La terra desolata

22/02/2005 22:00
22/02/2005 22:33

ASSOCIAZIONE CULTURALE ARTHENA COMPAGNIA TEATRO INIZIATICO ATHANOR

MARTEDI’ 22 FEBBRAIO ORE 22 VIAREGGIO, CAFE’ MATILDA

La terra desolata di T. S. Eliot

Performance ritomodernista per recitante e sei drontes con Angelo Tonelli

Luigi Armelloni, Ettore Callegari, Alberto Fiorito, Simona Menicagli, Sara Montefiori, Susanna Salvi Traduzione e regia di Angelo Tonelli

“La mia edizione di questo capolavoro di Eliot, pubblicata prima con Crocetti (1992) e poi con Feltrinelli, con prefazione del premio Nobel Czeslaw Milosz, nel 1995, e adesso giunta alla quinta edizione è stata la prima e l’unica a riconoscere il carattere sapienziale e iniziatico del poema. Come non accorgersi che il finale di The Waste Land rimanda alla tradizione yogico-upanishadica, a partire dal Da Datta (“dona”), Da Dayadhvam (“compatisci”), Da Damyata (“domina te stesso”) della V sezione, per giungere al finale rituale, mantrico, che andrebbe con ogni probabilità cantato e non letto: “shantih shantih shantih”? O che l’intero poemetto è un tragitto mitorituale, scandito sulla filigrana della leggenda del Re Pescatore e del Graal, dalle regioni della siccità (che è aridità spirituale) al dono finale della pioggia, immagine di rinascita? O che del titolo della sezione III, Il Sermone del Fuoco, Eliot stesso, in una delle sue note si incarica di dirci che rimanda al Sermone del Fuoco di Buddha? E che invece di limitarsi, come una specie di Cannibale ante litteram, a enunciare la crisi del moderno, da questa crisi proponeva di uscire attraverso la sintesi dei livelli più alti della spiritualità d’Oriente (il Buddhismo, l’Induismo), e d’Occidente (Sant’Agostino, San Giovanni della Croce)? Che The Waste Land è dunque poema-rito di morte-rinascita, poema iniziatico di estrema complessità e ricchissima stratificazione culturale e letteraria, partorito da Eliot in un momento di gravissima crisi psichica, che, al di là della sua corazza di antipatico bancario anche della letteratura lo rendeva permeabile a epifanie del profondo? E che lo stesso può dirsi per la sinfonia sapienziale dei Four Quartets, sigillata già in incipit dai frammenti di Eraclito, e scandita, come lo è il mondo in ogni tradizione iniziatica, in quattro elementi, dettata da una voce che sembra essere la voce del Divino stesso, e culminante nell’unione mistica tra la coscienza superiore dell’individuo – la rosa – e l’essenza spirituale del cosmo, il Fuoco?”.
Intervista a Angelo Tonelli a cura di Roberto Bertoni, in Sei poeti liguri (Bertolani, Bugliani, Conte, Giudici, Sanguineti, Tonelli) a cura di Roberto Bertoni, Trinity College, Dublin, Trauben Editore 2004.

A questa interpretazione rivoluzionaria, mistico-politica, del poemetto di Eliot si ispira la performance ritomodernista, della durata di circa 40 minuti, che vi proponiamo in questa serata di teatro-poesia, e che è già stata realizzata a Lerici il 23 dicembre 2004, nella Sala Consiliare, in occasione del mos di fondazione del Movimento Ritomodernista, in collaborazione con il College of Charleston del South Carolina. L’attenzione viene provocatoriamente (forse anche nei confronti di Eliot) spostata sul carattere iniziatico del poemetto, in particolare attraverso l’iterazione del mantra Da Datta (“dona”), Da Dayadhvam (“compatisci”), Da Damyata (“domina te stesso”), tratto da Brhadaranyaka Upanishad 5, 1 che ne diventa la chiave di lettura principale, percorrendo la trama screziata e ardua del poema, come preludio alla culminazione nello shantih shantih shantih finale, la “pace che supera ogni comprensione”, che è condizione individuale minima per creare una collettività illuminata.
 
A chiusura del libro, riporto due Manifesti del Risveglio, da me lanciati in questi anni, e il più recente Manifesto del Ritomodernismo, a ulteriore testimonianza dell’impegno spirituale e civile della mia azione culturale.