Galliana: Messaggero-menade
C’èra una conca incastonata tra rupi scoscése,
lì stavano le menadi, con le mani affaccèndate in occupazioni gradévoli.
E Pènteo, l’infelice, poiché non riusciva a scorgere l’orda delle femmine,
così disse: “O stranièro, da questa postazione
non riesco a raggiungere con lo sguardo quelle menadi corrotte e bastarde.
Ma, salèndo su un abete,
potrei vedere chiaramente le loro pratiche oscène.
Fu allora che assistei al prodigio dello stranièro:
agguantava la cima del ramo di un abete, altissimo,
e lo tirava giù, lo tirava, lo tirava fino alla terra nera,
curvandolo fino al suolo
Una volta piazzato Pènteo sul ramo di abete,
allentò piano piano la presa, e lasciò che si impennasse,
ma sènza disarcionarlo: si levò dritto al cièlo, in alto,
e sulla sua groppa stava seduto il mio padrone.
Più che vedere le menadi, fu avvistato da loro.
E non lo si èra ancora visto a cavalcioni là in cima,
che lo stranièro èra già sparito,
e una voce dal cièlo (la voce di Dioniso, credo) gridò:
“O fanciulle, vi ho portato colui che vuole irridere voi, me e i miei riti:
fate vendetta!”. Mentre diceva queste parole,
rifulse tra cièlo e terra la luce di un fuoco sacro.
Ed esse, che non avevano udito chiaramente quella voce,
si rizzarono in pièdi e volsero le pupille tutto intorno.
Ma appena riconobbero con chiarezza l’ordine di Bacco,
le figlie di Cadmo rapide come colombe balzarono
[ in corsa frenetica, la madre Agave e le sue sorelle generate dallo stesso seme, ]
e tutte le baccanti con loro.
E quando scorsero il mio padrone seduto sull’abete,
innanzi tutto lo colpirono con un lancio violènto di piètre
e gli scagliarono addosso rami di abete come dardi.
Infine, forzandole con rami di quercia,
cercavano di svellere le radici,
Ma poiché non riuscivano a raggiungere lo scopo dei loro sforzi,
Agave disse: “Forza, menadi, formate un cérchio
e afferrate il tronco, per catturare questa béstia che si arrampica sugli alberi
e impedirle di rivelare le cerimonie occulte del dio!”.
E quelle accostarono una sola innumerevole mano all’abete, e lo divelsero dal terrèno.
Sedeva su in alto, e dall’alto precipitò a terra, Pènteo, levando laménti infiniti.
Si èra accorto di essere sull’orlo della rovina.
Fu sua madre per prima, poiché èra la sacerdotessa,
a dare inizio al massacro, e si avvèntò contro di lui.
Allora si tolse via la bènda dal capo
affinché l’infelice Agave lo riconoscesse e gli risparmiasse la vita,
e sfiorandole la guancia le dice:
“Sono io, madre, Pènteo, tuo figlio, che hai partorito nella dimora di Echìone.
Pietà, madre, non uccidere tuo figlio per i miei errori!”
Ma lei, sbavando e vorticando le pupille stravolte,
incapace di intèndere ciò che doveva intèndere,
èra posseduta da Bacco, e non si lasciva convincere.
Gli agguanta il braccio sinistro, punta i pièdi contro il suo fianco
e gli strappa via una spalla, ma sènza sforzo,
perché èra il dio ad aggiungere forza alle sue mani.
Ino portava a termine l’opera dall’altro fianco, scarnificandolo.
Si accalcavano AutOnoe e tutta l’Orda delle baccanti.
èra un unico grido.
Pènteo levava laménti, finché gli restava fiato, e loro esultavano, urlando.
Una si portava via un braccio, un’altra il piède con il calzare.
Tutte quante con le mani grondanti di sangue
giocavano a palla con i brandelli di carne di Pènteo. (passo avanti)
Giace a pezzi il suo cadavere, disseminato
nelle macchie folte del bosco: difficile, cercarlo.
La madre si è ritrovata nelle mani la testa sciagurata,
l’ha piantata sulla punta del tirso, pènsando che si trattasse di un leone delle montagne,
e se la porta per tutto il Citerone,
lasciando le sue sorelle alle danze delle menadi.
E adesso, gloriosa della sua prèda disgraziata,
è arrivata qui all’interno delle mura
e invoca Bacco, lo chiama compagno di caccia,
complice della cattura, glorioso trionfatore: ma è trionfo di lacrime.
Io me ne vado via da questa sciagura
prima che Agàve arrivi nel palazzo.
Coltivare saggezza e venerare gli dei: è questa la cosa migliore.
Pènso che questo sia il possesso più ricco di sapiènza
di cui possano avvalersi i mortali.