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Esco dall'ombra con la visione di corpi allungati
o forse bianche dita segnate nella ghiaia argentata.
Nel morto dominio calpesto lastre di ghiaccio riflesse
in rigidi fari fissi, terree labbra cristallizzate, congiunte.
Sorrido di me, ebete letizia, quasi fossi soldato perso
nel gramo passo d'oca lungo l'ora del tempo arrestata.
Varco l'androne, cupo capanno di ferrame colmo,
disgelo la mano gelata al baluginio delle stelle
e si svela l'enigmatico pallore del volto.
Seguo alberature ombrose nel molo,
morbide, sedotte onde cantano affabili onde marine
sulle ossa di barche stanche stinte dall'illusoria eternità.
Sento su me tutto il tuo taciturno cielo assente,
Penelope mia, non è folle sognare la notte di noi
mentre ti attendo, docilmente spinta dal mare o dal vento?
Magiche lenti nuove riflettono al viso lucente
finalità e visione del tempo reale notturno,
tenera luna attenta.
Nell'innovate mattine, al mio sguardo tu forse dirai
che m'ami ancora?