra noi e il cosmo, con il sole, la terra, l’umanità, la nazione, la famiglia. Cominciamo con il sole: il resto piano piano verrà”.
 
Solange Passalacqua
*Testi di riferimento: Apocalisse di D.H.Lawrence, ed. Tascabili Economici Newton 1995; Apocalisse di Giovanni, a cura di A. Wikenhauser, ed. Bur 2005; Il serpente piumato di D.H.Lawrence, ed. Oscar Mondadori 1969.
  1. 1. Tratto da Il serpente piumato, ed. Oscar Mondadori 1969