A parte l’iniziale miscellanea alchemico-presocratica, recitata dai dróntes in ingresso, la potente descrizione della peste da Artaud, un ben riconoscibile squarcio dal Faust di Goethe, stralci dai Cantos di Ezra Pound, folgorazioni enantiodromiche da Septem sermones ad mortuos di Jung, nonché le testimonianze eleusine che sigillano il finale e qualche intrusione di chi scrive, tutto il dráma inziatico dedicato a Edipo presenta testi tratti da Edipo re di Sofocle. Si potrebbe dunque pensare a una sorta di ricostruzione della tragedia più sapienziale di Sofocle, con alcune intrusioni extra- o meta- testuali.
Ma non è così: ho stravolto il tessuto della tragedia per trasformarla nuovamente in rito e farne risaltare ancora di più la carica iniziatica. A tale fine, ho tentato alcune mosse:
- liberare la tragedia dal suo aspetto più tipicamente apprezzato, ovvero la suspense da “giallo” che si crea intorno alla scoperta progressiva della propria vera identità da parte di Edipo, attraverso le indagini da lui stesso condotte sul se stesso che non sa di essere: preferisco dare tutto ciò per scontato nella mente dello spettatore, colto o incolto che esso sia. Si tratta della parte tutto sommato più compiacente al bisogno di sedurre l’ego emozionale del pubblico, antico e moderno, ma a me non interessa compiacere l’ego del pubblico, bensì coinvolgerlo in un rito, accompagnarlo in quel luogo dell’anima dove vivono gli dei e brilla una luce di conoscenza mistica.
A tale fine ho inventato la figura dello sciamano del teatro (Susy Polgatti), che condensa in poche battute gli eventi canonici del dramma, come se li racchiudesse in sé, e apre squarci di interrogazione metatestuale, mescolando italiano, greco antico e inglese.
- inserire, ex abrupto, una comparizione di Faust (il personaggio dell’omonimo dramma di Goethe, in cui si cimenterà chi scrive), colui che entra in contatto con il Demonio, l’Ombra, a segnalare, ferme restando le vistose differenze, il carattere “faustiano” di Edipo, o “edipico” di Faust, poiché entrambi sono eroi della conoscenza che non si sottrae alla ricognizione delle ombre.
L’ingresso di Faust apre la via a quello dell’altrettanto goethiano Mefistofele (Tullia Bonaschi), che a sua volta sconfina nell’Abraxas terribile e abbacinante di Septem sermones ad mortuos di C. G. Jung.
- poiché Edipo, a detta anche della critica più retrivamente antropologico-strutturalistica, è capro espiatorio e personaggio collettivo, ovvero simbolo universale dell’umano che percorre il sentiero arduo della conoscenza dell’Ombra per illuminarla, ho deciso di spartirne l’interpretazione tra quattro dróntes, rispettivamente Alberto Fiorito, Luigi Armelloni, Sara Montefiori e Susanna Salvi, che vengono di volta in volta investiti del ruolo di Edipo attraverso la vestizione rituale officiata da Simona Menicagli, che assolve insieme la funzione di sacerdotessa e di Coro.
- rovesciare la sequenza cronica della cecità di Edipo, rappresentandolo come cieco all’inizio, quando non conosce ancora la propria autentica natura, e vedendolo libero dalla cecità nel momento in cui, accecandosi, dichiara di avere conosciuto la propria ombra, e dunque è veggente.
- unificare Edipo re con Edipo a Colono, e interpretare la morte a Colono del Re dal piede gonfio come morte mistica e sapienziale, conquista di conoscenza e sacralità, che gli consente di rivelare gli umani i Misteri Iniziatici, che conducono alla contemplazione suprema e alla liberazione dalla paura della morte.
- fondandomi sui vv. 1518 ss. di Edipo a Colono, azzardo che i misteri rivelati da Edipo a Teseo coincidano on i Misteri Eleusini: il finale del dráma è tutto giocato su citazioni di autori antichi intorno ai Misteri di Eleusi, e Edipo appare come iniziato e iniziatore di Misteri, impugnando la spiga simbolo di Demetra, la dea fondatrice dei Misteri di Eleusi, e lo specchio, simbolo di Dioniso, il dio dei misteri, a cui allude la frase che veniva pronunciata al culmine della celebrazione segreta: “Brimò Signora ha generato il sacro fanciullo Brimòs! ”.
Tale, per sommi capi, l’operazione che qui si tenta, e che segna la proficua distanza del Teatro Iniziatico da quasi tutto il teatro contemporaneo (nonché dai suoi grigi fautori di establishment), assai di rado capace di restituire al teatro la sua qualità di rito, e di cogliere la valenza spirituale di molti testi, dei tragici in particolare.
Soggetto, scene e regia: Angelo Tonelli; installazioni di scena: Giuliano Diofili; dróntes: Luigi Armelloni, Tullia Bonaschi, Alberto Fiorito, Sara Montefiori, Simona Menicagli, Susy Polgatti, Susanna Salvi.
Testi da Artaud, Goethe, Sofocle, Pound, Jung, Apuleio, Platone, Pindaro, Ippolito, Clemente Alessandrino, Angelo Tonelli. Il testo di Sofocle compare nella traduzione di Angelo Tonelli, da Sofocle, Le tragedie, Marsilio 2004. Musiche: Diamanda Galas, Lisa Gerrard, Daimonia Nymphe.