I sonetti a Orfeo di Rainer Maria Rilke

Composti nel febbraio del 1922, furono pubblicati nel 1923. Rilke, già malato di leucemia, vi trasmette la visione della propria fine imminente e sceglie Orfeo, il poeta mitico che per amore intraprese la discesa agli inferi, che suonava talmente bene da attirare e lasciare attoniti gli animali, e che finì poi dilaniato dalle Menadi. Dire che i sonetti della prima parte siano più felici non è forse esatto; ma essi rappresentano la parte più concreta, poeticamente quasi una storia, amorosamente seguita, delle vicende di Orfeo. Al suono della sua lira e al suo canto, nei boschi, si radunano le fiere e gli uccelli, che ingoiano uniti le proprie voci per raccogliere nel cuore quei suoni: una fanciulla sboccia da tale primordiale felicità incantata e viene a rifugiarsi quasi nell’orecchio di Orfeo o nelle interiorità della sua ispirazione canora. Ella vi si addormenta e con lei si addormenta il mondo intero, che più non conosce morte, e quindi divisione, nell’unità musicale. L’opera divina del poeta mitico esalta Rilke che ritrova impersonata in Orfeo tutta la musica dell’ Universo: quella degli alberi, dei fiori, dei mari, delle montagne, dei fiumi. Attraverso la musica è possibile a tutti liberarsi delle cose ingrate che altrimenti sarebbero insopportabili: ma Orfeo dovrà poi scomparire (discendendo agli inferi) perché l’universo comprenda ciò che egli dà a ciascuno e che la sua scomparsa sottrae. La base pagana di Rilke è sempre venata o commista a una religiosità totale nella quale è compreso e inteso il messaggio cristiano. Orfeo racchiude in sé la natura dei due regni: quello visibile e quello invisibile. Così può cantare le vicende dei vivi e dei morti, frequentare indifferentemente questi e quelli, che lo ascoltano e ne traggono gioia. Ma la natura inanimata, le divine cose, assorbono tanto da restarne impregnate: e la musica degli alberi è così sensibile che Rilke intona un sonetto intero, invitando le fanciulle a danzare quei ritmi ardenti e variopinti.
Un altro sonetto è dedicato alla primavera, che con tutte le altre vicende del mondo, rappresenta ciò che, esternamente rinnovandosi, rimane. Rilke invita i giovani a tenersi fiduciosi a tali vicende eterne, evitando ciò che è superfluo, le sirene della velocità e della corsa umana. Orfeo, dice, ha vinto perfino le Menadi tese a dilaniarlo, perché la sua musica è ordine e costruttività. Anche dopo essere stato ucciso, attraverso i boschi, gli alberi, i suoni delle fiere e degli uccelli lascia una traccia durevole nella natura fatta musica tutta attraverso il suo esempio. Termina così la prima parte.
La seconda è assai più rarefatta. Il poeta pone se stesso di fronte a tutto ciò che il mondo racchiude: il respiro, l’aria, i venti, i mari, lo spazio. Canta gli specchi la cui natura sembra ingannevole e inesistente, eppure essi sono gli “intervalli del tempo” e il solo fatto di ripetere infinite volte il volto della bellezza dona loro eternità. Canta poi il mitico unicorno, un animale invisibile ma vivente, rappresentante della verginità, secondo il significato che ebbe nel Medioevo. Canta i fiori, la rosa, l’anemone; ma canta anche la macchina presuntuosa padrona della modernità, che ci perseguita e incalza lo spirito, cui non si decide ad obbedire. Inneggia al mutamento, alla fiamma che meglio di ogni altra cosa lo rappresenta. Maledice l’oro che per vincere l’uomo si travisa negli aspetti a lui più cari. Canta le stelle, i giardini, le campane e a poco a poco si immedesima nel tutto che non passa, ma come lo spirito, si identifica con l’universale. È poesia d’atmosfera che rappresenta l’estremo tentativo di adattare l’antica forma lessicale alla creazione di un mondo che già sconfina nel surreale, di piegare le antiche metafore classiche, a popolare di fantasmi del moderno sentire un’interiorità infocata.
Questa estrema opera rilkiana rappresenta un miracolo di ispirazione e di musicalità che da sola basterebbe a siglare la statura di un poeta.

Fabiana Del Bianco