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Dove i frammenti sfilacciati di una tenda
aggiungono splendore all’uomo amante
al visionario nelle fredde sere
e affatturano il ragazzo al palo ritorto
di una passione incosciente
lì è cosa rivelata rivolgere al mago
l’importanza di visioni
che non vengono da pazzia ma da spada
forgiata su incudini umane e metalli
di terre e di luci di mezzo
levare il campo all’alba, tornare
ogni volta sui propri incamminamenti
riaccendere la passione nell’altro
cercare la frontiera, nel mare in secca
e il colpo d’ascia, spezzando il mondo
dove giacque come il relitto di qualche mare
e il visionario ebbe forza superiore e il durissimo corno
e il piede piantato fra i sassi e una diafana donna
a un palmo dal riso, il passo grave, e un rito
portato su pietra gaia, da gente morta
per accedere al più insignificante
dei mondi, con un grado di diversità
fare la guardia a colombi e cani
non canzonare le loro cose sacre
non farsi beffa del loro canto
del volo, nella striscia di terra liminale
fra gli angeli e i forcuti, animi buoni
là dove non c’è tempio – da cori –
non vi saranno dimore, sebbene abbiate
rifugi e istituzioni. Erigere nella palude
il tempio, stabilirvi l’arco acuto
del presente, dare dimora all’angelo
insorgere di continuo nell’aderenza
a fatti, cose, persone rimanere amanti
con la stessa ferocia e ubicazione