Leggenda delle isole del Golfo

Una volta non c'erano isole nel golfo, e là dove oggi è Portovenere sorgeva un piccolo villaggio di pescatori. Era una bella notte d'estate: nel cielo stellato pendeva bassa sull'orizzonte la luna e inargentava il dondolio del mare; e come sempre pur che il tempo lo permettesse, i pescatori uscivano con le loro barche. Di solito il giovane Tino era tra i primi a prendere il mare; ma quella volta, la sua vela bianca fu vista per ultima gonfiarsi e scomparire al largo. Ecco cos'era accaduto: che in procinto di uscire di casa, mentre si chinava sul letto a baciare la moglie badando a non svegliare il bambino che le dormiva accanto, questi all'improvviso aveva aperto gli occhi stropicciandoseli con le sue manine, e vedendo il padre che andava a pescare aveva espresso il desiderio che lo portasse con sé.  Palmaria (così aveva nome la donna) non voleva acconsentire: "È troppo piccolo" disse al marito che si mostrava indeciso "perché stia fuori tante ore in barca"; e al figlioletto per consolarlo: "Avrai tutta la vita per andare a pescare, non aver fretta! Presto sarai  forte come tuo padre, e allora sì uscirete insieme con la barca, e lui ti insegnerà a remare e a mettere le vele al vento". Ma il piccino tanto supplicò ripetendo che non si sarebbe mosso dal suo sedile, che alla fine il padre intese premiare la volontà così precoce di seguirlo: persuase la moglie a star tranquilla e gli permise di imbarcarsi. - Dopo alcune ore (erano così lontano dalla costa che il bambino stupiva a vedersi in mezzo al cerchio di quella cerulea vastità, con il disegno dei monti che si perdeva in immateriali lontananze di nebbie azzurrine) il pescatore ritirò le reti dall'acqua, e con grande meraviglia le trovò rigonfie di pesce più di quanto gli fosse mai accaduto; non credeva ai propri occhi, con tutto quel palpitare di branchie che empiva la barca, e volle dare a intendere al figlio che era stata la sua presenza a bordo a propiziare la pesca miracolosa. Il bambino si sentì inorgoglire al pensiero di avere una parte così importante in quella fortuna, e già pregustava la felicità di raccontarlo alla madre che perciò da quel giorno gli avrebbe permesso sempre di andare a pescare insieme al padre. Ma a volte i mortali hanno in sorte di toccarla con mano la felicità che scorgono da presso, a volte invece è soltanto un'immagine che sfugge come un sogno; e capita ancora che sia la vita stessa sventurata a sfuggire quando la felicità è ormai prossima a inverarsi. Si erano portati più al largo di quanto avessero fatto gli altri pescatori: Tino era così contento di aver reso felice il suo bambino che non ci aveva badato; e poi rispondeva volentieri a ogni sua domanda, dilungandosi sulla direzione dei venti e sulle manovre da compiere affinché le vele profittassero al meglio della loro forza. Si vantava di avere navigato con venti così forti che le sartie quasi si strappavano tanto erano tese, e la barca che solcava il mare sembrava tirata da un branco di cavalli veloci come la tempesta. Così parlava Tino, manovrando le vele con le sue robuste braccia abbronzate dal sole; e il figlioletto lo guardava con occhi stupiti, immaginandolo sfidare la furia dei venti come il padre di nessuno dei suoi amichetti avrebbe saputo fare. Quand'ecco avvistò all'orizzonte una nuvolaglia nera, compatta e minacciosa come un esercito schierato a portare rovina: quale mai avrebbe voluto scorgere lì in mezzo al mare, e mai e poi mai con il proprio figlio a bordo. Il suo sguardo si incupì all'improvviso come quell'arco di cielo che gli saettava contro la sua formidabile minaccia. "Cos'hai, papà?" si sentì domandare. "Perché non parli e guardi alle mie spalle con quella faccia scura? Non saranno quelle nuvole a farci paura!" "No" disse Tino, fingendo di rincuorarsi, "non saranno quelle nuvole." ma tra sé inorridiva all'idea del pericolo a cui tra non molto la barca si sarebbe esposta; parte del pesce pescato palpitava ancora: che gli dèi non volessero ridargli la vita così, sacrificando la loro![.]

 

Da  La stanza sotto il cielo, in corso di scrittura.