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Per l’anniversario della morte (1600-2000)
Lo sapevi fin dall’inizio
- fin da quando cadesti nella vita -che saresti tornato nel rogo
dell’origine.«Io cadrò morto a terra
- dicevi -ma quale vita
pareggerà mai la mia morte?»Ti generò la fatica del meridione,
il sole insolente di Nola,l’indolente lena campestre
dell’aratura lenta dei campi.
E in quelle fatiche,
in quei ritmi radi,nella fiacca dei pomeriggi assolati
e silenti,sentisti, fra i grilli,
le pulsazioni del cosmo-cuore,la sistole che opprime
e la diastole che esplode.
Come avresti potuto non conoscere
la terra e il sole, le cose caduche
e l’eterna luce, il più grande sogno,
il bisogno di sostanza di tutto
ciò che vive e svanisce,
il desiderio dei corpi per i corpi
che senza pace cercano pace?
Dicevi «Ogni meta è un passaggio,ogni passaggio è una meta.
L’universo ci contiene
ed è contenuto in noi.
Ogni universo è una rosa
in cui fioriscono infinite rose.
Ogni cosa è diversa da ogni cosa
ed è tutte le cose».
E lo chiamasti «Eroico Furore»questo amore che dà le vertigini
e muove le stelle e il sole,e trascina la vita nel vortice
del movimento divino,affratella e fonde,
arroventa e annienta,sopprime e rigenera le creature.
Ma il fuoco. Di tutti gli elementi
il fuoco ti possedeva più degli altri:
il fuoco dell’ingegno e del gesto
dell’intuito fulmineo,
della memoria istantanea,del gioco.
E al fuoco, tu,- piccolo italiano di Nola
che conosceva la verità leggera -tornasti, prima del tempo.
Per non abiurare alla luce
tornasti alla luce
con l’ebbra brama
innocente della falena.