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Come vasti incendi votivi
Ardevano i giorni estivi.
Il juke-box sostituiva
Il caporale di giornata
e da sotto il castello
sparava a tutto volume
“Fo ever love me forever”;
era l’addio più gettonato
delle ragazze al congedo.
Una straniera mi lasciò
per ricordo una mela;
a cavallo del bastione ovest
meditavo sulla metà
della stessa, tagliata
e all’istante ossidata,
e al contempo pensavo
ai cimiteri di navi
non lontano da Le Grazie,
ai mastodonti corrosi
da agenti rugginosi.
Mi sorprendeva il mercantile
che attraversava l’acquerello
e fendeva la tela marina;
la ventilata increspatura
fungeva da imbastitura
e lo sguardo puntuale
ricuciva il mare, dopo
il transito della nave.
***
Al confine stagionale
uno spettro autunnale
riemergeva dalla tomba
e cavalcava una tromba
d’aria, talvolta marina
che perturbava la linea.
Se allora fossi stato un poeta
e ignoravo di esserlo,
avrei recitato versi per
placare lo spirito di Shelley.
Laddove era annegato
si aggirava il fantasma
all’infinita pena ancorato.
Le volte che ritorno a Lerici
Porto con me un nuovo poema
ma poi finisce che gli rileggo
sempre “Il Battello Ebbro”,
e all’istante lui si placa
Arthur Rimbaud tanto gli piace.
Secondo il metro estetico
del Napoleone idrografo,
interessato ai fondali,
il golfo di la Spezia era
“Il più bel porto dell’universo”.
Da giovane giravo intorno
alla sua cornice terrestre
e ogni altra opera d’arte
di paesaggio, a suo paragone
ci sembrava anticipata
da una simile creazione.
Se il porto verrà ampliato
traslocheremo altrove
con i nostri spiriti,
chiederemo asilo estetico
al “Cimitero Marino” di Séte
laddove antichi romantici
agonizzano di nostalgia.