Canzone d'inverno

(testo poetico di Daniela Gremmo, testo critico di Solange Passalacqua)
 
Piovigginosa
tenebra
in acquiescente
crepuscolo
avanza,
di una violacea
suadente nota
i miei capelli
avvolge.
Stridente civetta
di nulla persuasa,
avvinta di ombre
al fondo della sera,
di fili acquosi
e desiderio
il suo richiamo
alto fra i rami
innalza.
 
 
La poesia può essere suddivisa in quattro sezioni, e è caratterizzata da un andamento musicale e da un linguaggio ricercato, aulico. L’immagine che ne viene fuori, ad una prima lettura, è quella di una donna che osserva, forse dalla finestra della propria casa, il finire di una giornata, il suo trasformarsi in sera, in notte che avanza. A questo si sovrappone, quasi si identifica completamente, il suono della civetta, nascosta da qualche parte nelle ombre, che l’animale modula non curante dei sentimenti e delle paure umane. È un grido agghiacciante e stridente, che mostra paure ancestrali e istintive, innate. I versi sono dedicati all’inverno, come suggerisce il titolo, ma l’inverno non c’è nella poesia. È il trascorrere graduale del paesaggio, il suo trascolorare nel buio della notte, che preannuncia l’arrivo della fredda stagione e pone l’accento per esprimere gli stati d’animo di chi osserva. E questo è sottolineato anche dalla scelta linguistica:
 
acquiescente: qualcosa che piano piano decresce di intensità.
crepuscolo: momento in cui la sera scivola nella notte. L’uso di questa parola carica l’immagine di contrasto, perché al crepuscolo abbiamo sia la luce (del sole che sta morendo) che la tenebra (della notte che sta avanzando).
violacea: qualcosa che non è color viola, ma tende a diventare nero.
fili acquosi: qualcosa di solido che tende a diventare liquido.
innalza: riferito al richiamo della civetta, in questo caso verbo che ricorda il propagarsi del suono.
 
Sono tutti vocaboli di movimento che creano attesa. Se si potesse associare ad ogni periodo una nota musicale, una qualsiasi, potrebbe venirne fuori l’intro di una melodia, anche questo crea attesa. L’inverno è la melodia che alfine potrà essere ascoltata nella sua pienezza, qualcosa che completa e restituisce un senso. Attesa dell’inverno dunque, ma anche – forse metaforicamente – di un cambiamento (sicuramente, quello stagionale ci sarà, nel volvèrsi ciclico del tempo). La donna/civetta attende risposta al suo richiamo.
Ho pensato a due poeti nel leggere questa poesia: Carducci e Leopardi. Per quanto riguarda il primo, in particolare ho ricordato “San Martino”, e ho trovato una comunanza nella tensione lirica e sentimentale dell’espressione e dell’utilizzo dei vocaboli poetici. Soprattutto, è forte la suggestione fantastica data dalla descrizione del paesaggio circostante, che si trova anche in Carducci. Ritengo, però, “Canzone d’inverno” maggiormente efficace e evocativa.
Per quanto riguarda Leopardi, si tratta invece di aspetti più tecnici. “Canzone d’inverno”è infatti suddivisa in due parti: la prima coinvolge la vista, la seconda l’udito. Accade così anche in molte poesie di Leopardi, ho pensato a “L’infinito”, “La sera del dì di festa” e a “L’ultimo canto di Saffo”. La descrizione del paesaggio, in questi casi notturno, domina la prima parte, si limita a raccontare i particolari che l’occhio ha di fronte. La seconda parte è, invece, riempita dal suono, di voci umane o della natura, e in essa si risolve la scena descritta nella prima parte. Così accade anche in “Canzone d’inverno”.