"Fuori il sole saldava acciaio"

 

Fuori il sole saldava acciaio
e dentro le case
era la luna che sognava.
Ma la mia porta era stata malchiusa
e ancora bucavo di chiaro la mano
ci lavoravo una lente
e guardavo l’eclissi.
Sapevo che avrei preferito volare
essere vettore
un archimede aereo
ma bevevo mosto dai polsi
e mi ci arrossivo le labbra.
Il mio ventre allora era un cantiere
il luogo rinserrato dello scavo
e invece di petrolio
si incistava sangue in forme di lupi.
Ma in qualità di medico volontario
e sacerdote
operai un’anima fatta bella dalla carne
e la battezzai con giochi di voce.
Forse le mie strade sono rimaste quelle
ma ho gli occhi come due ombelichi
e parlo nella gola coi vulcani.
Ed ora che posso solo
che generare sangue e radici di luce
e tutto l’amore per le fermentazioni
solo un dio può farlo
–da una costola d’uomo scorsi mia figlia–
Senza paura né porte
non ho più lente né ali d’animale
la marea mi bagna i seni appena
e l’acciaio qui non sbiadisce.
Ridisegno il mio cammino
in geometrie non euclidee.
Cieca sì, ma abbacinata
se mi metto davanti al sole
lo eclisso.