Oltre che uno dei più importanti poeti ed intellettuali del Romanticismo inglese, Byron fu anche uno dei tanti europei che non solo seguì con entusiasmo, ma partecipò in prima linea alle vicende storico-politiche della Grecia nei primi decenni del diciannovesimo secolo. Il legame che unisce il poeta all’Ellade è sancito dalla profonda ammirazione che nutriva per questo paese in relazione al suo glorioso e mitico passato. La partecipazione del Lord ai moti rivoluzionari greci è dovuta anche, in senso più ampio, alle sue convinzioni politico-ideologiche: l’odio nei confronti della tirannia e il suo intenso impegno per la libertà dei popoli oppressi. Nei suoi ultimi scritti Byron stesso diceva di essere destinato a morire in Grecia, e a morte avvenuta, il 18 aprile 1824 a Missolungi, qualcuno avanzò persino l’idea di dover seppellire il suo corpo nel tempio di Teseo o nel Partenone ad Atene per riconsacrare la terra delle Arti e delle Muse che si era progressivamente imbastardita e che doveva essere rigenerata attraverso il combattimento per la liberazione dagli orientali ad opera dei cosiddetti intellettuali filoelleni. La luce dell’Ellade classica fu un faro costante nella produzione di Byron: molti furono infatti i componimenti ispirati da amori greci o da situazioni greche. La poesia di seguito riprodotta, ad esempio, non è altro che un elogio spassionato e retoricamente costruito e studiato della Grecia, con particolare riferimento a personalità ed eventi che ne caratterizzarono la storia. Byron non perde però il suo senso realistico, e accanto alla descrizione idillica del paesaggio egeo aggiunge anche un’esplicita denuncia al carattere dispotico e opprimente dell’impero turco. Il tono è mesto e dimesso quando Byron pone l’attenzione sulla situazione degradata della Grecia a lui contemporanea.
Le isole di Grecia, le isole di Grecia!
Dove l’ardente Saffo amò e cantò
dove si svilupparono le arti della guerra e della pace
dove si ergeva Delo e Febo brillava
l’estate eterna le rende ancora d’oro
ma tutto, tranne il loro sole, è tramontato
Le montagne guardano verso Maratona
e Maratona si affaccia sul mare
e dilettandomi li per un’ora solitario
ho sognato che la Grecia potrebbe ancora essere libera
rimanendo sopra la tomba dei Persiani
non potevo ritenere me stesso come uno schiavo
Un re siedeva su una rupe rocciosa
Salamina che cade a picco sul mare
e navi a migliaia, schierate al di sotto
e nazioni di uomini che erano tutti suoi
li contò all’alba
e quando il sole tramontò, dove erano tutti loro ?
E dove sono ora ? E dove sei tu ?
Mia patria ? Lungo la tua riva senza voce
l’ eroica schiera ora è senza ritmo
l’ eroico petto non batte più
e deve la tua lira, così a lungo divina
scadere in mani come le mie ?
Riempite sino all’orlo il calice con il vino di Samo
le nostre vergini danzano sotto l’ombra
vedo i loro occhi scuri ricchi di gloria splendere
ma contemplando ogni passionale ragazza
io stesso mi bagno di lacrime incandescenti
a pensare che tali petti devono allattare schiavi
collocami sopra un pendio di marmo di Sunio
dove niente, eccetto le onde ed io,
può ascoltare il nostro lamento scorrere
lì, come un cigno, lasciatemi cantare e morire :
una terra di schiavi non sarà mai mia.
Mandate giù fino all’ultima goccia la vostra coppa di vino di Samo![1]
In questi versi di Byron è racchiuso il profondo sentimento che portò molti poeti romantici a sognare una Grecia ideale, libera e pura, che riportasse in vita l'antico splendore della classicità e riproponesse al mondo moderno i valori fondanti della libertà, della conoscenza e della democrazia. Alla celebrazione poetica si accompagnò un diffuso sentimento di filellenismo che spinse a lottare per l'indipendenza della Grecia a fianco dei rivoluzionari. Ed è proprio la nostalgia dell’antica Grecia a rendere evidente nel poeta la progressiva ed implacabile decadenza socio-storica della condizione umana, di cui la libertà della Grecia diviene una “vittima allegorica”[2]. Byron utilizza raramente un tono malinconico. E’ piuttosto ribelle, appassionato, tenebroso, anticonformista, scettico, per quanto questi aspetti possano apparire contraddittori, e certo non dettati soltanto da una cosciente considerazione dello stato attuale delle cose ma anche complicati da vicende personali e dalla propria particolare natura.
Secondo molte testimonianze i preparativi per il viaggio in Grecia furono particolarmente meditati e seri. Byron lasciò ben poco all'ispirazione “romantica”' e anzi si sforzò di comprendere quali fossero realmente le necessità dei rivoluzionari: informò il comitato che ai Greci mancava quasi completamente l'artiglieria, raccolse tutto il suo denaro, si procurò medicinale, equipaggiò il brigantino inglese “The Hercules” con barili di polvere da sparo e due piccoli cannoni. Era quasi come se avesse deciso, consapevole della morte che lo attendeva, di abbandonare la poesia per un gesto che avrebbe dato a molta della sua poesia un vero significato. Da allora scrisse solo quattro brevi composizioni, fra cui quella che può essere considerata il compendio dei suoi ultimi mesi di vita: On this day Icomplete my thirty-sixth year (In questo giorno concludo il mio trentaseiesimo anno), datata 22 gennaio 1824.
