Il soggiorno degli Shelley a Lerici

"Voi mi chiedete cosa sia e dove sia San Terenzo: è uno dei più belli e cari paradisi che nasconde nelle sue coste quel mare in cui sono nate due cose grandi e belle: la civiltà greco - latina e Venere, che è come dire le due più grande gioie della vita umana, la scienza e il mare. San Terenzo è un nido nascosto fra due oceani azzurri, quello del cielo e quello del mare: nessun bagno vi è più poetico, più fresco, più adamantino; è come tuffarsi nello zaffiro liquido: è un alternare sempinterno di freschi tepori e di tiepide frescure che incanta, solletica, innamora..". Ho scelto di aprire questo mio intervento con le parole di Paolo Mantegazza, medico, filosofo e illustre autore di molti libri tra cui i famosi Un giorno a Madera e La fisiologia dell'amore, il quale, milanese di nascita, poi emigrato per un periodo in Argentina, si spense proprio a San Terenzo nel 1910. Nell'estate del 1897 volle dedicare queste parole al paese che lo ospitò negli ultimi anni della sua vita. Shelley vi era stato attirato soprattutto dal clima mite che si respira da queste parti: l'estate del 1822 era stata particolarmente afosa, Shelley e la moglie Mary temevano che il loro bambino potesse soffrire rimanendo a Pisa, contavano dunque sulla piacevolezza del soggiorno. Ma non si può parlare di Shelley a Lerici senza spendere due parole su villa Magni Maccarani (per tutti, semplicemente, Casa Magni), la dimora affacciata sul mare di San Terenzo che egli amava tanto. A quel tempo Casa Magni non era ammobiliata, era un massiccio edificio squadrato dalle cinque ampie arcate, grevi e robuste, a reggere il portico, poco accogliente, con una grande terrazza che si affacciava sul mare: particolare che piacque subito a Shelley, affascinato com'era dalla bellezza del paesaggio che si apriva di fronte ai suoi occhi. La casa era immersa in un fitto bosco di lecci e di pini, quasi a picco sulla scogliera prospiciente il mare, e solo il primo piano era abitabile perchè il pianterreno era adibito a armare le barche e agli attrezzi da pesca; le stanze erano quindi assai affollate perchè nella casa, insieme a Shelley, la moglie Mary e il figlio William, c'erano anche la sorellastra di lei, Claire Clairmont, gli amici Edward e Jane Williams e John Trelawny, amico della coppia e appassionato avventuriero. Il suddetto primo piano era diviso in un'entrata da cui si accedeva alle tre stanze da letto; c'era un caminetto per cucinare, porte e finestre davano sulla vasta terrazza che si affacciava proprio sul mare, quasi si spingeva sopra di esso, e Shelley amava sostare su quella veranda nella quale si rilassava e scriveva. La villa, costruita dai Padri Barnabiti nel XVI secolo, passò di proprietà molte volte sia prima che dopo il soggiorno degli Shelley, e il primo agosto 1891 sul giornale LA SPEZIA apparve una prima proposta di dedicare a Shelley un ricordo marmoreo per commemorare il suo passaggio nel Golfo; ma solo nel 1907 fu possibile attuare una meritoria commemorazione: fu posta sopra l'arco principale della casa una lapide, che ancora oggio troviamo, con le parole alate dettate dal poeta Ceccardo Roccatagliata Ceccardi, che così decantano: "Da questo portico su cui una quercia spande la sua vetusta onda, nel luglio 1822 Mary Godwin e Jane Williams attesero con trepidante angoscia Percy Bisshe Shelley che da Livorno, in una fragile imbarcazione fu trasportato dall'avversa fortuna nell'oblio dei Campi Elisi. Oh benedette spiagge, ove l'amore, la libertà i sogni non hanno catene!". In seguito, nel 1972, in coincidenza con il centocinquantesimo anniversario della morte del poeta, fu possibile aprire al pubblico un vero e proprio museo, ovviamente allestito a Casa Magni il cui materiale era costituito da documenti inerenti la vita e le opere non solo di Shelley, ma anche di Byron, l'altro grande poeta legato ai nostri luoghi, per ricordare lo stretto rapporto amichevole e letterario che intercorse tra i due. Purtroppo, per motivi a me sconosciuti, oggi questo museo non esiste più; c'è tuttavia un progetto per ripristinarlo probabilmente nel castello di San Terenzo, anche perchè, e qui chiudo il capitolo dedicato alla dimora lericina di Shelley, attualmente Casa Magni è una casa privata i cui proprietari permettono esclusivamente visite guidate su appuntamento. Esaurito il doveroso accenno a Casa Magni, amatissima da Shelley, possiamo riprendere il discorso sul soggiorno degli Shelley a Lerici: come già accennavo prima, essi, all'inizio del 1822 abitavano a Pisa, insieme agli amici