Eroici furori

Nell’atto di celebrare il rito poetico, simile a Giordano Bruno davanti
al rogo, il poeta che rifiuta di abiurare stravolge le regole del gioco,
ribalta i punti cardinali e le norme cardinalizie del quieto vivere
innescando una pericolosa escalation d’inquietudine dagli esiti
imprevedibili. Non a caso l’intera storia della nostra cultura è la storia
di un’interminabile inquisizione – che oggi veste i panni dell’apparato
tecnico economico – tutta protesa nell’illusorio tentativo di pianificare
l’imprevedibile, di colmare quel misterioso “ vuoto che si scava
continuamente in se stesso”, di omologare l’altro, di ridurre ad uno il
due del di-abolus amputando il corpo di Dio della sua parte umbratile
con il risultato di ucciderlo. Dio diventa così simulacro: il cardinale
Bellarmino lo riduce alla lettera, la scienza lo riduce alla formula, il
mercato alla moneta . Ma il poeta non ci sta, e in nome del dio e della
bellezza viventi ripudia la normalizzazione della cultura e la
“canonizzazione” dell’estetica. La sua fede lo spinge a proferire una
parola inutile e quindi imperdonabile agli occhi degli uomini: è la
parola poetica la quale, in eroico furore, si fa eretica – erotica
cospiratrice ai danni dell’ordine costituito, immemore figlia della
memoria e inconfessabile preghiera. Condannato a morte il poeta
s’india.