Le difficoltà pratiche e sentimentali furono superate abbastanza rapidamente, e il 16 luglio 1823 “The Hercules” lasciò Genova. Erano a bordo Byron, Pietro Gamba, Trelawny e un giovane medico italiano, nonché otto servitori, cinque cavalli e due cani. A Livorno salì sul brigantino un giovane scozzese, Hamilton Browne. Il 2 agosto giunsero in vista delle isole dello Ionio, e osservando il profilo delle lontane montagne della Morea Byron confidò a Trelawny di sentirsi come se “il peso degli undici lunghi anni d'amarezza trascorsi da quando fui qui la prima volta mi fosse stato tolto dalle spalle”
[3]. Il mattino seguente il gruppo sbarcò a Cefalonia, che si presentava come uno dei luoghi più adatti per soffermarsi a studiare gli sviluppi dell'intricata situazione politica greca. Byron volle fin dall'inizio mostrarsi del tutto diverso da come si era dipinto ne il
Giovane Aroldo: a Itaca, per esempio, si rifiutò di visitare qualsiasi luogo di interesse storico, e affermò di detestare l'antiquariato. Una volta sbarcato in Grecia il suo desiderio fu di vivere e agire nel presente, senza rimpianti per le glorie di un tempo. In effetti, e non perché vi morì, l'avventura greca fu la meno retorica, la più “umana” fra quelle del poeta. Ma non era facile agire. Byron si rese conto ben presto che l'impresa cui si era accinto non sarebbe stata semplice. Nel labirinto della politica greca la passione si mutò in decisione. Nella piccola casa di Metaxata, di fronte al mare, l'estate e l'autunno passarono, e non c'era altro da fare che cavalcare fra gli olivi, leggere i romanzi di Walter Scott, ricevere talvolta qualche emissario delle varie correnti rivoluzionarie per ricavarne notizie contrastanti: il denaro diminuiva, aumentava il dubbio di riuscire a portare un aiuto concreto alla causa che era stata scelta con tanto entusiasmo. Finalmente in dicembre al poeta parve opportuno mettersi dalla parte del principe Mavrocordato, che più di altri garantiva una seria possibilità di costituire un'autorità alquanto stabile, e salpò per Missolungi, dove giunse il 5 gennaio 1824. Qui, in una casa a tre piani riprese con instancabile ostinazione a lavorare per rafforzare la resistenza greca. I compiti principali erano due: formare una brigata d'artiglieria, assalire e conquistare Lepanto. Purtroppo non riuscì a concretare nulla. Il febbraio e il marzo trascorsero fra ribellioni, pioggia, scaramucce, scosse telluriche, dimostrazioni di incompetenza, richieste di rimpatrio da parte degli artificieri inglesi, tradimenti. Quando la flotta turca apparve all'orizzonte e sembrò chiaro che la città difficilmente avrebbe potuto difendersi se fosse stata assalita, il poeta volle organizzare personalmente le poche truppe e rincuorare i cittadini terrorizzati. La sera, dopo una cavalcata di miglia sotto una pioggia dirotta e insistente, ebbe un violento attacco di febbre reumatica. Il 10 e l’11 di aprile volle uscire di nuovo a cavallo, ma la sua fibra - già provata negli ultimi due mesi dalle fatiche e dal clima - non era ormai più in grado di reggere a simili sforzi, e i medici cominciarono ad essere seriamente preoccupati, tanto che pensarono di imbarcarlo per Zante se le condizioni del mare lo avessero consentito. Il giorno 15 Byron era già grave. William Parry, in
The Last Days of Lord Byron (
Gli ultimi giorni di Lord Byron), riferisce: “...parlò con me delle mie avventure. Parlò anche di morte con grande compostezza, e per quanto non credesse che la sua fine fosse vicina c'era qualcosa in lui di così serio e fermo, di così rassegnato e composto, di così diverso da quanto avessi visto prima in lui, che la mia mente cominciò a temere, e a tratti mi parve di presentire la sua rapida dissoluzione”. I suoi discorsi cominciarono a farsi sconnessi. Fra le altre cose affermò che avrebbe desiderato tornare in Inghilterra per vivere con la moglie e la figlia Ada. Il giorno 18 delirava: in italiano e in inglese, immaginando forse l'attacco a Lepanto, gridava: “Avanti! Avanti! Coraggio! Seguite il mio esempio!”. E nel delirio più volte nominò la sorella, la moglie, la figlia, i luoghi dell'infanzia. Le sue ultime parole furono: “Ora devo dormire”.
Morì il giorno dopo, lunedì 19 aprile 1824, alle sei e un quarto del pomeriggio.
Giada Passalacqua
[1] Poesie inglese: da Collins a Fiztgerald, The Harvard Classics 1909 – 14.
[2] Byron, opere scelte, a cura di T. Kemeny, ed. Mondadori 2006.
[3] Poesia inglese: da Collins a Fitgerald, The Harvard Classics 1909 – 1914.