Edward e Jane Williams, proprio di fronte alla casa di Byron. La sera del 15 gennaio 1822 si trovava con loro Edward Trelawny, giunto apposta da Pisa per conoscere il poeta: parlavano dei loro progetti riguardo l'estate, e decisero di affittare una casa nel Golfo di La Spezia; giunti sul posto, scelsero Casa Magni a San Terenzo dove presero stanza il primo maggio 1822. Occorre ricordare che l'avvento della famiglia Shelley e dell'"allegra combriccola" che aveva preso possesso di Casa Magni sconvolse la vita del paesino di pescatori di allora; infatti la promiscuità scandalosa e forse anche incestuosa (ricordiamo che con ogni probabilità, Shelley intretteneva contemporaneamente una relazione con la cognata e con Jane Williams), l'esibizione di ricchezze, cultura e nudità senza ritegno, furono un duro colpo per la routine di San Terenzo. Faceva soprattutto discutere il fatto che gente di un ceto sociale così elevato andasse a vivere in una casa vuota, senza mobili, e accettasse di dormire su pagliericci improvvisati, per lo più prestati dagli abitanti del luogo; faceva altresì discutere che dalla baia arrivassero continuamente ospiti e si fermassero a dormire nella villa, e che gli abitanti della casa (bambini compresi) passassero le loro giornate nudi. Ma soprattutto destava stupore che persone così colte e benestanti mangiassero così poco (per lo più pane, the e frutta fresca); in compenso, però, il poeta si stordiva con massicce dosi di laudano, che lo gettavano spesso in preda alle visioni. Dal canto loro gli Shelley nutrivano diffidenza verso gli abitanti del luogo, considerati rozzi, ignoranti, e testuali parole "che parlano un dialetto detestabile". Ma tanto Percy quanto Mary amavano il paesaggio del Golfo di Lerici, sebbene presentissero che dietro tanta bellezza si nascondeva la tragedia; Mary, in particolare, percepiva il luogo (come dimostrano alcune lettere partite da casa Magni in direzione dell'Inghilterra nell'estate del 1822) come "troppo bello che non sembrava di questa terra e invitava la mente a meditare su strani pensieri sollevandola dalla quotidianità e inducendola a familiarizzare con l'irreale". Ma torniamo al maggio 1822. Shelley stava componendo Versi scritti nella Baia di Lerici, la poesia incompiuta che fu iniziata una o due settimane prima della morte e fu pubblicata da Garlett in "Macmiliam's Magazine" nel giugno 1862; e il Trionfo della vita, l'ultimo poema rimasto allo stato di frammento, che termina con la domanda "che cos'è dunque la vita?". Nel pomeriggio di domenica 12 arrivò il battello che Shelley aveva ordinato a Genova. Byron aveva fatto in modo che gli fosse dato il nome del poema che andava pubblicando Don Juan; ma Shelley, cui Byron non era allora molto simpatico, fece tagliare il pezzo di vela dov'era scritto il nome e lo ribattezzò Ariel, il nome shakespeareano dello spirito dell'aria, simboleggiante la libertà. Ben altre dolorose prove attendevano la piccola comunità: Mary, allora in attesa di un figlio, abortì il 6 giugno. La donna, che era rimasta dapprima incantata dalla bellezza della divina baia, ricorderà con comprensibile amarezza questi luoghi, legati alla perdita del marito e del figlio. In seguito all'aborto della moglie, prostrato dal dolore, Shelley è tormentato da paurose visioni e crede di vedere i fantasmi. Intanto, l'amico Leigh Hunt gli fa sapere che sarebbe venuto a Pisa, per discutere con lui e Byron la fondazione di un periodo letterario The Liberal; rinvigorito ed esultante Shelley decide allora di recarsi a Livorno con l'Ariel, per incontrarlo. Il primo luglio Shelley, Edward Trelawny e un mozzo inglese salparono, giungendo a Livorno in serata; Shelley abbraccia commosso l'amico e insieme si recano a Pisa a casa di Byron. Lunedi' 8 luglio Shelley e Trelawny decidono di fare ritorno, malgrado in cielo si notassero i segni premonitori di una tempesta imminente. E infatti, quando già l'Ariel era partito da alcune ore, la tempesta si scatenò e duro tutta la notte; nessuno rivide vivi i tre dell'Ariel. Per concludere, ricordiamo una delle opere più note e suggestive della mostra Viaggio in Italia: Il funerale di Shelley sulla spiaggia di Viareggio, del pittore francese Louis Edouard Fournier, che rappresenta la pira funebre del poeta inglese sul litorale toscano, alla presenza di Byron e John Trelawny, gli amici accorsi a rendergli l'ultimo saluto dopo la sua morte. Nella mostra, oltre al quadro citato, si trovano il ritratto di Shelley e quello del suo amico Leigh Hunt, nonchè un disegno di Villa Magni.

Andrea Foti