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Ditemi se il suo nome
articolava le falangi degli uccelli
se copulava teso tra le carni
se gli inginocchiatoi nelle pietre del tempio
hanno il calco chiaro dei suoi arti.
Ditemi se in volto radunava
gli occhi cacciati da ogni messa -gli a me promessie
se il segno d'unzione sulla fronte
lucidava a gocce l'inguine eretto.
Ditemi se è precipitato nei buchi delle sue mani
se ha tolto destino al palmo delle linee
e più non mi legge
se ad Emmaus superstite si è spezzato
azzimo e magro come un giuda
o se dal diaframma era più roco il legno della mia nominazione.
Se lo vedete – se lo vedete –
ditegli che ho battuto alla cerca ogni ostia
femmina fessurata e circoncisa
che lo porto nel bisturi
che questo taglio era un grembo
e dalla vulva mi lacerava fino in gola.
Ditegli che i capelli sono caduti come sterpi
e come serpi scolano le mie caviglie
che più di tutto mi mancano i baci dei congiunti
quelli col fiato dentro
dello stesso sangue, i giusti
che li rivoglio chiamati e cantati alla mia fronte.
Ditegli – vi prego –
che non lo toccherò
nessuna impronta
che me ne starò ingoiata
denocciolata come la primizia al dio.
Che dei miei seni farò punta dura
a lui intaglierò l'incudine esatta
e mi forerà come un ciondolo
ed io appesa al suo collo di funi
– finalmente appesa e portata –
sarò un bavo
che odora di tutte le erbe della terra.