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Avevo visto qualcosa di più
nella fredda pozza dove indugiavo
in amoroso sguardo di me.
Nelle mie pupille c’era come una danza
di galassie, lieve rotazione di mondi
perfetti, luminosi, nelle mie ciocche linee
dolci, sensuali di donna, maestosi profili
d’onde, vegetazioni, rampicanti.
Nelle labbra fiorivano ghiacci, intensi rilievi.
Le guance glabre erano spiagge, praterie.
Più mi contemplavo e più mi scoprivo
maschera al mondo, specchio,
filtro, sfera. Poi la pietà d’un dio mi restituì
alla terra e in sottili radici mi ritrovai
per sempre miracolo di sotterranei misteri
e celesti nostalgie. Ora sono l’acqua
che ancora mi specchia o la quieta,
ilare fonte che increspa piano il mio volto
fanciullo, riflessa immagine, sospesa
e vergine che di me sfugge e muta nel fiume
del tempo. Sono tutto quello che mi vede,
ormai. Sono questo terreno che cielo e nubi
rovescia, le sue erbe, l’improvvisa
polla, una voce, un respiro
della terra, un segno
al cielo. Qualcosa
d’esile e leggero,
un fiore.